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Come ripensare la tassazione fra lavoratori e robot

Le lettere

Come ripensare la tassazione fra lavoratori e robot

Gentile Galimberti,

per far fronte al grave problema della disoccupazione si è levata una voce molte forte, quella del premio Nobel per l’economia, Robert J. Shiller: «Tassare i robot, come un contribuente». La tecnologia accompagna da quasi tre secoli il lavoro dell’uomo, alleggerendolo e sostituendosi nelle attività più pericolose. Si pone un quesito, quale mezzo tecnologico o robotico rientrerebbe nella tassazione? Ci sono ormai tecnologie di cui l’uomo non può più fare a meno, mi viene in mente la capacità di calcolo e di elaborazione dei computer. Tassare di più per deviare le scelte degli imprenditori può essere fattibile, ma solo sulla carta, ma nella pratica? Certo immaginare un robot soggetto all’Irpef e tutelato dal sindacalista Terminator ci fa comprendere che non stiamo attraversando un bel momento. Rimane però aperto il problema della disoccupazione, forse sarebbe più semplice detassare il lavoro e diminuire le ore a cui noi tutti siamo vincolati. Non so se siano più fantascientifiche le mie ipotesi o le tasse sui robot!

Marco Nagni

Caro Nagni,

così come, per eliminare le complicazioni del divorzio sarebbe più semplice abolire il matrimonio, l’eliminazione del divario di tassazione fra lavoratori e robot si può realizzare al meglio abolendo la tassazione. Ipotesi allettante ma che, anche nella forma lieve di una riduzione delle tasse sul lavoro, trova controindicazioni nelle difficoltà dei bilanci pubblici.

Certo, la questione della tassazione dei robot è controversa. Chi la sostiene, dovrebbe giustificare la tassazione di tutti gli investimenti “labour saving” – che fanno rispamiare lavoro – a cominciare dai telai meccanici che a fine Settecento furono fracassati da Ned Ludd e compagni. Il fatto che di questa tassazione si parli molto di questi tempi dipende da due ragioni: da un lato, l’automazione, con i progressi dell’intelligenza artificiale, procede a ritmi impressionanti e fa temere (anche se il timore è probabilmente sopravvalutato) perdite epocali di posti di lavoro (umano). Secondo, i robot, visivamente, assomigliano a un essere umano molto più che un tornio.

Forse si possono mettere assieme le due ipotesi, che lei definisce «fantascientifiche» in chiusura della sua lettera. Per ridurre il divario di tassazione fra il lavoratore umano e quello robotico, si può tassare il secondo e destinare i proventi a ridurre la tassazione del primo...

fgalimberti@yahoo.com

La discussione aperta da Pierluigi Ciocca (Il Sole 24 Ore dell’8 aprile) e proseguita con l’intervento di Giampaolo Galli (Il Sole di ieri) risulta di grande interesse. Trovo tuttavia opinabile introdurre argomentazioni per le quali la spesa per investimenti pubblici sia sempre più produttiva rispetto ad altri interventi. Nei modelli econometrici può essere anche dimostrato che investimenti pubblici avrebbero generato più crescita di Pil che trasferimenti a famiglie o imprese.

Ma non può sfuggire che anche la variazione del monte salari può avere effetti virtuosi se rilancia i consumi.

Carmine Meoli

Roma

L’Italia e i giovani sembrano essere diventati una dicotomia. Passato e futuro paiono arroccati su posizioni di scontro, tra una generazione di diritti acquisiti e un’altra senza diritti, posizioni che in questi anni di crisi hanno poi costituito l’alibi per definire padri Orchi e figli Bamboccioni. Gli ultimi dati tratti dal Rapporto Giovani 2016 della Fondazione Toniolo evidenziano come in Europa l’Italia vinca la maglia nera per il più alto tasso di abbandono scolastico, il 15% dei nostri studenti non va oltre la terza media, il tasso di occupazione dei laureati tra i 25 e i 34 anni è del 62% (contro l’82% del resto d’Europa), tutti elementi determinanti nel costituire il peggiore dei record, quello della popolazione di Neet (giovani che non studiano e non cercano lavoro): sono circa 2 milioni in Italia. La scuola in questo panorama complesso può e deve fare la sua parte, soprattutto nel determinare un cambio di mentalità, ci siamo disabituati a sognare il meglio, a sognarci migliori, abbiamo prove dirette che testimoniano che oggi non si insegna e non si apprende più, ignoranza ortografica, e soprattutto storica, hanno determinato la perdita collettiva di identità. Se non sai più chi sei, difficilmente saprai immaginare chi sarai domani e in questi tempi di eccezionale crisi, ma anche di eccezionali opportunità perdere il treno della formazione significa essere fuori dall’ultima rivoluzione dei nostri tempi quella che gira attorno all’Economia della Conoscenza.

Angelo Bruscino

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