Commenti

May, mossa cinica ma servirà a fare più chiarezza

l’editoriale

May, mossa cinica ma servirà a fare più chiarezza

Theresa May  - Reuters
Theresa May - Reuters

L'inevitabile è successo: contraddicendo tutta una serie di sue precedenti dichiarazioni il primo ministro britannico Theresa May ha chiamato il suo popolo alle urne in un'elezione generale per cercare di ottenere un robusto mandato in vista dell'inizio dei negoziati di uscita dall'Unione Europea.

Finalmente, perché il referendum consultivo del giugno 2017, con il quale il 51,9% dei votanti (cioè meno del 37,5% degli elettori) ha scelto la Brexit, di robusto aveva ben poco in una democrazia parlamentare come il Regno Unito. La cosa è stata subito ovvia ad ogni cittadino britannico di buon senso, ma non al governo di Theresa May, che ha portato la questione fino alla Corte Suprema, per sentirsi inevitabilmente dire a più di sei mesi dal referendum che in una democrazia parlamentare il parlamento è sovrano e l'esecutivo non può tagliarlo fuori dalle decisioni sul destino della nazione a seconda dei suoi umori. Certo, si può sempre cambiare il tipo di democrazia a seconda degli umori di chi detiene il potere di fatto, ma non è questa l'orgogliosa tradizione britannica.

Finalmente, perché il sì e il no ad un referendum possono servire al popolo per abbattere e mantenere qualcosa che già esiste ma non per costruire qualcosa di alternativo. In una democrazia parlamentare il futuro è disegnato da rappresentanti liberamente eletti dal popolo, dopo una campagna elettorale in cui i canditati spiegano quello che faranno se eletti. Il refendum sulla Brexit ha rivelato che poco più di un terzo degli cittadini di sua maestà voleva lasciare l'Unione Europea. Le successive analisi del voto hanno fatto capire che dietro a questa volontà si celavano ragioni a volte molto diverse con un unico denominatore comune: l'insoddisfazione per la situazione attuale, spesso legata a circostanze personali con una forte connotazione geografica.

Durante la campagna referendaria i fautori della Brexit hanno additato il solito sospetto: lo “straniero” nelle sue molteplici (e spesso contraddittorie) stereotipate incarnazioni: non solo il criminale senza tetto né legge, l’immigrato alla disperata ricerca di un lavoro sottraendolo ai nativi, la sua famiglia palla al piede del sistema sanitario nazionale, il plutocrate della City, il burocrate di Bruxelles, ma anche l’intellettuale cosmopolita, lo scienziato liberale, l’artista anticonformista, il giovane irrequieto aperto al mondo, ecc.ecc. Con la Brexit, promettevano, riprenderemo il controllo dei nostri confini, del nostro futuro e così tutti i problemi saranno risolti.

Poi, con tua grande sorpresa, vinci e ti accorgi che devi dare a chi ti ha fatto vincere quello che hai promesso. Capendo di non avere nessuna possibilità di riuscirci, all’indomani del referendum i più noti vincitori e vinti si sono tutti subito dimessi o ritirati in una serie di imbarazzanti siparietti. Chi li ha sostituiti ha traccheggiato per mesi, rifiutandosi di chiarire al popolo e al parlamento che cosa aveva in mente di fare. Come pare abbia detto ad un certo punto il leader indipendista scozzese, non mi potete accusare di voler sabotare il piano del primo ministro, semplicemente perché il piano non esiste.

La risposta del primo ministro è sempre stata la stessa: Brexit significa Brexit, l’obiettivo è il miglior risultato possibile, non rivelo il piano per non dare un vantaggio negoziale all’Unione Europea. A distanza di dieci mesi dal referendum siamo ancora lì, con l’ulteriore incognita di un parlamento diviso di cui la Corte Suprema ha ratificato l’ovvia centralità. Ecco allora la scommessa odierna: voto anticipato nella speranza di una vittoria senza se e senza ma che faccia a Theresa May due regali: un’investitura personale (il popolo britannico aveva eletto David Cameron e non lei) e un chiaro mandato su che tipo di Brexit il popolo britannico vuole (si era espresso a favore dell’uscita ma non su che tipo di uscita).

