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Investire non dissipare

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L'Editoriale|Italia

Investire non dissipare

Gli investimenti restano in Italia drammaticamente inferiori ai livelli pre-crisi (2007): -28% il totale, -38% le costruzioni. L’eccesso di risparmio rispetto all’investimento, riflesso nell’avanzo della bilancia dei pagamenti di parte corrente, sfiora il 3% del Pil. Ne risentono sia la domanda globale (-8%) e l’occupazione (-5%), sia la produttività del lavoro, il progresso tecnico, il trend della crescita.

La componente pubblica degli investimenti ancora nel 2009 era pari a 54 miliardi: 1/3 al disotto di quella francese, non lontana dai livelli tedeschi e spagnoli. Da allora un progressivo cedimento l’ha abbattuta a 36 miliardi (stima) nel 2016: 35% in meno (a prezzi correnti), un importo (poco più del 2% del Pil) appena sufficiente ad ammortizzare le infrastrutture esistenti.

L’inadeguatezza delle infrastrutture (fisiche e immateriali) è una delle principali cause del ristagno ultraventennale dell’economia italiana, della sua decadenza. Ciò che è financo più grave, la mancata messa in sicurezza di un territorio esposto a precipitazioni, frane, valanghe, terremoti offende la vita, la salute, la fiducia nel futuro, la coesione sociale dei cittadini. Non più della metà degli investimenti dello Stato e degli enti locali è volto a opere pubbliche, potenzialmente utili a limitare le conseguenze degli eventi catastrofici. Se l’effetto di produttività degli investimenti è notevole nel medio termine, quello sulla domanda lo è anche nel breve periodo. Secondo l’econometria dell’Imf, sotto favorevoli condizioni, il moltiplicatore di “buoni” investimenti pubblici – che trascinano gli stessi investimenti privati – può superare 2 nell’arco di due-tre anni. Al confronto, il moltiplicatore dei consumi pubblici, dei trasferimenti, della detassazione è molto più basso: in Italia non supera 0,7-0,8.

Se i due punti di Pil rivolti dal Governo Renzi a trasferimenti e sgravi a famiglie e imprese fossero stati investiti, l’aumento del Pil sarebbe risultato più che doppio rispetto al deludente 1% l’anno registrato dopo l’ultima recessione. Data l’elasticità al Pil del rapporto disavanzo pubblico/Pil (circa 0,5), l’investimento pubblico coperto all’avvio con debito può autofinanziarsi, ceteris paribus, in un biennio (“golden rule”). L’effetto espansivo non verrebbe meno neanche nel caso in cui l’investimento fosse alimentato con imposte.

È inaccettabile sul piano politico, e ancor più sul piano morale, l’obiezione secondo cui codice degli appalti inadeguato e rischio di corruzione devono consigliare a Governo ed enti locali prudenza estrema nell’investire, al limite dissuadendoli. Lo scorso anno gli enti locali, e segnatamente i comuni, hanno ridotto del 15% rispetto al 2015 i loro investimenti, a meno di 15 miliardi.

Non vi è altra via per rinvigorire l’esangue economia italiana. È la lezione di Keynes, che, contrariamente a quanto pensa chi non l’ha letto, aborriva il disavanzo dello Stato, il debito pubblico, lo “scavare le buche” e affidava l’investimento pubblico al controllo della composizione del bilancio.

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