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Per le FinTech paletti globali

REGOLE & MERCATI

Per le FinTech paletti globali

«La sfida che in tutto il mondo hanno i regolatori dei mercati si chiama FinTech, ovvero digitalizzazione e disintermediazione dell’industria finanziaria: i confini tra intermediari, emittenti e mercati tendono a svanire. Lo stesso apparato concettuale e giuridico oggi utilizzato per la regolamentazione finanziaria sarà presto obsoleto».

Tra i temi affrontati ieri da Giuseppe Vegas nella sua ultima relazione annuale al mercato finanziario, il capitolo sulle FinTech è forse l’unico su cui il presidente della Consob non aveva numeri o bilanci di vigilanza da presentare, ma è anche quello a cui teneva di più: per la Consob, come per la Banca d’Italia, la Bce, l’Eba, l’Esma, la Fed, la Sec, il G20 e in generale per qualunque autorità di regolazione dei mercati, le FinTech rappresentano non solo una sfida epocale ai modelli tradizionali di intermediazione e gestione del risparmio, ma soprattutto ai vecchi modelli nazionali di vigilanza e regolazione. Così come banche e assicurazioni rischiano di essere presto disintermediate dalla pervasività dei colossi del web nella vita, nei risparmi e negli investimenti di famiglie e imprese, anche le authority sono esposte allo stesso rischio in assenza di regole condivise: con l’unione tra finanza e tecnologia, la globalizzazione entra in una nuova fase evolutiva il cui punto di arrivo è proprio la scomparsa dei mercati nazionali. In Italia ancora se ne parla poco - e bene ha fatto Vegas a dedicargli spazio - ma il fintech è il nuovo volto della finanza. Un settore che attrae sempre più startup (in Italia sono 115 le nuove imprese del FinTech) e che ottiene finanziamenti pari a 30-40 miliardi di dollari l’anno, ma che è anche temuto dall’83% dell'industria dei servizi finanziari tradizionali che teme di vedere il proprio business finire nelle mani di nuove imprese che uniscono finanza e tecnologia tagliando costi operativi e commissioni ai clienti: accanto ai colossi come Amazon, Google, Yahoo, Apple, si moltiplicano piccole imprese che sviluppano “App” per servizi di pagamento online o via mobile, piattaforme per i prestiti tra privati (p2p lending), robo-advisor e addirittura valute virtuali come i bitcoin. Basti pensare che la tecnofinanza registra una crescita del 300% annuo nel mondo, e del 400% in Europa e ben 800 milioni di dollari sono stati investiti nel settore solo nel Regno Unito considerando ad oggi che il 40% delle aziende della City di Londra sono impiegate in servizi finanziari-tecnologici. Non solo. Uno studio (datato marzo 2016) della PricewaterhouseCoopers ha stimato in oltre 12 miliardi di dollari la cifra raccolta da queste nuove imprese nel mondo del venture capital: nel 2015, i finanziamenti non superavano i 4 miliardi. Nel giro di pochi anni, di fatto, potrebbe cambiare radicalmente la fisionomia e la geografia dei mercati così come li abbiamo conosciuti finora. Per l'industria dei servizi finanziari, insomma, il futuro è di fatto già iniziato, e non investire per esserci significa sparire senza nemmeno lasciare traccia. Lo stesso vale per i regolatori, il cui dovere è quello di trovare un punto di equilibrio tra rischi e benefici: garantire protezione agli investitori e al mercato senza contrastare innovazione e competitività sarà un lavoro non facile, ma resta ineludibile. Come ha chiarito lo stesso Vegas, la rete del FinTech si muove in una sorta di limbo regolamentare, che ne favorisce l'azione: esattamente il contrario di quanto avviene nel tradizionale settore creditizio, appesantito da una massiccia regolamentazione, stratificata nel tempo. Se le banche non riusciranno ad adattarvisi rapidamente, la crisi del sistema creditizio che conosciamo sarà irreversibile.

Che cosa fare, dunque, per dare certezza e regole all’evoluzione del nuovo modello di servizi finanziari? Le teorie sono molte, ma gli scenari, in sintesi, sono essenzialmente tre. Nel primo, le banche potrebbero abbracciare la tendenza digitale e collaborare con le FinTech, evitando così di essere cannibalizzate: in Italia come altrove, questa sembra la tendenza prevalente. Nel secondo scenario, le Fintech potrebbero rompere la catena del valore delle banche, che finirebbero così per perdere i ricavi, quote di mercato e lo stesso contatto diretto con i clienti: il risultato sarebbe un mercato più frammentato e rischioso dell’attuale, con alcuni operatori operano al di fuori dell'ambito di regolamentazione e di vigilanza. Nel terzo e ultimo scenario, il ritardo di un’azione regolatoria potrebbe far si che le banche e le piccole FinTech finiscano per essere inghiottite dalle grandi aziende del web e della tecnologia, come Google, Amazon e Facebook. Il mercato sarebbe più concentrato, meno competitivo e meno diversificato. Le scelte che faranno governi e regolatori, come è già evidente, segneranno la direzione che prenderà la transizione verso l’era delle Fintech. Oggi, l’unica certezza è solo quella di un rischio crescente o non identificato. E ci sono infatti alcuni rischi che sono diventati più evidenti ora che le Fintech sono entrate in scena. Per quanto riguarda i prestiti a famiglie e imprese, per esempio, emergono con le Fintech nuove tendenze, come il prestito peer-to-peer e il crowdfunding: qui, risparmiatori e mutuatari interagiscono direttamente tra loro e le banche non servono più da intermediari. Mentre queste nuove imprese crescono, crescono anche i rischi associati alla banca tradizionale, come quelli derivanti dalla maturità e dalla trasformazione della liquidità. Alcuni istituti di credito peer-to-peer stanno già cartolarizzando i prestiti originati dalle loro piattaforme: in assenza di regole, nessuno sa con certezza come regolatori dovranno affrontare le vulnerabilità risultanti. Saranno considerate banche ombra? O in altro modo? E che dire delle gestioni patrimoniali? Questa attività strategica per le banche è già affidata dalle FinTech a programmi informatici che consigliano i clienti come e dove investire: a seconda dell’architettura che hanno, potrebbero spingere gli investitori a prendere le stesse posizioni contemporaneamente, creando così bolle speculative o provocarne l’esplosione improvvisa. E poi ci sono rischi di un tipo tecnico, come i cyber-attacchi e il cyber-terrorismo: i rischi informatici riguardano tutti - banche, Fintech e clienti, ma le Fintech sono le più esposte perchè le loro piattaforme IT sono piccole e interconnesse, utilizzano spesso soluzioni cloud ed esternalizzano l’archiviazione dei dati.

Un concetto è insomma chiaro: è difficile prevedere dove il viaggio delle Fintech porterà il mondo del risparmio e degli investimenti. È evidente però che il treno abbia lasciato la stazione e che stia accelerando. Spetta alle authority garantire che la corsa della tecno-finanza verso il futuro non avvenga a spese della stabilità del sistema finanziario e della sicurezza del risparmio: in caso contrario sarà il far west. La strada da percorrere è certamente inesplorata, ma esiste sempre una vecchia regola a cui i regolatori possono attenersi per non sbagliare: «Stessa attività, stessi rischi, stesse regole». Altrimenti, sarà davvero il Far West.

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