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Dossier Politiche più forti o l’Italia potrebbe lasciare l’euro

    Dossier | N. 22 articoliAlla luce del sole

    Politiche più forti o l’Italia potrebbe lasciare l’euro

    Da quando è entrata nell’euro, l’economia italiana è andata malissimo. Il Pil pro capite è più basso di com’era nel 1999 al momento della creazione della moneta unica. Questo significa che la popolazione italiana nel suo complesso oggi è più povera. Il contrasto con l’evoluzione del Pil pro capite dell’area dell’euro nel suo insieme è netto: gli altri Paesi dell’Eurozona hanno registrato un aumento del Pil pro capite del 15% dal 1999 a oggi. In altre parole sono diventati più ricchi del 15 per cento. Non una performance sbalorditiva, ma di sicuro molto migliore di quella italiana. Nessun altro Paese dell’Eurozona ha fatto peggio: perfino la Grecia se l’è cavata meglio.

    Anche l’occupazione è andata male. La percentuale dei senza lavoro rimane ostinatamente su livelli alti, intorno al 12 per cento. Sì, ci sono due Paesi dell’Unione – Spagna e Grecia – che hanno un tasso di disoccupazione più alto, ma è sceso notevolmente da quando l’economia dell’Eurozona è ripartita, nel 2014, mentre in Italia no.

    Lo stesso vale per il debito pubblico: dal 2014 il rapporto debito/Pil nell’Eurozona ha iniziato a scendere, mentre in Italia rimane inchiodato a più del 130% del Pil, un livello inferiore soltanto a quello della Grecia.

    Perché l’economia italiana va così male? L’euro c’entra qualcosa? Sono domande che molti si pongono. La risposta a queste domande riveste una grande importanza per il futuro politico ed economico dell’Italia.

    È evidente che l’Italia non ci ha guadagnato molto a stare nell’Eurozona. La si può vedere così: dal 1999, quando è stato creato l’euro, la competitività di molti Paesi dell’Europa meridionale (più l’Irlanda) ha subìto un notevole deterioramento, fino allo scoppio della crisi finanziaria del 2008. Rispetto agli altri Paesi dell’Eurozona, l’Irlanda ha visto salire il costo unitario del lavoro del 45%, la Grecia del 35% e la Spagna del 28 per cento. Insomma, questi Paesi hanno subìto un pesantissimo calo della competitività, che ha penalizzato le esportazioni e determinato un forte disavanzo delle partite correnti. L’Italia è al terzo posto in questa classifica, con una perdita di competitività di quasi il 30 per cento. Come è accaduto per gli altri Paesi, questa perdita ha inciso pesantemente sulle esportazioni.

    La grande differenza tra l’Italia e gli altri Paesi citati si è avuta dal 2008 in poi, quando Irlanda, Grecia e Spagna hanno avviato un processo di «svalutazione interna» (il termine usato dagli economisti per dire che questi Paesi hanno seguito politiche finalizzate a ridurre salari e prezzi rispetto agli altri membri dell’Eurozona), con risultati positivi. Queste svalutazioni interne hanno riportato la competitività ai livelli antecedenti alla nascita dell’Eurozona. L’Italia non ha seguito lo stesso percorso: a partire dal 2008, la sua svalutazione interna (misurata con la diminuzione del costo unitario del lavoro relativo) è stata inferiore al 10 per cento. Il risultato è che il Paese è gravato da una perdita di competitività che appare inchiodata al 20 per cento. In altre parole, in Italia il costo unitario del lavoro rispetto agli altri Paesi dell’Eurozona è più alto del 20% dalla creazione dell’euro.

    In un’unione monetaria è essenziale che quando un Paese perde competitività esista un meccanismo in grado di ripristinarla. Questo meccanismo sembra aver funzionato in Paesi come Irlanda, Spagna e Grecia. È molto doloroso e spesso è fortemente osteggiato da chi vede diminuire il proprio salario. Ma è anche inevitabile, nell’ambito di un’unione monetaria. Paesi come Irlanda, Spagna e Grecia sembrano essere riusciti a vincere l’opposizione alla svalutazione interna.

    Il fatto notevole è che l’Italia non riesca a introdurre un meccanismo in grado di ripristinare la sua competitività, con il risultato è che questa perdita massiccia e incontrastata di competitività continua a erodere la sua capacità di esportazione. Se non si interviene, gran parte dei settori di esportazione del Belpaese scompariranno. Tutto questo è all’origine dell’incapacità dell’Italia di ricominciare a crescere e ridurre il suo indebitamento.

    La conclusione che ricavo da quanto sopra è che l’Italia non sembra possedere le istituzioni politiche necessarie per imporre svalutazioni interne. Naturalmente, come si è detto prima, questo tipo di svalutazione interna è molto dolorosa e incontra forti resistenze, ma è necessaria se si vuole rimanere in un’unione monetaria. L’esperienza degli altri Paesi dell’Eurozona che avevano registrato un drastico calo di competitività dimostra che è politicamente possibile realizzare dolorose svalutazioni interne. A quanto sembra, però, in Italia non lo è.

    L’inevitabile conclusione è che l’Italia non funziona bene in un’unione monetaria. Le sue istituzioni politiche la rendono inadatta all’Eurozona. Se queste istituzioni politiche non cambieranno radicalmente, l’Italia sarà costretta a lasciare la moneta unica: non può rimanere ferma a guardare il suo tessuto economico che continua a deteriorarsi.

    Prima dell’arrivo dell’euro, quando l’Italia aveva una propria moneta, capitava spesso che perdesse competitività a causa dell’inflazione, ma riusciva sempre a ripristinarla attraverso le svalutazioni. Questo aveva creato un modello economico con frequenti crisi valutarie e inflazione alta. Non era un granché, ma almeno era coerente con la debolezza delle istituzioni politiche. In assenza di istituzioni politiche più forti, l’Italia dovrà prepararsi a un’uscita dall’euro nel prossimo futuro.

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