Mondo

Gli Usa di Trump in crisi di intelligence

SICUREZZA E 007

Gli Usa di Trump in crisi di intelligence

Afp
Afp

Donald Trump ha una crisi di intelligence. Le tensioni tra il presidente e i servizi segreti americani hanno marcato profondamente i primi mesi del suo mandato. Altri presidenti sono stati accusati di manipolare i servizi, fino a George W. Bush per legittimare la guerra in Iraq. Altri presidenti li hanno criticati, a cominciare da Nixon che li apostrofò come «pagliacci». Ma da quando il moderno esercito degli 007 ha debuttato - nel 1947 con la nascita della Cia per mano di Harry Truman e del suo National Security Act volto a scongiurare future Pearl Harbor e attacchi sovietici in patria e in Europa -, nessun’altra Casa Bianca ha avuto relazioni alrettanto burrascose. Che minacciano di lasciare “cieca” una politica estera già tallone d’Achille di un Commander-in-chief in difetto d’esperienza e alle prese con focolai destabilizzanti quali Corea del Nord e Siria.

L’intervento, limitato, contro Damasco è parso riallineare l’Amministrazione con le più tradizionali preoccupazioni di sicurezza nazionale, riportando in auge protagonisti militari e marginalizzando esponenti imprevedibili della destra radicale quali il consigliere Steve Bannon e rintuzzando le tendenze più isolazioniste dell’amministrazione. Ma affidarsi al Pentagono non è facile sostituto di deliberati processi di formazione di decisioni e strategie, che hanno radici in dati e giudizi di intelligence. Dal Dipartimento della Difesa dipende solo metà della costellazione dei servizi. E analisti ed ex esponenti della Cia, gli 007 americani per eccellenza, sottolineano che il solco tra la più vasta e complessa intelligence community e Trump rimane profondo, dominato dallo spettro di una continua sfiducia reciproca.

«I rapporti sono difficili. Non siamo davanti a una nuova partenza, il presidente è profondamente scettico sul valore dell’intelligence. Anche se la sua promessa di metter mano a drammatiche riforme in questo campo, già ardua fin dall’inizio, è ferma per il prevedibile futuro», dice Loch Johnson, docente alla School of International Affairs della University of Georgia, autore di volumi sulla sicurezza nazionale e per anni nello staff delle commissioni di Intelligence del Congresso. I sintomi della crisi si sono moltiplicati nei mesi di presidenza, a volte sotterranei, spesso ben visibili. Michael Hayden, ex direttore della Cia sotto George W. Bush e della National Security Agency, l’organismo preposto alla sorveglianza elettronica, sia con Bush che con Clinton, ha preso carta e penna per scrivere sul New York Times che «è duro immaginare una transizione più turbolenta». Ancora: un veterano della Cia dal 2006, Edward Price, ha compiuto la scelta di rassegnare pubblicamente le dimissioni denunciando di «non poter lavorare in buona fede per questa amministrazione come professionista dell’intelligence».

Né può bastare il ripensamento sulla Russia che ha accompagnato l’intervento siriano, probabilmente inevitabile. L’originale idea di Trump di un riavvicinamento con Mosca, ha sottolineato sempre al Times l’ex funzionario dei servizi Philip Gordon, non teneva conto di «interessi incompatibili», con Mosca che cerca di entrare sempre più in gioco in Medio Oriente come in Europa. Ripensamenti e “svolta” siriana sono tuttavia considerate men che promettenti da Paul Pillar, analista Cia sul Medio Oriente e collaboratore della rivista conservatrice di ispirazione “realista” in politica estera National Interest. «Trump non è un baluardo in grado di evitare azioni dannose per gli interessi americani», ha affermato accusandolo di agire con stile da campagna elettorale senza considerare conseguenze di lungo periodo. Il disagio strategico, aggiunge Pillar, potrebbe essere colmato dai generali, ma la loro agenda è parziale. «Questo metodo decisionale si focalizza su ciò che può venir definito obiettivo militare, con insufficiente attenzione alla domanda se simili obiettivi avanzino o meno gli interessi nazionali». Pillar non lo esplicita, ma il timore è che ombre di aggressività «neocon» possano riapparire anche in assenza di ambizioni strategiche. Sono ombre che fanno discutere sul significato dell’escalation con Pyongyang, che qualcuno teme diventi una “crisi di missili di Cuba” al rallentatore con poche soluzioni pronte, nessuna incoraggiante: attacchi militari preventivi (con pericoli di guerra), sanzioni e pressioni diplomatiche (finora futili) o dialogo diretto, difficile da immaginare.

