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La doppia sfida di Macron: riformare la Francia e l’Eurozona

DOPO LE PRESIDENZIALI

La doppia sfida di Macron: riformare la Francia e l’Eurozona

È la prima vera buona notizia per l'Eurozona dall'inizio della crisi finanziaria. La schiacciante vittoria di Emmanuel Macron dà speranza all'Europa. La Francia è stata posta di fronte alla scelta politica più netta di tutti i grandi Paesi europei negli ultimi decenni: rimanere nella moneta unica e fare le riforme oppure andarsene. La consueta opzione di tirare avanti alla bell'e meglio non era disponibile. Ai francesi è stata fatta una domanda chiara sul futuro del loro Paese in Europa, e quello del continente stesso. E hanno dato una risposta chiara.

Ora Macron ha due grandi programmi da portare avanti per la sua presidenza, due programmi intrecciati fra loro: uno è riformare l'economia francese, l'altro è riformare l'Eurozona. Se non cambieranno i meccanismi di funzionamento dell'Eurozona, l'impatto delle riforme interne sarà limitato. E se non farà le riforme in patria, non avrà la credibilità per battersi per una riforma dell'Eurozona. Insomma, deve fare entrambe le cose: le riforme in patria verranno inevitabilmente per prime, anche per il semplice fatto che il programma di riforma dell'euro dovrà necessariamente attendere il voto tedesco, a settembre.
Ma di quali riforme ha bisogno la Francia, e che cosa dobbiamo aspettarci dal nuovo presidente? Un equivoco diffuso, soprattutto fra i commentatori anglosassoni, è che la Francia sia un Paese economicamente disastrato. I dati non confermano questa visione: Francia e Germania negli ultimi cinquant'anni hanno avuto un livello di produttività del lavoro quasi identico. Secondo Thomas Piketty, l'economista francese, il prodotto interno lordo per ora lavorata nel 1970 era pari a poco meno di 20 euro in entrambi i Paesi, e a 55 euro nel 2015. Le ultime previsioni della Commissione europea sulla crescita economica francese sono dell'1,4 per cento per quest'anno e dell'1,7 per cento per il prossimo, contro l'1,6 e 1,8 per cento della Germania: le differenze sono nell'ordine degli errori di arrotondamento.

Il vero divario all'interno dell'Eurozona non è quello tra Francia e Germania, ma quello tra Francia e Italia: in Italia la crescita della produttività è praticamente ferma dall'inizio del secolo. Per questo un'uscita dall'euro Oltralpe ha trovato molti meno consensi di quelli che troverà in Italia.
Tutto ciò non significa tuttavia che l'economia francese e quella tedesca siano allineate. La Germania lo scorso anno ha registrato un attivo nel saldo con l'estero dell'8,7 per cento, e la Commissione prevede che rimarrà sopra l'8 per cento anche nei prossimi due anni; la Francia, da parte sua, ha un passivo del 2,3 per cento, che secondo le previsioni salirà al 2,7 nel 2018. Il debito pubblico tedesco è avviato a scendere sotto il 60 per cento del Pil entro la fine del decennio; quello francese è quasi al 100 per cento, e non mostra nessuna tendenza al ribasso.
Queste statistiche mostrano chiaramente di cosa c'è bisogno: la Francia deve risanare mentre la Germania deve adottare politiche espansive. Macron non avrà altra scelta che partire a razzo con questo processo, concentrando le misure di risanamento nella fase iniziale. La buona notizia è che anche se il partito di Macron non dovesse riuscire a conquistare la maggioranza nelle elezioni parlamentari del mese prossimo, ha buone probabilità di mettere insieme una coalizione che realizzi le riforme del settore pubblico e il risanamento di bilancio.

Se Macron vuole avere qualche chances di persuadere Berlino dei pregi di un bilancio comune e di un ministro dell'Economia unico per l'Eurozona, dovrà dimostrare di voler realmente applicare le regole dei trattati europei. L'economia francese e quella dell'Eurozona attraversano una fase di moderata espansione. Non c'è momento migliore per risanare.
La grande incertezza è se riuscirà a convincere la Germania a riformare l'Eurozona. Berlino è sollevata di non dover avere a che fare con Marine Le Pen, ma evidentemente pochi politici tedeschi hanno letto il manifesto di Macron, e se lo hanno fatto non hanno preso sul serio la parte che riguarda l'euro. I cristianodemocratici sono contrari a ogni singola proposta del neopresidente francese in questo campo; il socialdemocratico Martin Schulz potrebbe essere più flessibile, ma anche lui non è un fan degli eurobond.
Chiunque vinca le elezioni in Germania, scoprirà ben presto che Macron chiede cambiamenti che l'establishment tedesco ha esplicitamente escluso. Riformare l'economia francese potrebbe rivelarsi relativamente semplice per il nuovo inquilino dell'Eliseo, ma è più che possibile che nei negoziati con Berlino finisca per impantanarsi.
Macron è il primo leader europeo a essere eletto con un mandato esplicito per fare le riforme nell'Eurozona, ma potrebbe trovarsi di fronte un leader tedesco con un mandato altrettanto esplicito per rigettarle. Per riuscire nel suo intento, dovrà essere capace non soltanto di non accettare un nein come risposta, ma anche di illustrare nel dettaglio che cosa succederà all'Eurozona se le sue riforme venissero affossate. Ci vorrà una determinazione d'acciaio.

(Traduzione di Fabio Galimberti)

Copyright 2017 Financial Times, 2017

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