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Neet, un (triste) primato italiano

il monitoraggio

Neet, un (triste) primato italiano

(Afp)
(Afp)

Più di un milione e 300mila registrati, quasi un milione di “presi in carico”, 500mila coinvolti in misure di politica attiva.

La partecipazione a Garanzia Giovani, a tre anni esatti dall’avvio, c’è stata. E si affacciano timidi segnali di recupero sul cruscotto del lavoro. In base al primo rapporto di monitoraggio del programma realizzato dall’Anpal (Agenzia nazionale delle politiche attive del lavoro) - che Il Sole 24 Ore è in grado di anticipare - su 319mila giovani che a fine 2016 hanno concluso un intervento di politica attiva, 136mila risultano occupati.

Il programma, con un budget per l’Italia di 1,513 miliardi tra fondi europei e cofinanziamento nazionale, è nato con l’obiettivo dichiarato di aumentare l’occupabilità di scoraggiati e disoccupati con meno di 30 anni. In che modo? Attraverso un’offerta qualitativamente valida di lavoro, proseguimento degli studi, apprendistato, tirocinio o altre misure di formazione o inserimento nel servizio civile, così come previsto dalla strategia di Bruxelles. Tutti interventi per dare slancio ai Neet (Not in education, employment or training), una generazione in equilibrio precario tra rischi da cui difendersi e opportunità da cogliere, spesso incapace di esprimere tutto il proprio potenziale. 

Sullo scacchiere europeo l’Italia registra un calo del 7,9% dei Neet, passati da 2,4 milioni nel 2013 a 2,2 nel 2016, ma resta fanalino di coda. Anche se il picco negativo del 2014 (26,2%) si allontana piano piano, il 24,3% degli under 30 rientra ancora nella categoria dei «Né né», contro una media Ue del 14,2% e l’8,8% della virtuosa Germania.

La media italiana nasconde poi una frattura evidente tra il Nord, dove i Neet sono il 16,9%, e il Sud, dove la percentuale è più che doppia, al 34,2%. «Si tratta di quella parte di giovani - evidenzia il Rapporto dell’Istituto Toniolo - che più rischia di vedere deteriorarsi il futuro, anche se non è inferiore l’atteggiamento positivo verso il lavoro», come dimostra il fatto che proprio dall’area meridionale è arrivato il maggior numero di adesioni alla Garanzia Giovani (circa il 45%, contro il 36% del Nord e il 19% del Centro).

A misurare i primi effetti della Youth Guarantee è stata la Corte dei conti europea, che ha messo sotto la lente sette Paesi, tra cui l’Italia, coinvolti nel programma (gli altri sono Irlanda, Spagna, Francia, Croazia, Portogallo e Slovacchia). In tre anni c’è stata una riduzione complessiva di quasi 400mila Neet: l’analisi mostra, però, che il calo non è dovuto tanto all’aumento degli occupati (in realtà diminuiti di 40mila unità), quanto a fattori demografici e alla crescita degli studenti (315mila in più). «I giovani - sostiene la Corte - tendono a continuare gli studi e ritardano l’entrata nel mercato durante le fasi di ridotta crescita economica».

Dal report dell’Anpal emerge l’identikit dei giovani “presi in carico” dalla Garanzia, quelli cioè ricontattati dai centri per l’impiego dopo la registrazione al portale web, nel 55% dei casi hanno un’età compresa nella fascia 19-24 anni, il 10% è rappresentato da giovani fino a 18 anni e il restante 35% da over 25. Nel complesso, la maggioranza dei giovani ha un diploma superiore (58%), mentre il 23% solo la licenza media e il 19% la laurea.

Al 31 dicembre 2016 su oltre 803mila presi in carico, i giovani beneficiari di un servizio di orientamento specialistico sono stati 155mila, uno su cinque. Il gap è però grande sul territorio: al Nord-Ovest il tasso di copertura sfiora il 50%, al Sud precipita al 10%.

Se si guarda ai tipi di intervento il tirocinio extra-curriculare risulta il più diffuso (sfiora il 68% delle azioni di politica attiva avviate). Seguono a lunga distanza il bonus occupazionale (16,1%) e il training per l’inserimento lavorativo (8,2%). Poi, i corsi per il reinserimento nella formazione professionale (5,1%) e il servizio civile (2,1%). Rimangono marginali apprendistato, sostegno all’autoimpiego e mobilità professionale, anche se i dati complessivi sono il frutto di tante scelte regionali diverse su quanto investire sulle singole misure.

La Corte Ue ha messo a confronto, per gli anni 2014 e 2015, gli sbocchi dei ragazzi al termine del programma: se nella media dei 7 Paesi analizzati le offerte di stage sono il 13%, in Italia il numero è quattro volte superiore, pari al 54 per cento. «A fronte di una grande risposta dei giovani che si sono iscritti al piano - osserva Michele Tiraboschi, ordinario di diritto del lavoro all’Università di Modena e Reggio Emilia - le proposte sono spesso poco qualificanti. Il fatto stesso che la percentuale di tirocini in Italia sia molto superiore rispetto alla media europea dice molto sull’utilizzo che si è fatto dei fondi. Ci sono esempi di regioni virtuose come la Lombardia, ma non basta se vogliamo un sistema di politiche per i giovani che funzioni».

I margini per migliorare, insomma, non mancano. E potrebbero arrivare a breve nuove risorse. «Bruxelles ha deciso di rifinanziare il programma - conclude Salvatore Pirrone, direttore generale di Anpal - con un budget complessivamente stanziato di circa 1,2 miliardi di euro. Anche se i calcoli non sono ancora definiti, arriveranno al programma almeno 300 milioni del fondo. A queste risorse il nostro Paese dedicherà altri 560 milioni di Fse, derivanti da un aggiustamento tecnico del bilancio europeo, e una quota di cofinanziamento nazionale ancora da definire. Nella sostanza, sono in arrivo circa 900 milioni aggiuntivi».

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