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La nuova trincea dei ragazzi della classe ’99

A TAVOLA CON Maria Cristina Messa

La nuova trincea dei ragazzi della classe ’99

Maria Cristina Messa professore ordinario di diagnostica per immagini all’universit di Milano-Bicocca. Dal 2013, rettore della sua universit. Dal 2015 membro della giunta della Conferenza dei rettori delle universit italiane, con delega alla ricerca. Dal 2011 al 2015, stata vicepresidente del Cnr.

Messa autore di oltre 180 pubblicazioni scientifiche, che hanno ricevuto pi di 6.000 citazioni, con una media di pi di 300 citazioni/anno negli ultimi 15 anni, compresi i documenti con pi di 110 citazioni ciascuno. Pi del 60% dei lavori scientifici sono nel primo quartile di “Web of Science”. La sua global H-Index 46.

In autunno, si iscriveranno all’universit i ragazzi del ’99. Nella reminiscenza degli studi liceali, Maria Cristina Messa - 55 anni e un sorriso aperto da ragazza milanese - riflette su questo parallelismo. I coscritti del 1899 che compirono 18 anni nel 1917 parteciparono alla Prima Guerra Mondiale. Cento anni dopo, l’Europa non in fiamme e non ridotta in macerie, ma tutto sta cambiando. I nostri figli sono equipaggiati per proteggersi e per farsi avanti nella tempesta del mondo? S, pi di quanto non si pensi. Messa - nella semplice eleganza di un vestito blu - osserva le cose dal suo ufficio di rettore dell’universit di Milano-Bicocca.

Fra il Nomos e il Khaos, prevale il Khaos. Negli Stati Uniti, dove ha vissuto per due anni fra Los Angeles e Philadelphia, Donald Trump procede come un bulldozer. In Inghilterra, dove rimasta per tre anni a Londra, la Brexit ha attivato la disgregazione – politica e morale, prima che economica e finanziaria – dell’unit europea, formatasi dopo la Seconda Guerra Mondiale per razionalizzare gli incubi e per smaterializzare i fantasmi dei nazionalismi. In giro, c’ paura.

Sul tavolo rotondo del suo ufficio, alle 9 della mattina, l’ospite accolto con caff espresso e succhi di frutta all’arancia, all’albicocca e alla pera, brioche alla crema e cioccolatini a forma di ovetti pasquali. Lei una delle sei donne su ottanta a occupare la posizione di rettore (ma non esageriamo con i luoghi comuni, in Inghilterra le donne rettori sono dodici su centoventi) e guida un ateneo che, nella decostruzione progressiva di un universo maschile se non maschilista come quello universitario, ha il 60% delle donne nella posizione di ricercatore (la media italiana pari al 55%) e il 30% delle donne fra i professori ordinari (la media nazionale il 21%).

Messa lavora con i giovani e sui giovani. Nel caos contemporaneo – sottolinea – dobbiamo operare per scegliere e distinguere, aggiungere e togliere, modificare e migliorare. Senza ideologie. Ma esercitando la responsabilit. Le scuole e le universit sono strategiche per la nostra comunit e per il nostro essere italiani. utile rendere i programmi pi coerenti con le richieste del mercato del lavoro. Ma anche giusto valorizzare la preparazione culturale e teorica di base che in Italia resta pi profonda e sedimentata rispetto, per esempio, agli standard anglosassoni.

Il nocciolo duro culturale crociano e gentiliano rimane valido. Anche se occorre migliorare nelle due Koin del mondo contemporaneo, la matematica e l’inglese. E vanno integrati i saperi trasversali, propri della realt anglosassone: la capacit di lavorare in gruppo e la risoluzione dei problemi, lo sviluppo delle abilit nelle relazioni e l’edificazione della leadership.

Nella citt che ospita l’Ultima Cena e che custodisce il Codice Atlantico, capisci per che la nostra matrice di lungo periodo – in fondo, la nostra speranza – resta “la bona teorica” di Leonardo da Vinci che, nonostante l’eterna transizione italiana e la dissipazione della ricchezza pubblica degli ultimi trent’anni, le nostre scuole e le nostre universit riescono ancora a fornire. Mia figlia Beatrice, che ha 21 anni, frequenta la Statale di Milano e mio figlio Giorgio, che ne ha 16, va al liceo. Sono aperti al mondo. E, nella vita familiare impostata da me e da mio marito Paolo, sono stati spinti a conoscere bene almeno una lingua, dato che l’italiano parlato da un numero limitato di persone. Io e mio marito, per, non abbiamo mai avuto la sindrome esterofila dei figli proiettati in maniera esclusiva e ossessiva sull’estero. Una sindrome esterofila che spesso si nutre dei timori per il futuro e dell’insoddisfazione per il presente provati dai genitori. Allo stesso modo, Maria Cristina ragiona con buonsenso sulla questione degli insegnamenti universitari in inglese: Devono coesistere italiano e inglese nell’insegnamento, a seconda del corso di studio. E questo non vuol dire che stiamo perdendo la lingua e l’identit. L’inglese, per esempio, viene proposto per corsi magistrali e dottorati, quindi per i livelli pi alti della ricerca, e non per corsi di laurea triennali.