L’avvenuto scollamento tra Casa Bianca e intelligence ha molteplici ragioni, non sempre riconducibili a Trump. Una delle polemiche più evidenti è esplosa sull’interferenza russa nelle elezioni statunitensi. La Cia ha scoperto informazioni sul ruolo dei servizi del Cremlino a favore di Trump fin dalla scorsa estate. Anche se la sua convinzione fu mitigata dalla più cauta tesi dell’Fbi che vedeva genericamente intrusioni per screditare il processo democratico. Trump ha visto simili conclusioni come un tentativo di delegittimare la sua vittoria a sorpresa e ha reagito indurendo lo scetticismo per l’intelligence, già delineato in campagna elettorale.

Da presidente ha aggravato il distacco lasciando scolpite battute quali il paragone degli agenti americani al Terzo Reich in riposta a fughe di notizie sulle relazioni pericolose con la Russia di suoi stretti collaboratori, quali l’ex consigliere Mike Flynn. Ha accusato i servizi, senza prove, di essersi prestati a spiarlo illegalmente per conto del suo predecessore Obama. E una visita al quartier generale della Cia a Langley l’ha visto rendere omaggio al proprio successo alle urne anziché al lavoro degli 007.

Con la “rottura” è scattata una chiamata a nuove, grandi riforme dell’intelligence community. Simili sforzi sono una costante della politica americana. Frutto di polemiche sull’efficacia dei servizi - Tim Weiner nella sua storia della Cia Legacy of Ashes ne descrive l’inadeguatezza fin dalla nascita e dal titolo, preso in prestito da un amaro commiato di Eisenhower - e di battaglie per coordinare un universo che comprende 16 agenzie. Otto sono legate al Pentagono e quasi altrettante civili, alle quali si affianca l’indipendente Central Intelligence Agency. All’indomani dell’11 Settembre 2001 l’apparato fu riorganizzato - con l’Intelligence Reform and Terrorism Prevention Act del 2004 - per favorire un’integrazione e dar voce unica alla comunità. Il neonato Direttore nazionale dell’Intelligence prese il posto del direttore della Cia nel Consiglio per la Sicurezza nazionale. Ma ulteriori correzioni di rotta da allora restano in discussione al cospetto di faide interne e carenze: l’ultimo direttore della Cia, John Brennan, ha scosso i ranghi unificando analisti, agenti segreti e hacker in una decina “cellule” tematiche o regionali.

Le idee di riforma contemplate da Trump, tuttavia, sono controverse. Prevedono, oltre a retromarce alla Cia, di eliminare il Direttore nazionale dell’Intelligence e di tagliare fuori il più possibile l’intelligence quale “intermediario pensante”, per far sì che il presidente prenda più controllo della “raw intelligence”, di informazioni senza valutazioni e contesto, ipotesi osteggiata dai professionisti dei servizi. Inizialmente Trump aveva anche escluso il Director of National Intelligence dagli invitati permanenti al Consiglio di Sicurezza nazionale. Un atteggiamento sprezzante di Trump, soprattutto, rischia di lasciar spazio a nuove spinte alla politicizzazione dell’intelligence. Il segno si intravede nelle nomine: alla Cia l’ex deputato Mike Pompeo, fedele dei Tea Party che ha fatto carriera con le crociate contro Hillary. E Dan Coats, ex senatore repubblicano dell’Indiana, quale Direttore dell’Intelligence.

Johnson sottolinea come dei 23 direttori della Cia solo cinque siano stati di estrazione strettamente politica. Quello forse di maggior successo fu un moderato con una provata esperienza: George H.W. Bush a metà degli anni 70. L’opposto fu vero per William Casey, ex manager della campagna elettorale di Reagan: da capo della Cia invischiò l’agenzia nello scandalo Iran-Contra. In anni più recenti gli scontri sull’intelligence sono proseguiti. Il democratico George Tenet, nell’agosto 2001, lanciò un allarme premonitore e vano su Osama bin Laden che intendeva colpire gli Usa per poi perdere credibilità quando su pressione neocon avallò l’esistenza degli arsenali di distruzione di massa di Saddam Hussein. Fu seguito da un parlamentare repubblicano, Porter Goss, e sotto Obama da Leon Panetta, che dovette traghettare la Cia fuori dal “buio” di torture e prigioni segrete. Questo mentre anche la Nsa del Pentagono veniva scossa dallo scandalo della sorveglianza illegale di massa svelata dalla talpa Edward Snowden.

L’intelligence ha un passato sfregiato da cicatrici, ma ignorare il suo apporto, per quanto discusso, potrebbe portare la Casa Bianca a correre maggiori rischi o rischiare nuovi drammi. «La storia dimostra che è pericoloso quando la Cia sbaglia - ha commentato Wiener - ma che è ancor peggio se un presidente non le crede quando ha ragione».

© Riproduzione riservata