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È la democrazia che regge la Ue

L'Analisi|l’intervento

È la democrazia che regge la Ue

Le celebrazioni, appena concluse, dei primi 60 anni dell’Unione europea sono state l’ennesima occasione mancata per fare chiarezza sul processo di integrazione – passato e in divenire – del nostro continente. E per contrastare la tentazione, sempre più diffusa, di affrontare in modo semplicistico i problemi relativi all’Europa. Tentazione in cui cascano sovente accademici ed esponenti politici americani, che guardano a questa parte dell’Atlantico con la lente filtrata dalla loro esperienza storica, come se il successo della costruzione europea dipendesse solo dal copiare il modello americano. Tentazione in cui sembra essere cascato anche Luigi Zingales, nell’articolo sul Sole24Ore di domenica scorsa, dal titolo suggestivo “Salviamo l’Europa dagli europeisti”.

La tesi di Zingales è chiara. A suo avviso il problema dell’Europa non sono i movimenti populistici, ma l’establishment tecnocratico, «i cosidetti europeisti che occupano le stanze del potere europeo» che non riconoscono l’incompiutezza del quadro istituzionale europeo, che «impedisce al consenso popolare di esprimersi nelle forme tradizionali». Cosa fare per salvare «l’ideale di un continente dove i popoli diversi possano vivere in pace e prosperità»? La risposta è altrettanto semplice: «Bisogna avere il coraggio di superare i miopi interessi nazionali e provare a disegnare insieme una nuova costituzione, scelta dal popolo e non da tecnocrati illuminati», come fecero gli Stati Uniti con l’assemblea costituente del 1787.

L’analisi si basa su alcune osservazioni, semplici quanto la tesi. Primo, dai sondaggi di opinione emerge che la fiducia nelle istituzioni europee è in calo, a causa della crisi economica (come dimostrerebbe un lavoro dello stesso Zingales, con Guiso e Sapienza). La disaffezione nei confronti dell’Europa sarebbe dovuta all’incapacità di far fronte alla crisi e di completare l’assetto istituzionale europeo. In particolare, «la Bce – creata col solo scopo di contenere l’inflazione – è diventata un’istituzione politica senza mandato, che può sostenere o far cadere i governi nazionali grazie a decisioni tecniche, poco comprensibili ai più». In secondo luogo, «l’Unione europea, pensata come strumento di armonia tra i popoli» si sarebbe trasformata «in una gabbia che aumenta, invece che diminuire, i nazionalismi», come dimostrano le affermazioni di Jeroen Dijsselbloem sui meridionali, che nemmeno Trump si sognerebbe di fare.

Sorprende, nell’analisi e nelle tesi di Zingales, la mancanza di rigore.

Quando si parla di cose serie, non ci si può limitare, come fanno i politicanti, a generiche allusioni. Si può sapere chi sono – nomi e cognomi – i cosidetti «europeisti che occupano le stanze del potere europeo», o i cosidetti «tecnocrati illuminati» che decidono tutto? Le fotografie dello scorso fine settimana a Roma, le firme sui documenti ufficiali, sono dei capi di governo dei 27 Paesi dell’Unione. Sono loro – i vari Merkel, Gentiloni, Rajoy, Tsipras – i tecnocrati illuminati? Tutte le decisioni in Europa vengono prese dal Consiglio dei ministri, cui partecipano i ministri dei governi dei Paesi membri (anche se qualche ministro poi si dimentica di esserci stato). Non sono forse questi ministri legittimati dai rispettivi sistemi democratici? Molte decisioni coinvolgono anche il Parlamento europeo. È forse composto da tecnocrati? La democrazia europea è sicuramente complessa, incompleta. Ma la versione secondo cui l’Europa sarebbe guidata da una tecnocrazia appare ridicola quanto uno slogan elettorale. Sarei anche curioso di sapere in che modo l’Europa «impedisce al consenso popolare di esprimersi nelle forme tradizionali»? Significa forse che non c’è democrazia nei nostri Paesi? O che i trattati europei non sono stati ratificati in modo democratico?

Sarei anche curioso di sapere quali e quanti governi sono stati sostenuti o rovesciati dalla Bce negli ultimi anni, e come mai nessuno, nemmeno nel Parlamento europeo, ne abbia chiesto conto in una delle sue numerose audizioni? Quale evidenza viene avanzata per provare il presunto atteggiamento eversivo dell’istituzione monetaria?