Il cosmopolitismo di maniera – nuova versione professional e anglicizzante del “Signora mia” arbasiniano – ammorba e attecchisce nella fragilit culturale e nelle paure, individuali e collettive. Oggi il Paese sempre pi marginale sulle cartine della geo-politica. Il nostro Sud sprofonda. Il Mediterraneo instabile. L’Europa segnata dai populismi. Tuttavia, in questa Milano insieme terziaria e neoindustriale – nel quartiere dialogano lo spirito di Alberto e Leopoldo Pirelli e il razionalismo estetico di Vittorio Gregotti, l’arte contemporanea dell’Hangar Bicocca e i laboratori di Ricerca e Sviluppo della Pirelli – la malattia italiana sembra avere una minore intensit.

L’anima nazionale oscilla fra la depressione generalizzata e la sovraeccitazione rapida e fugace. Il pendolo scuro fra i due opposti esiste anche a Milano. Ma, quando si muove, ha un ritmo meno rapido e sincopato. Spesso fermo. E lascia spazio al metronomo – ritmato, ma non ossessivamente annichilente – dell’assimilazione alle migliori forme tecno-industriali, culturali e artistiche della nostra Europa.

“Milano sta vivendo un momento felice. Non solo nell’economia e nella ricerca. Lo sta facendo anche nella sua anima pi profonda. Quella della gente comune”

Cristina Messa, rettore dell’Universit di Milano Bicocca 

Messa nata a Monza, ma cresciuta a Milano in Via Leopardi, vicino al Castello Sforzesco: Milano sta vivendo un momento felice. Non solo nell’economia e nella ricerca. Lo sta facendo anche nella sua anima pi profonda. Quella della gente comune. Io ho vissuto a Los Angeles e a Londra. In entrambe le citt avevo la sensazione dell’affastellarsi e dell’appaiarsi di comunit diverse. Gli intellettuali con gli intellettuali. Il ceto medio con il ceto medio. I poveri con i poveri. A Londra respiravi l’elitarismo. A Los Angeles, appena uscivi dalla ristretta cerchia dell’educazione di alto livello, potevi toccare con mano l’alienazione. Milano, invece, come la sua metropolitana: senti parlare in ogni lingua. E tutti si capiscono. Nonostante la durezza di alcuni quartieri e la necessit di non lasciare indietro nessuno, hai l’impressione di una comunit articolata, ma alla fine unica e coesa.

In qualche maniera, dunque, Milano non rappresenta soltanto un codice economico e sociale anomalo rispetto alla media italiana, con la sua internazionalizzazione e il suo inserimento nei network delle grandi citt globali. Milano anche uno stato d’animo. Alcuni giorni malinconico – perch sempre una citt di quell’Italia dove, dal 2008, si dissolto il 20% dell’apparato industriale, i disoccupati sono un milione e mezzo in pi e il rapporto fra il debito pubblico lordo e il Pil lievitato di 30 punti – ma comunque vitale e con una idea – un desiderio – di futuro.

Nell’inverno del nostro scontento, occorre operare per scegliere e distinguere, aggiungere e togliere, modificare e migliorare. Serve una medicina per guarire. Non una pozione magica. Maria Cristina Messa adesso guida un ateneo. mamma e moglie. Ha fatto ricerca e ha insegnato – ordinario di diagnostica per immagini – e torner a farlo nel 2019, alla scadenza del mandato da rettore. Dal 1986, ha lavorato in ospedale e in laboratorio al San Raffaele di Milano e, nel 2005, diventata primario al San Gerardo di Monza. La spesa sanitaria italiana vale il 7% del Pil. Quella americana il 17 per cento. La nostra costa meno. E offre una qualit migliore. Il carattere universale del servizio non per pi sostenibile finanziariamente. Le terapie mutano. E siamo indietro nella prevenzione, sottolinea Maria Cristina. Che per aggiunge: Il nostro modello non va eliminato. Va modificato. E racconta: Ricordo ancora il volto di una bimba di sei anni con un tumore cerebrale. E i ragazzi dei primi tempi dell’Aids, quando bisognava capire l’origine, tumorale o infettiva, delle patologie ad esso connesse. Alla fine conoscevi loro e i loro familiari. Da noi cos. Gli ospedali americani sono, invece, gestiti dagli impiegati amministrativi e dagli infermieri. I medici sono meno presenti. Molti passaggi, inclusa la consegna dei referti, risultano pi anonimi e burocratici. Io ricordo le facce di chi ho visto morire.

Anche questa vicinanza agli altri c’entra con il nostro modello. Da noi gli adulti – molti, non tutti – hanno paura. I ragazzi si guardano attorno. Bisogna aggiustare le cose. Non buttarle via. Guarire. Accudire le anime. Non negarle. Da un ufficio al quarto piano di una universit di Milano – variante meno lesionata dalla contemporaneit del paradigma italiano – capisci che in fondo per il Paese vale quanto scriveva per ogni uomo un milanese d’adozione come Pier Vittorio Tondelli, nel finale di uno dei racconti di “Altri Libertini”: Sulla mia terra, semplicemente ci che sono mi aiuter a vivere.

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