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Crescita Ue stritolata fra Trump e Brexit

L'Analisi|Interventi

Crescita Ue stritolata fra Trump e Brexit

Mentre le decisioni di Trump su economia e immigrazione e le controversie legali della Brexit hanno attirato l’attenzione generale, il problema di fondo della bassa crescita europea è passato decisamente in secondo piano.

Anzi, i recenti dati del Pil tedesco nel 2016, +1,9% rispetto al 2015, sono stati accolti dagli analisti con sorprendente soddisfazione, in modo totalmente acritico. Né tranquillizza il sorpasso “in discesa” del Pil dell’Eurozona (+1,7%) ai danni di quello degli Usa (+1,6%). Infatti, mentre l’economia americana è cresciuta lo scorso anno con un contributo minimo della spesa pubblica, l’aumento del Pil tedesco, che tanto pesa nella crescita della Ue e dell’Uem, senza i consumi straordinari dello Stato e gli investimenti aggiuntivi in costruzioni legati principalmente all’afflusso di profughi stranieri, è stato appena dello 0,8%. Un dato non molto diverso da quello, tanto criticato, dell’Italia, considerata da sempre “fanalino di coda” in Europa.

Tutti sappiamo che l’industria e l’export sono dei punti di forza della Germania. E che essa ha un surplus commerciale enorme, con un afflusso ininterrotto di denaro che rende il Paese sempre più ricco e creditore verso l’estero. Ma pochi hanno notato che, cumulativamente, nell’ultimo quadriennio la “competitività estera” della Germania, cioè la sua bilancia tra export e import, ha dato un contributo pari a zero all’aumento del Pil di Berlino, che è invece stato sostenuto in modo insolito, come abbiamo detto, dai consumi finali della pubblica amministrazione e dall’edilizia. Ciò è stato vero soprattutto nell’ultimo biennio e in particolare nel 2016, anno che è stato fortemente influenzato dall’effetto profughi.

Senza la spinta dello Stato e degli investimenti in costruzioni, infatti, la dinamica economica della Germania è stata la seguente: 2013 +0,4% (anziché +0,5%); 2014 +1,2% (anziché +1,6%); 2015 +1,2% (anziché +1,7%); 2016 +0,8% (anziché +1,9%). Dunque una crescita piuttosto modesta e con un evidente rallentamento nel 2016, che, dedotte le spese straordinarie, sarebbe stato per il Pil tedesco l’anno peggiore (e non il migliore) degli ultimi tre.

La “locomotiva” tedesca dunque non è più tale per l’Europa. Al massimo lo è per se stessa, visto che il grado di “apertura” internazionale della spesa pubblica e dell’edilizia è ridotto e che quasi tutta la ricaduta di questo tipo di crescita è interna. Mentre la parte dell’economia tedesca che più potrebbe stimolare l’export dei partner europei, cioè i consumi privati e gli investimenti in macchinari e mezzi di trasporto, procede a ritmo più contenuto. Inoltre, stante anche il rallentamento del commercio internazionale, sia intra sia extra Ue, la domanda estera netta non contribuisce alla crescita del Pil tedesco ma solo a quella del patrimonio e della posizione finanziaria della nazione, che si arricchisce ogni anno grazie alla grande “cedola” del surplus commerciale. Il quale, pur non aumentando e quindi non spingendo il Pil, rimane un flusso netto enorme, per altro non allineato con le regole europee degli squilibri macroeconomici. In altre parole, la Germania è come una specie di “rentier” che si arricchisce grazie alla propria competitività acquisita e alla propria forza commerciale ma che tuttavia cresce poco e non traina perciò le economie dei Paesi partner con la propria domanda interna.

Un confronto in profondità tra le componenti della crescita di Germania, Francia, Italia e Stati Uniti, senza il contributo dei consumi pubblici e degli investimenti in costruzioni, mette a nudo uno dei temi cruciali che l’Europa dovrebbe porsi dopo le cerimonie di Roma per il 60° anniversario dell’Unione. E cioè la mancanza di crescita della Ue e dell’Uem in particolare. Infatti, come appare dalla tabella in pagina, senza il contributo dei consumi finali della Pa e delle costruzioni la crescita del Pil degli Stati Uniti è stata superiore dei tre maggiori Paesi dell’Uem sia nel 2015 sia nel 2016. Senza tali componenti straordinarie, anzi, l’aumento del Pil di Germania e Francia è stato sostanzialmente simile a quello dell’Italia, la cui ripresa nell’ultimo biennio è stata persino superiore a quella tedesca e francese nella manifattura, nell’agricoltura e negli investimenti in macchinari e mezzi di trasporto, cioè nelle componenti “reali” dell’economia.

Di fronte a questi dati economici deludenti dei tre Paesi-pilastro dell’Uem (mediamente inferiori da 5 a 7 decimali rispetto alla crescita degli Usa), c’è ben poco da gioire, come fanno alcuni osservatori, se in compenso il Pil della Spagna continua a correre (sostenuto però da un elevato deficit pubblico generosamente consentito dalla Commissione Europea) e se il Pil di una piccola nazione come l’Irlanda vola grazie al trasferimento delle sedi legali di alcune multinazionali nell’isola. Non sono certo queste due economie i paradigmi a cui ispirarsi per progettare un vero rilancio della crescita nel Vecchio Continente.

Servirebbe invece un grande piano di investimenti europeo in infrastrutture e innovazione finanziato con eurobond per generare nuova domanda e nuova occupazione. Malauguratamente, però, in questa fase in cui l’Europa è come attonita di fronte agli sconvolgimenti trumpiani e della Brexit e in cui troppi Paesi membri nel 2017 dovranno andare ad elezioni molto temute per l’avvento dei populismi, Bruxelles e i governi nazionali non sembrano in grado di prendere alcuna decisione importante. Non soltanto sulla geopolitica ma anche sulla crescita economica e conseguentemente sulla povertà e sulle diseguaglianze di cui si nutrono i populismi stessi. Questa è la dura realtà dell’odierno malessere europeo

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