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Statuti fiscali a misura di multinazionali

Strategie per la crescita

Statuti fiscali a misura di multinazionali

L’economia italiana nel 2017 dovrebbe crescere poco sopra l’1% livello annuale proiettato nel recente Def fino al 2020.A quella data saremo già alla metà della XVIII legislatura mentre adesso la XVII si avvia alla sua naturale conclusione nella primavera del 2018.Il Def si colloca a cavallo di questi due snodi politici delineando un bilancio dal 2013 ad oggi e programmando un futuro triennale. Al di là delle urgenze presenti(tra cui la “manovrina”) è bene riesaminare singoli aspetti delle riforme italiane fatte per rilanciare una economia piena di dualismi tra forze e debolezze.E quindi sempre a rischio.

Obiettivi su tre periodi

Spesso in politica economica si ragiona per obiettivi, vincoli e strumenti.Un metodo che potrebbe essere utile per un’analisi accurata del periodo 2013-2018. Con una semplificazione distinguiamo tre periodi e tre accentuazioni.

Il primo periodo è quello del Governo Monti che firma il Def del febbraio 2013.Il suo obiettivo fu quello di tamponare la crisi dei nostri titoli di stato nel clima del nuovo «fiscal compact» e con i mercati in fibrillazione.La stretta fiscale fu durissima ma allora la Commissione europea era molto rigida e l’azione protettiva della Bce ancora limitata.Per questo periodo rimane aperto il quesito se non sarebbe stato meglio chiedere l’intervento del fondo salva stati europeo per le nostre banche come ha fatto la Spagna.

Il secondo periodo con il Governo Renzi-Padoan sposta nettamente l’accento sull’obiettivo di medio termine di rilancio della crescita e dell’occupazione, della produttività e della competitività con l’obiettivo intermedio di mitigare degli effetti sociali ed economici della durissima crisi iniziata nel 2009. Le riforme strutturali diventano gli strumenti essenziali a tali fini dopo che il breve Governo Letta del 2013-14 aveva iniziato la transizione dal rigore alla crescita.

Il terzo periodo è quello che stiamo vivendo ora e che si concluderà con le elezioni del 2018. Il principale baluardo per evitare che le spinte elettoralistiche prevalgano è il Ministro dell’economia Padoan che dovrà misurarsi con vincoli e strumenti per l’obiettivo di crescita e competitività privilegiato dal 2014.

I vincoli esogeni ed endogeni

I vincoli sono quelli esogeni di finanza pubblica codificati dalla Ue e dalla vulnerabilità sui mercati del nostro debito pubblico e quelli endogeni di un sistema Paese inefficiente e costellato da rendite di posizione non compensate dalla forza di imprese soprattutto quelle di una manifattura competitiva.

Spesso ci siamo lamentati dei vincoli esogeni posti dalla Ue che tuttavia non hanno rappresentato per l’Italia un fattore di aggravamento della nostra crisi se si tiene conto del nostro debito pubblico. Infatti Padoan è riuscito con pazienza e professionalità ad ottenere dalla Commissione europea ampi margini di flessibilità di bilancio portando avanti nel contempo proposte di modifiche nel governo della eurozona e della Ue ribadite anche nel Def 2017.Tre supporti complementari hanno reso più efficace l’azione di Padoan in Europa: Renzi con la sua assertività a favore della crescita; Juncker che, con la sua solida concretezza nella stessa direzione,s’è sottratto alla morsa degli euro-rigoristi attenuando il fiscal compact e lanciando il Piano di investimenti europeo; Draghi che con la politica monetaria ha ridimensionato il vincolo del debito.

La Ue e alla Uem vanno però criticate per non aver adottato politiche unificate tese acontrastare la crisi e a rilanciare la crescita con gli investimenti limitandosi invece ai soccorsi con il fondo Esm.

I vincoli endogeni italiani sono stati e sono i più duri.Perchè le riforme strutturali delle quali nel Def 2017 si dà conto in vari casi non hanno raggiunto risultati conclusivi.Lo rileva la Commissione Europea nel suo Rapporto sull’Italia del febbraio. Rimane così una «fiscalità occulta» che grava su imprese e cittadini a causa dall’intreccio tra burocrazia e normazione farraginose che spesso insabbiano le riforme legiferate.

Il coraggioso tentativo di Renzi di usare la scorciatoia delle riforme costituzionali ha purtroppo consumato molte energie politiche che potevano essere concentrate su settori specifici

Strumenti per la competitività

Tuttavia alcuni risultati importanti sono stati ottenuti. L’obiettivo competitività (e con questa la produttività interna e l’attrattività esterna) italiana è stato chiaro dall’inizio per Padoan che l’ha perseguito con un alleggerimento selettivo della tassazione. Non è tanto la riduzione della pressione fiscale dal 43,6% del 2013 al 42,3% del 2016(al netto della riduzione Irpef di 80 euro per i redditi medio bassi)che colpisce quanto gli alleggerimenti su Irap,Imu,Ires e quelli sugli ammortamenti che hanno sostenuto gli investimenti. Importante è anche la detassazione del salario di produttività. Ed infine la spinta all’innovazione tecnologica con il credito d’imposta per gli investimenti in ricerca e sviluppo e il patent box sono stati importanti.Il Def 2017 conferma per il triennio 2018-2020 le misure per aumento degli ammortamenti su nuovi beni strumentali e l’iperammortamento al 150% per quelli ad alto contenuto tecnologico aumentando anche il credito di imposta per gli investimenti in ricerca e sviluppo intra muros. Adesso anche Industria 4.0 dovrebbe spingere investimenti e innovazione e portare, secondo il Mef,ad un incremento del Pil rispetto allo scenario di base dell’1,2% dopo 5 anni e dell’1,9% dopo 10 anni.

Debolezza e forza dell’Italia

L’Italia è in forte ritardo nell’innovazione sistemica e nella dinamica della produttività. Per recuperare, deve alleggerire di più il cuneo fiscale e contributivo sui fattori di produttività come richiesto dalla Commissione e far leva sui nuclei forti della nostra manifattura che ha surplus commerciali sull’estero da record storici e secondi solo alla Germania. L’Italia può potenziare questo modello creando degli “statuti” fiscali, amministrativi e giurisdizionali fortemente semplificati ed incentivati che da un lato moltiplicherebbero le nostre multinazionali flessibili e dall’altro attrarrebbero dall’estero imprese che apprezzano il nostro capitale umano.

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