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Se alla Pa manca ancora l’Anagrafe digitale

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Se alla Pa manca ancora l’Anagrafe digitale

(Imagoeconomica)
(Imagoeconomica)

La trasformazione digitale della Pubblica amministrazione rischia di diventare un puzzle impossibile, in cui manca il pezzo centrale, l’Anagrafe nazionale della popolazione residente, e i tasselli intorno non riescono a incastrarsi. L’immagine emerge con nitidezza dalla ventina di audizioni fin qui svolte dalla Commissione parlamentare di inchiesta sul livello di digitalizzazione e innovazione delle Pa.

Per ora sono solo 4 su 7.981 i Comuni già entrati nella banca dati unica digitale. Senza Anagrafe unica, denunciano i Comuni, lo Spid (la password unica per l’accesso ai servizi della Pa) non decolla. Senza Anagrafe unica, incalza il Poligrafico dello Stato, la nuova carta di identità elettronica resterà un lusso per pochi. Un incrocio di ritardi, costi imprevisti e complessità tecnologiche forse sottovalutate sta frenando la digitalizzazione della macchina pubblica.

Il nuovo contratto Interno-Sogei

Diego Piacentini, nominato nel 2016 Commissario straordinario per l’attuazione dell’Agenda digitale dall’ex premier Renzi, ha tra gli altri compiti quello di sbloccare l’Anagrafe (Anpr) definendo insieme a ministero dell’Interno e Sogei un nuovo contratto con nuove specifiche tecniche per andare incontro alle difficoltà dei Comuni. Ma il tempo corre. Piacentini, senior vice president international di Amazon in aspettativa, ha un incarico biennale che scade a settembre 2018 e non commenta la notizia di una presunta evasione fiscale di Amazon in Italia per 130 milioni (si veda articolo a pagina 9) mentre, attraverso il Team di Palazzo Chigi per la trasformazione digitale, in merito all’Anpr fa sapere che «siamo alla discussione degli ultimi dettagli» del contratto con Sogei. Quanto al nuovo Piano triennale della Pa digitale, che dovrebbe fare da cornice ai nuovi obiettivi e rilanciare tutta la strategia, «è stato finalizzato e siamo nella fase di discussione con gli interlocutori istituzionali», la scadenza iniziale di marzo è però già superata: «Pensiamo che sarà pubblicato entro giugno».

Obiettivo slittato di due anni

A quel punto stando alla nuova scadenza resteranno 18 mesi per far migrare tutti i Comuni in Anpr, con due anni di ritardo netto rispetto all’obiettivo originario che era stato fissato al 2016. Quando l’Anpr sarà pienamente operativa, i cittadini potranno accedere a tutte le proprie informazioni anagrafiche tramite l’identità elettronica Spid e tutti i soggetti che ne hanno diritto potranno collegarsi al sistema per consultare le informazioni, sgravando i Comuni delle relative richieste. Solo quattro intrepide amministrazioni però finora hanno superato le complicazioni: Lavagna, Bagnocavallo, Sant’Agata sul Santerno e - recentissima new entry - Cesena, primo Comune dell’elenco che si avvicina alla soglia dei 100mila abitanti. Il progetto, con il decreto legge 179/2012, sembrava partito con il piede giusto prevedendo la gradualità del subentro dei Comuni. Successivamente si è esteso il raggio d’azione anche a registri di stato civile e tenuta delle liste di leva. Poi si sono materializzati i primi problemi, quando si è scoperto che i Comuni faticavano e affrontavano costi non previsti per abbandonare software proprietari già in uso per le funzioni demografiche e passare al nuovo sistema affidato a Sogei. Quest’ultima, nell’audizione dell’amministratore delegato Cristiano Cannarsa, ha spiegato che l’Anagrafe dal punto di vista informatico è «completata, collaudata». I nodi sembrano essere di coordinamento (si parla addirittura di una «war room» tra commissario e Sogei), di tipo tecnico (si va verso un adeguamento delle penali e dei livelli di servizio) ed economico al punto che tra le ipotesi sarebbe spuntata anche quella di un impegno del Team di Palazzo Chigi a reperire risorse finanziarie a sostegno delle amministrazione migrate. Nel frattempo si attivano iniziative sul versante tecnologico, come la collaborazione tra Assosoftware e Anusca, l’associazione degli ufficiali di stato civile e anagrafe.