Viva Theresa May dunque? Sì e no. Sì, perché il primo ministro dà finalmente al Regno Unito la possibilità di discutere democraticamente del suo futuro in modo specifico nell’ambito di una compagna elettorale che i cittadini ora capiscono di importanza vitale. No, perché in un’elezione indetta in meno di due mesi molti sentono puzza di cinico opportunismo politico: in questo momento il partito del primo ministro sembra essere il solo possibile vincitore, soprattutto (anche se non solo) per demeriti del principale partito di opposizione.

La campagna rischia quindi di risolversi in uno sterile dibattito su quale candidato primo ministro sia il meno peggio, con scarso approfondimento delle pressanti questioni di merito. Questo sarebbe un male, per il Paese ma anche per la stessa May alla cui strategia (qualunque essa sia) potrebbe solo giovare un confronto aperto, una specie di “riscaldamento” prima della partita negoziale con l’Unione Europea.

Quali sono queste pressanti questioni? Mi soffermo solo su quelle economiche. Che il Regno Unito pagherà un prezzo per l’uscita dall’Unione Europea è la conclusione di tutti gli studi sensati sugli effetti di medio-lungo periodo della Brexit. Le questioni sono solo quanto si dovrà pagare e chi pagherà. Lo stesso mantra del miglior risultato possibile ne è un’implicita ammissione da parte di Theresa May. Non solo, ciò che sembrava possibile al governo all’indomani del referendum (cioè l’accesso al mercato unico per banche e imprese britanniche senza però la libertà di movimento delle persone dietro un parziale contributo alle casse dell’Unione Europea) si è rivelato in realtà impossibile. Anche questo era stato subito ovvio ad ogni cittadino britannico di buon senso, ma non al governo di Theresa May.

Quanto pagherà il Regno Unito e chi pagherà? Insieme ai miei colleghi del Centre for Economic Performance della London School of Economics, me ne sono occupato prima, durante e dopo il referendum, analizzando vari scenari, dal più ottimista descritto sopra al più pessimista in cui Regno Unito e Unione Europea non avranno alcun rapporto commerciale preferenziale (la cosiddetta “Hard Brexit” che sembra sempre più essere l’unico esito possibile).

Considerando solo le implicazioni delle nuove barriere commerciali (soprattutto quelle non-tariffarie) con l’Unione Europea in termini di perdita di efficienza nell’allocazione delle risorse attualmente disponibili, la perdita di reddito pro capite varia dall’1,3 al 2,7%. Se si aggiungono poi anche le implicazioni derivanti dalla riduzione degli investimenti dall’estero e degli altri fattori di crescita, il conto sale dal 6,3 al 9,4% (circa un decennio di crescita perduta ai ritmi italiani). Queste perdite sono distribuite più o meno equamente tra famiglie povere e famiglie ricche, con scarsi effetti in termini di riequilibrio della disuguaglianza sociale.

Un recentissimo studio dell’università di Groningen in Olanda conclude che non esiste alcun accordo di libero scambio con Paesi extra-europei che possa compensare ciò che il Regno Unito perde dall’uscita dall’Unione Europea.

Ed ecco l’ultimo tassello che spiega la scommessa di Theresa May. Oggigiorno per legge nel Regno Unito le elezioni avvengono inesorabilmente ogni cinque anni, a meno che due terzi del parlamento non approvino la proposta del governo di averne una prima o il primo ministro non proponga un voto di sfiducia su sé stesso. Se Theresa May vincerà più dei due terzi dei seggi a giugno (cosa possibilissima nel sistema britannico di maggioritario secco) sarà sicura che spetterà a lei decidere se restare o meno primo ministro per almeno altri cinque anni. Il che per un politico democraticamente eletto è sempre meglio che correre il rischio di una defenestrazione alla scadenza naturale del 2020, quando la dura realtà dei negoziati e della delocalizzazione di imprese e banche potrebbe essere diventata molto più difficile da esorcizzare con i mantra.

Può darsi che gli elettori fossero coscienti dei relativi costi economici quando hanno votato per la Brexit e abbiano quindi deciso che i benefici non economici (p.es. maggiore sovranità nazionale e meno immigrazione) più che compenseranno quei costi. I sondaggi suggeriscono tuttavia che, al momento del voto referendario, i cittadini non pensavano di dover affrontare alcuna perdita economica in caso di uscita dall’Unione Europea.

Il partito di Theresa May (che aveva indetto il referendum) lo sa molto bene e cerca un’investitura di cinque anni adesso prima di avventurarsi nel vicolo cieco della Hard Brexit verso cui ha già avviato il Paese.

© Riproduzione riservata