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I pericolosi alleati della democrazia

L'Analisi|Interventi

I pericolosi alleati della democrazia

Televisione, giornali e internet fanno del bene o del male alla democrazia?
Da un lato, c’è una concezione decisamente positiva del ruolo dei mezzi di comunicazione. Come scrisse James Madison, uno dei founding fathers della Costituzione degli Stati Uniti: «Alla sola stampa, malgrado gli abusi che subisce, il mondo deve tutti i trionfi ottenuti dalla ragione e dall’umanesimo contro l’ignoranza e l’oppressione». I mezzi di comunicazione permettono ai cittadini di informarsi e di dotarsi degli strumenti per costruire e difendere la società civile.

Esiste anche una concezione dei media ben più cinica. Nel Mein Kampf troviamo un’affermazione raggelante: «Tramite un’astuta e costante applicazione della propaganda, possiamo far credere alla gente che il paradiso sia inferno, e il viceversa». Appena al potere, Hitler mise in pratica la sua filosofia, acquisendo un controllo ferreo della stampa tedesca e della nascente radio e utilizzandolo per imporre la sua ideologia infernale.

È nello spazio intellettuale tra queste due visioni estreme che opera una nuova disciplina: la political economy dei mezzi di comunicazioni. Creata all’intersezione di economia e scienze politiche nei primi anni duemila, è un campo di ricerca soprattutto empirico, che quantifica l’effetto positivo e negativo dei media sul processo democratico.

La prima, fondamentale, domanda da porsi è: quanta influenza hanno i mezzi di comunicazione sulle opinioni e sulle decisioni di voto dei cittadini. Ad esempio Ethan Kaplan della University of Maryland e Stefano Della Vigna di Berkeley hanno studiato l’effetto dello sviluppo a partire del 1996 di Fox News, un canale televisivo americano di proprietà del miliardario conservatore Rupert Murdoch.

Sfruttando il fatto che le trasmissioni iniziarono in alcune località prima delle elezioni presidenziali del 2000 e in altre località dopo le elezioni, i due economisti hanno stimato che la presenza del canale sposta circa mezzo punto percentuale di voto dai democratici ai repubblicani – sufficiente per cambiare l’esito di un’elezione presidenziale in bilico. Altri ricercatori hanno trovato effetti ancora più forti dovuti all’introduzione o l’eliminazione di reti televisive in altri contesti, tra cui la Russia di Putin.

Se i mass media possono influenzare, anche pensantemente, l’esito delle consultazioni democratiche, la seconda domanda da porsi è: esiste il rischio che vengano manipolati da forze politiche o economiche che vogliono perseguire un obiettivo politico? Si tratta della cosidetta cattura mediatica. Nella sua forma più estrema, è l’ambizione hitleriana di conseguire un controllo così totale dei mezzi di comunicazione da potere imporre qualsiasi idea all’opinione pubblica. In forme più moderate corrisponde invece al tentativo di pilotare i mass media in modo da dare risalto a certe notizie e mettere la sordina ad altre.

Un esempio ben documentato di cattura mediatica risale al Perù degli anni Novanta. Il braccio destro del presidente Alberto Fujimori intraprese una campagna “acquisti” dell’industria dell’informazione peruviana. Dai suoi libri contabili è emerso un sistema di pagamenti una tantum o mensili alla maggior parte delle reti televise e delle testate nazionali. La contropartita era una copertura favorevole o perlomeno non critica della presidenza Fujimori. In ultima analisi il tentativo di cattura non funzionò. Alcuni proprietari di media rifiutarono le tangenti e continuarono a offrire un’informazione imparziale fino alla caduta del governo Fujimori. In questo caso, per fortuna alla fine è prevalso Madison non Hitler.

Per quanto riguarda l’Italia, un articolo di Della Vigna, Durante, Knight e La Ferrara pubblicato recentemente sull’American Economic Journal esamina l’evoluzione della spesa pubblicitaria tra il 1993 e il 2009, un periodo in cui Silvio Berlusconi è al potere tre volte. La parte di spesa che va alle reti Mediaset aumenta nettamente durante i governi Berlusconi, soprattutto da parte di aziende operanti in settori ad alta regolamentazione. L’effetto cumulato sui profitti Mediaset è di circa un miliardo di euro.

Anche il servizio pubblico è soggetto a cattura mediatica. Ruben Durante e Brian Knight hanno studiato il tempo dedicato dai telegiornali italiani, pubblici o privati, a personaggi politici italiani di diversi schieramenti tra il 2001 e il 2007. Ovviamente i telegiornali Mediaset lasciavano molto più spazio a esponenti del centrodestra. Quello che è più interessante è come il Tg1 si sia spostato decisamente verso destra durante gli anni del governo Berlusconi.

Il servizio pubblico non è né una panacea né un veleno. Tutto dipende da come è strutturato. Occorre creare un sistema di governance che eviti la cattura proteggendo la direzione e i giornalisti da ingerenze politiche. La Bbc è l’esempio migliore. Il direttore è nominato da un trust indipendente, non dal governo britannico. Theresa May non ha strumenti per punire una Bbc troppo critica.

Per anni molti di noi hanno creduto che l’avvento dei social media avrebbe portato una democratizzazione dell’informazione e una nuova era di cittadini-giornalisti. Purtroppo la loro diffusione potrebbe anche aver introdotto un nuovo tipo di cattura, le fake news circolate da poteri occulti per pilotare, o forse solo confondere, il popolo dei social. Un’analisi recentissima di due ricercatori di Stanford cerca di quantificare il fenomeno e di capire quale effetto può avere avuto nel determinare la vittoria di Trump. Gli autori dello studio preparano una lista di “bufale”, metà delle quali è stata messa in circolazione durante la campagna mentre l’altra metà è inventata di sana pianta dagli autori, e chiedono a un campione di votanti se si ricordano e se credono ognuna di queste false notizie. Le fake news a favore di Donald Trump hanno avuto un effetto quattro volte maggiore di quelle a favore di Hillary Clinton. Però l’effetto totale è relativamente basso: l’americano medio è stato esposto a solo 0,92 bufale a favore di Trump.

Al lettore attento non sarà sfuggito che la maggior parte degli autori citati sono italiani. Non è un caso: la cattura mediatica è un’area in cui gli studiosi italiani hanno giocato e continuano a giocare un ruolo dominante, probabilmente perché la nostra storia nell’ultimo quarto di secolo è stata segnata da un potente, e second molti deleterio, intreccio tra potere politico, potere economico e potere mediatico.

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