Commenti

Cuneo fiscale: perché servono sgravi strutturali

L'Editoriale|LA PROPOSTA

Cuneo fiscale: perché servono sgravi strutturali

La pubblicazione dei dati Inps sull’occupazione è oggetto di continue strumentalizzazioni e offre ogni mese nuove “originali” letture dei dati. La prima cosa da dire è che le rilevazioni dell’osservatorio relative ai primi tre mesi del 2017 ci dicono che la variazione netta di contratti a tempo indeterminato e di contratti a termine è positiva.

Ad indicare un mercato del lavoro in espansione e non in recessione, al di là degli allarmismi di alcuni titoli di giornale.Chi diceva che al termine degli incentivi alle assunzioni ci sarebbe stata un’ondata di licenziamenti è stato prontamente smentito. Un aumento dei licenziamenti in valore assoluto negli anni passati c’è stato ma non significa che il Jobs Act abbia «liberalizzato la distruzione dei posti di lavoro», se mai il contrario. È normale che in un’economia, a fronte di un maggior numero di occupati vi sia anche un maggior numero di cessazioni, motivo per cui è necessario osservare il tasso di licenziamento - ovvero il rapporto tra numero di licenziamenti e numero di rapporti di lavoro attivi a inizio anno – piuttosto che il valore assoluto. A seguito dell’introduzione del Jobs Act la probabilità di essere licenziati con un contratto a tempo indeterminato è gradualmente diminuita: dal 6,5% nel 2014, si è passati al 6,1% nel 2015 e al 6,0% nel 2016. È ancora presto per dire cosa succederà nel 2017, i dati relativi ai primi 3 mesi non sembrano suggerire grossi scostamenti dal trend osservato.

Un secondo aspetto riguarda la creazione di nuovi posti di lavoro. Secondo quanto riporta Inps il tasso di crescita di nuovi contratti sembra rallentare rispetto al primo trimestre del biennio precedente, in particolar modo per i contratti a tempo indeterminato (che fino a dicembre 2016 hanno goduto degli sgravi contributivi). Un effetto atteso e prevedibile già al momento dell’introduzione degli incentivi: le imprese che hanno deciso di stabilizzare i propri lavoratori usufruendo dello sgravio non assumono, nei primi tre mesi del 2017, al ritmo degli ultimi due anni. Sempre secondo Inps, da gennaio 2015 a marzo 2017 si registrano 948mila contratti a tempo indeterminato in più, quasi 1 milione di nuovi posti di lavoro in poco più di 2 anni. Sarebbe eccessivamente ottimistico credere che possa continuare così per sempre.

Semmai la fine degli sgravi contributivi torna a sollevare un tema oggi più che mai cruciale per il nostro mercato del lavoro: il ritorno del contratto a termine. Nel primo trimestre 2017 la variazione netta delle nuove assunzioni a termine è aumentate del 16,5% mentre quella relativa ai contratti tempo indeterminato, pur registrando un valore positivo, aumenta a un ritmo inferiore rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Il risultato è che la composizione dell’occupazione si sta nuovamente spostando verso il contratto a termine, dopo due anni in cui questa tendenza si era invertita.

L’ondata di licenziamenti non si è verificata , anzi è meno probabile essere licenziati di prima, piuttosto sembra essere arrivata un’ondata di contratti a termine. Ma quest’ultima era del tutto attesa, e per questa ragione abbiamo sempre sostenuto che il Jobs Act si completerà solo attraverso una riduzione permanente del costo dei contratti a tempo indeterminato. Solo così tale contratto diventerà la principale via d’ingresso nel mercato del lavoro. Si può iniziare con una decontribuzione permanente per i giovani, per le sole aziende che non hanno licenziato nel corso dell’anno o di quello precedente. Per rendere il lavoro stabile meno costoso del lavoro a temine, riduzione del costo del lavoro deve essere solo per i contratti a tempo indeterminato, permanente e per questa ragione - diversamente dagli incentivi temporanei - può essere selettiva.

L’autore è consigliere economico della presidenza del Consiglio

© Riproduzione riservata