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Il futuro dei cittadini Ue è la priorità del negoziato

L'Editoriale|L’EDITORIALE

Il futuro dei cittadini Ue è la priorità del negoziato

Aggirata la “trappola” della Corte Supema, evitati gli ostacoli parlamentari, il premier britannico Theresa May toglie la Brexit dal mondo delle probabilità per farne una realtà storica. L’inizio della fine dell’avventura britannica nell’Unione europea scatterà il 29 marzo, due giorni prima della deadline ultima che Londra si era data. Alla vigilia del via al cammino verso il recesso dall’Unione appare sempre più evidente che Londra non tornerà sui suoi passi, salvo nuove, imprevedibili bizzarrie della storia. Diciamo, per residuo ottimistico pudore, che è uno scenario altamente improbabile nonostante l’articolo 50 sia un passo, tecnicamente, reversibile. Ne consegue una constatazione da cui deriva una raccomandazione.

La prima è che l’arrivo di Theresa May a Downing street s’è risolto in una presa di posizione britannica molto più radicale di quanto insito nella logica referendaria. La signora premier ha scelto la via della Brexit più dura, quella che raccomanda il “fuori da tutto”, mercato interno e unione doganale compresi. Una posizione che non cambia, in alcun modo, i diritti oggi garantiti ai cittadini Ue nel Regno Unito, fino a quando, almeno, l’iter negoziale non sarà concluso con nuove intese euro-britanniche. Una posizione estrema quella assunta dalla signora premier che, tuttavia, non emergeva affatto nel quesito di un referendum consultivo.

Abbiamo sempre detto che, a nostro avviso, organizzare una consultazione sull’Ue nei termini decisi da Londra fosse un errore. Lo ribadiamo ora nella consapevolezza che questo errore associa David Cameron a un epitaffio politico indelebile: il premier che separò Londra dall’Europa.

Il B-day non è più un giorno che verrà. Alle 11.45 di ieri con un comunicato di poche righe Londra ha messo fine a mesi di suspense e appuntato la data del 29 marzo sul calendario dell’Europa prossima ventura. Quel giorno giungerà sui tavoli dell’Unione europea la lettera di attivazione dell’articolo 50 del Trattato di Lisbona che regola il recesso degli Stati membri dalla Ue. L’ambasciatore Tim Barrow, rappresentante permanente presso l’Unione per il governo britannico, ha confermato all’ufficio di Donald Tusk, presidente Ue, il prossimo arrivo di una missiva che è in volo virtuale dal 24 giugno del 2016, giorno dell’esito del referendum sulla Brexit. Quella stessa mattina, mercoledì della prossima settimana, è previsto che Theresa May rivolga un discorso alla nazione davanti all’uscio di Downing Street e poi alla Camera dei Comuni dove traccerà gli obbiettivi che Londra si pone in vista del confronto con Bruxelles.La liturgia delle formalità istituzionali è stata rispettata fino al dettaglio, il ruolino di marcia che il Regno Unito si era dato anche. Con la mossa di ieri il governo di Theresa May ha voluto anticipare ai mercati le mosse del governo per attutirne le eventuali conseguenze. Missione riuscita metà perché la sterlina, al momento dell’annuncio, ha perso lo 0,4% sul dollaro, rimanendo debole nel corso delle successive contrattazioni. Fino ad ora, lo ricordiamo, la Brexit ha marginalmente colpito l’economia del Regno, solida oltre ogni aspettativa. Solo il pound ha sofferto una svalutazione di circa il 17% sul dollaro dal giorno del referendum, agevolando le esportazioni.

Brexit si farà e nella versione più dura possibile come ha detto la signora premier nell’atteso pubblico intervento davanti ai diplomatici e media nel gennaio scorso. La storia delle relazioni euro-britanniche conosce una tappa storica, ma la partita vera comincia solo adesso e rispettare la tempistica scandita dall’articolo 50 non sarà facile. Formalmente ci sono due anni di tempo che possono essere eccezionalmente estesi in caso di accordo fra le parti. La procedura europea ha una sua scansione e i Ventisette hanno bisogno di qualche mese per definire il mandato negoziale da assegnare a Michel Barnier l’ex commissario francese incaricato di rappresentare la posizione dei partner e di misurarsi con David Davis il ministro per la Brexit considerato uno degli esponenti più euroscettici del governo di Theresa May.

Un primato che condivide con il ministro per il commercio internazionale Liam Fox e con quello degli affari esteri Boris Johnson. Intervenendo nel week-end a un programma televisivo David Davis ha mostrato di condividere il senso epocale della trattativa. «Sta per cominciare – ha detto – il negoziato più importante per questo Paese da molti decenni...cerchiamo un nuovo rapporto positivo con l’Unione europea».

Non sarà facile per molti motivi, ma soprattutto perché il calendario è avaro. Davis e Barnier rischiano di sedersi seriamente al tavolo dopo l’estate, presumibilmente dopo il voto tedesco di settembre. Dovrebbero finire entro il 29 marzo 2019, ma il commissario Ue vuole chiudere sei mesi prima per dare il tempo alle capitali di ratificare l’intesa. La finestra rischia di restringersi a un anno o poco più. In questo lasso di tempo si dovrebbe chiarire il prezzo del divorzio – quanto cioè Londra dovrà saldare al bilancio Ue – che si ipotizza veleggi attorno ai 60 miliardi di euro, nonostante la Gran Bretagna non lo accetti. Soprattutto in questi dodici mesi si dovrebbe definire un accordo commerciale globale fra Londra e Bruxelles. Il media-web Politico.Eu ha ricordato nei giorni scorsi che la Groenlandia impiegò tre anni per trattare la sua uscita dalla Ue negoziando, di fatto, su un solo tema: le quote di pesce.

Nuvole pesanti, dunque, con la prospettiva, non affatto agevole, di tempi supplementari. E per Londra il lavoro comincerà subito fin dal 29 marzo quando inizierà a occuparsi di legislazione secondaria e di recepire almeno quindici leggi per gestire al meglio il trapasso dall’Europa all’alba di una nuova ”indipendenza”. O di quanto, così, vuole far credere.

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