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Caravaggio avvicina Italia e Usa

Cultura & Società

Caravaggio avvicina Italia e Usa

Ci sono almeno tre punti di vista chiari, diversi eppure legati, che si delinano nell’osservare le due opere del Caravaggio esposte da ieri al Metropolitan Museum di New York. Il primo riguarda le opere stesse e la loro storia. Il secondo è il ruolo di una banca come Intesa Sanpaolo in relazione ad altri musei, Metropolitan in Primis. Il terzo, inevitabile, riguarda il ruolo della filantropia per la creazione di eventi indispensabili per affermare un nostro ruolo in un contesto di concorrenza culturale globale.

Le due opere esposte al grande museo americano sono “Negazione di San Pietro”, della collezione del Metropolitan, e “Martirio di Sant’Orsola”, dato in prestito da Intesa Sanpaolo. Sono due opere drammatiche, le ultime dipinte dal grande artista italiano prima della sua tragica morte sulle spiaggie di Port’Ercole. Dal confronto fra le due opere, esposte una di fianco all’altra per la prima volta dal 1985, è possibile riconoscere, lo stile essenziale, «se non addirittura radicale, rivoluzionario del Caravaggio» come ci dice Keith Christiansen, il curatore d’arte europea del Metropolitan. Continua: «Dal 1985 a oggi il mondo dell’arte è cambiato, vedere le due opere vicine oggi è molto importante». Ci consente di riconoscere in entrambi i quadri le pennellate, rapide, istintive del tardo Caravaggio. Sottolinea l’importanza dell’oscurità dello sfondo nero dal quale emergono figure che sembrano spettri di un mondo oppresso dal peccato e dal dolore: «Caravaggio aveva solo 40 anni quando lavorava a queste opere, ma il suo umore il suo pessimismo lo avevano già travolto». Si coglie quasi una premonizione della sua morte che sarebbe avvenuta da li a pochi mesi.

Il secondo punto di vista che emerge da questa mostra, riguarda la natura stessa di un accordo fra un grande museo globale e una istituzione finanziaria. Un accordo che a tutti gli effetti è fra “Museo e Museo”. Intesa Sanpaolo come ci racconta il presidente Gian Maria Gros-Pietro, a New York per l’inaugurazione, ha una collezione che raccoglie 20mila opere, una collezione molto diversificata, con ceramiche attiche della Magna Grecia, con oltre 500 icone russe e opere italiane di molti periodi: «Una collezione che diventa il filo conduttore della nostra storia» dice ancora Gros-Pietro identificando una missione: restituire qualcosa di importante alle comunità in cerca delle proprie radici e affermare nel contesto globale l’importanza della cultura italiana.

È lungo questa linea che la banca lascia spazio al museo. Nel contesto dell’esposizione non c’è solo il prestito di questo Caravaggio in arrivo dall’Italia, ma c’è uno scambio da Museo a Museo: il Met ha concesso a sua volta al museo della Banca a Napoli, a Palazzo Zevallos Stigliano, dove è normalmente custodito il Martirio di Sant’Orsola, un’opera del Caravaggio parte della sua collezione, “I Musici”, un dipinto giovanile, pieno di luce, di leggerezza, molto diverso dal periodo tardo più tetro da una parte, ma di grandissima forza e suggestione dall’altra.

È su questo ruolo “museale” che riflette Gros-Pietro. La Banca che guida ha costituito a partire da alcuni anni, in vecchie sedi di grande prestigio tre “Gallerie d’Italia” aperte al pubblico, oltre a Napoli, ce n’è una a Vicenza a Palazzo Leoni Montanari e a Milano nella vecchia e suggestiva sede della Comit in Piazza della Scala dove è esposta una collezione permanente che parte dall’Ottocento per arrivare fino al secolo scorso. Per dare un’idea di questo attivismo museale/culturale, Gros-Pietro ci ricorda che a Milano appena due giorni fa è stata inaugurata una mostra dedicata al secondo Novecento intitolata New York, New York, con opere di Fontana, Burri, De Chirico, Manzoni per mostrare l’influenza americana su importanti artisti italiani. Rileva che ci sarà in prospettiva espositiva anche un nucleo di artisti americani grazie alla donazione della collezione Agrati che include artisti del calibro di Andy Warhol, Jasper Johns, Robert Rauschenberg solo per citarne alcuni.

Infine il terzo livello: l’importanza della filantropia come elemento di fondo che consente di ampliare e diffondere il ruolo culturale del nostro paese. Filantropia che in Italia resta indietro rispetto ad altri Paesi e all’America in particolare. La donazione Agrati è un esempio di come le cose possano cambiare. La grande donazione di Paolo Fresco di 25 milioni di euro dell’anno scorso per la ricerca medica è un altro esempio. Oppure le donazioni della Fondazione Lavazza per la mostra su Burri. Ma anche per allestire la mostra inaugurata ieri al Metropolitan c’è stata la partecipazione di una fondazione, di una attività filantropica per l’Italia nata in America, la Foundation for Italian Art and Culture, fondata da Daniele Bodini, il Presidente, e guidata da Alain Elkann. L’obiettivo della Fiac è di portare opere uniche italiane anche in zone remote degli Stati Uniti. Se poi, come è successo ieri al Metropolitan a preparare il terreno è un’istituzione come Intesa Sanpaolo, con la sua predilezione per svolgere un ruolo comunitario attivo e con la forza di una grande collezione, tutto sarà più facile.

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