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Quando a brillare è l’identità industriale

L'Editoriale|L’EDITORIALE

Quando a brillare è l’identità industriale

Le performance ottenute dal segmento Star, molto opportunamente sottolineate ieri dal Sole 24 Ore, evidenziano con chiarezza che anche in Italia è possibile fare impresa ottenendo risultati di business importanti e riuscendo a convincere player stranieri ad investire nel Bel Paese (a dispetto della cultura negativista e del lamento che troppo spesso imperversa in Italia).

La sorprendente crescita dei valori di Borsa delle “stelle italiane” non deriva infatti, a mio avviso, da motivazioni di carattere strettamente finanziario – quali ad esempio, la convenienza fiscale dei Pir (opzione peraltro recente) che tende a orientare scelte di portafoglio proprio verso le imprese del segmento Star –; è spiegabile piuttosto con i tratti industriali specifici di molte di queste imprese, che si sono concretamente tradotti in livelli di marginalità e di crescita del volume di affari davvero molto interessanti.

E qui risiede davvero l’importanza di capire quali siano gli ingredienti ricorrenti di questa ricetta di successo. Non certo la dimensione. Siamo infatti quasi sempre di fronte a medie imprese che agli effetti di pura scala hanno privilegiato obiettivi di qualità: 1. nei processi decisionali, che sono rapidissimi; 2. nel capitale umano, grazie a un livello di managerializzazione nettamente superiore alla media italiana; 3. nei processi di innovazione di prodotto – larga parte degli utili viene infatti re-investita in nuovi prodotti; 4. nella presenza internazionale – sempre più orientata a mercati ad alto tasso di crescita della domanda (anche se più difficili da raggiungere: quelli asiatici ad esempio). Abbiamo, in altre parole, a che fare con imprese (sia B2B che B2C) che hanno saputo combinare il meglio del Dna italiano – l’eccellenza produttiva – con una predisposizione naturale al cambiamento continuo – abbastanza inconsueta nelle nostre imprese, che tendono a riprodurre isomorficamente i comportamenti (di successo) del passato anche in contesti profondamente diversi – e con due caratteristiche dirompenti rispetto alla media.

Ecco le caratteristiche: 1. apertura alla partecipazione di terzi all’equity e 2. presenza di piani di sviluppo strutturati e di lungo periodo. Caratteristiche, queste, anche figlie della decisione di quotarsi in borsa.

Se dunque è possibile ottenere risultati di business estremamente interessanti anche in questa Italia – e direi che non vi sono proprio dubbi – diventa davvero importante cercare di capitalizzare questa esperienza positiva per quella parte – tutt’altro che piccola – di imprese italiane che, in questo momento, hanno cavalli per crescere – ad esempio, di prodotto – ma non riescono a spiccare il volo. Il combustibile che permette di scaricare a terra la potenza (teorica) di questi soggetti dovrà avere le seguenti caratteristiche. Superamento della cultura diffusa del lamento: ci sono sì problemi di contesto ma questi non possono essere addotti come causa di tutti i nostri mali. Fondamentale è invece essere meno gelosi di quanto si è creato: aprendosi a manager esterni – i figli del fondatore/i non sono necessariamente le figure gestionali più adatte -; rinunciando a parte della proprietà se tutto questo permette di acquisire risorse finanziarie per importanti piani di sviluppo e piena comprensione delle mutate condizioni di mercato. Mi riferisco, in particolare, per quest’ultimo aspetto, a due ulteriori temi: il ruolo molto rilevante che giocheranno sempre più le tecnologie digitali (rispetto alle quali il nostro sistema industriale si contraddistingue ancora oggi per una reticenza di fondo) e la necessità di approcciare mercati che non sono facilmente approcciabili, come quelli europei, ma presentano tassi di crescita estremamente interessanti (Asia e Africa prima di tutti).

Tutto questo ci porta a un’ultima importante considerazione: non occorre essere per forza puri player digitali per avere successo. Anche conservando la nostra identità industriale e/o presenza in settori tradizionali possiamo dire decisamente la nostra. E qui vengo alla annunciata quotazione di Unieuro: un’azienda che opera in un business assolutamente dato per prossimo alla fine, e che invece consegue – grazie alla sua capacità di auto-trasformazione – importanti risultati di business e, guarda caso, ha deciso di aderire al segmento Star. Un ulteriore esempio capace di tracciare la via per superare quel pessimismo statico che ancora attanaglia alcuni nostri imprenditori.

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