Quanto all’analisi, anche in questo caso manca di rigore. L’auto-citazione di Zingales si riferisce a un paper che usa i sondaggi di opinione (attenti!) di Eurobarometer fino al 2013. Quei dati mostrano in effetti che la crisi economica ha ridotto la fiducia dei cittadini nei confronti delle istituzioni europee, come la Bce. Si omette però di dire che la fiducia si è ridotta in misura maggiore nei confronti delle istituzioni nazionali, e che nella maggior parte dei Paesi questa è inferiore a quella verso l’Europa. Si omette anche di riportare che l’analisi evidenzia che «i cittadini europei rimproverano la Bce, ma non la moneta unica». In altre parole, forse non sono d’accordo con la politica della Bce, ma non vogliono rimettere in discussione l’euro. Ciò contraddice l’ipotesi secondo cui i comportamenti delle istituzioni europee favorirebbero un atteggiamento anti-europeo.

Quando l’economia va male, i cittadini sono scontenti, e se la prendono con le istituzioni e le politiche che mettono in atto. Non è così anche negli altri Paesi? Non è il sale della democrazia? Negli Stati Uniti la Federal Reserve è soggetta ad attacchi ben più violenti della Bce, basta vedere come il nuovo presidente ha trattato Janet Yellen, oppure le mozioni di vari repubblicani per cambiare lo statuto. Il tema dell’isolamento delle banche centrali («The only game in town», secondo Mohamed A. El-Erian), per mancanza di leadership politica, è generale, non solo europeo.

Infine, il paper di Zingales e altri si basa su dati vecchi e superati. L’ultimo Eurobarometro, del dicembre 2016, mostra una netta ripresa delle opinioni a favore dell’euro e dell’Unione europea dopo il 2013. L’Italia è una eccezione, ma questo è un tema a parte, che meriterebbe una analisi ancor più seria.

Zingales rimane scioccato dalle affermazioni di Dijsselbloem sui meridionali che spendono i soldi in donne e vino. Gli lascio il compito di indovinare quale esponente politico – italiano o straniero – si sia espresso in questi termini: «Senti che puzza scappano anche i cani stanno arrivando i napoletani, son colerosi, terremotati, voi col sapone non vi siete mai lavati». Quanto a Trump, basta googlare «Trump-dirty-mexicans» per aver un bella rappresentazione del linguaggio politico moderno. Tutto ciò non scusa Dijsselbloem, ma fa capire che il problema non è solo europeo.

Ma è sulla soluzione che vale la pena soffermarsi. Si deve fare come in America, una bella costituzione come nel 1787, per «superare gli egoismi nazionali»? Bella idea, in teoria, ma nella pratica? Ricordiamoci che siamo in democrazia. Per fare un nuovo trattato ci vuole il consenso di tutt’e 27 i Paesi. Se qualche Paese è contrario, come è il caso ad esempio per quel che riguarda il controllo dell’immigrazione, che vari Paesi dell’Est non vogliono delegare all’Unione, che si fa? Come si fa a superare i cosidetti egoismi nazionali? Si fa finta di niente? Si impone loro la visione degli altri? Ma non sarebbe proprio questo un atteggiamento da “tecnocrati illuminati”, che mal si riconcilia questo con la democrazia? Forse si può provare con le cooperazioni rafforzate, con un gruppo volenteroso di Paesi? Ma non è proprio quello che hanno sottoscritto i 27 “illuminati” sabato scorso a Roma?

Il problema dell’Europa, che alcuni fanno finta di non capire, è proprio che si basa sulla democrazia, e in democrazia bisogna convincere gli altri. E se non ci si riesce, bisogna continuare a provarci. Questa è la storia dell’Europa degli ultimi 60 anni. A forza di provare, di lavorare insieme, si è creata una unione di pace e di prosperità. Una unione che ha certo delle difficoltà, ma che vuole superarle con la cooperazione, non con la confrontazione tra Paesi. Anche perché, ricordiamolo, la costituzione nata a Filadelfia, che piace tanto, non era poi così perfetta. Non ha impedito una guerra civile pochi decenni dopo, non ha impedito a molti Stati di mantenere la pena di morte, né l’apartheid, non ha impedito le numerose crisi economiche e sociali degli ultimi 200 anni.

Gli europei l’hanno capito. L’hanno capito domenica scorsa nella Saarland e in Bulgaria, dieci giorni fa in Olanda e prima ancora in Spagna e in Austria. Anche grazie a Trump and Co., gli europei hanno capito che in pericolo non è solo l’Europa, ma la democrazia. E che l’Europa è la miglior difesa per le nostre democrazie.

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