Spid lontano dai «target Madia»

Descrivendo una sorta di castello di carte dove tutto si tiene, l’Anci evidenzia che alla realizzazione dell’Anpr sono correlate anche la possibile riforma del Catasto, l’Anagrafe nazionale delle strade urbane, l’Anagrafe nazionale degli assistiti della sanità. E ovviamente Spid (Sistema pubblico di identità digitale) e carta d’identità elettronica. Spid - che insieme al commissario vede fortemente impegnata l’Agenzia per l’Italia digitale - conta circa 3.720 amministrazioni attive, ma il numero di servizi che funzionano tramite Pin unico probabilmente decollerebbe definitivamente se tutti i Comuni fossero in rete. A ieri eravamo a 1.355.076 Spid, metà dei quali attivati per accedere al bonus diciottenni e al carta docenti. A fine 2014 il ministro della Pa Marianna Madia prevedeva di raggiungere quota 3 milioni entro il 2015. L’Agenzia però difende il percorso: «Stiamo puntando sull’effettivo utilizzo più che sulla rapida diffusione e comunque si procede con 30mila nuovi utenti a settimana». L’apertura dello Spid ai privati, ad esempio alle banche per i servizi di home banking, dovrà costituire una spinta in più.

Spid e servizi previdenziali

Anche colossi amministrativi come l’Inps, che hanno attivato e dunque detengono oltre 20 milioni di Pin per i loro utenti, non hanno potuto contribuire al decollo dello Spid. Come ha spiegato il direttore responsabile dell’organizzazione e dei sistemi informativi, Vincenzo Damato, nella sua audizione, regole di sicurezza e sistemi di autenticazione degli utenti sono assai diverse tra Pin e Spid, per questo il «travaso» non è stato immediato e procede a rilento. Certo Inps non è un provider come Poste. Ma teoricamente molti pensionati con Pin di Inps e Pin di Poste (o di Tim) avrebbero forse potuto vedersi riconoscere uno Spid unificato. Lo switch non è però scattato. Così la generazione di nuovi Spid, su questo fronte, procede con la domanda legata ai servizi. Dal 1° marzo i patronati sono obbligati a passare dal Pin alla cosiddetta “one time password” - che tra l’altro si rivelerà a prova di truffe - ma, appunto, a fare i volumi saranno le domande degli utenti. Per esempio se le richieste di «Ape» volontaria decollassero (o se ci fossero migliaia di domande di «Rita» da parte di ex lavoratori che vorranno gestire in modo diverso il proprio risparmio previdenziale privato) seguiranno nuovi Spid di secondo livello. Ma parliamo di qualche migliaio di potenziali domande nei prossimi mesi, sempre che i decreti attuativi arrivino in Gazzetta e la macchina delle nuove pensioni flessibili si metta davvero in movimento.

Carta d’identità elettronica

A chiudere il cerchio, sempre in audizione, è stato Paolo Aielli, a.d. del Poligrafico dello Stato, chiamato a raccontare la storia infinita della carta d’identità elettronica (Cie), progetto che risale alla legge Bassanini del 1997. «L’Anagrafe unica - ha detto - è fondamentale anche per lo sviluppo della Cie» che per ora deve utilizzare il vecchio Ina-Saia (Indice nazionale della anagrafi), con il rischio di farlo collassare nel momento in cui gli attuali 199 Comuni che possono emettere la carta aumenteranno: l’obiettivo è arrivare entro l’estate del 2018 alla copertura totale.

L’obbligo non rispettato

Le audizioni della Commissione parlamentare non sono finite ma già sono bastate per far emergere un dato definito «sconcertante» dal presidente della Commissione, il deputato del Pd Paolo Coppola. La Commissione aveva domandato a ministeri, regioni e città metropolitane di indicare i nomi dei responsabili della trasformazione digitale e del difensore civico digitale (obblighi previsti dall’articolo 17 del Codice amministrazione digitale): «Ma dopo oltre 30 giorni, le uniche risposte pervenute sono state quelle del ministero dell’Interno, della Difesa e della Città Metropolitana di Venezia». Di qui una richiesta ufficiale di intervento inviata a Palazzo Chigi: sarà un’altra missione impossibile?

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