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L’artigianato regressivo in mostra alla Biennale

Cultura & Società

L’artigianato regressivo in mostra alla Biennale

Il padiglione Venezia della Biennale, dedicato quest’anno all’artigianalità e alla produzione di lusso, ha ricevuto una valanga di critiche. «Perché un padiglione del genere?», si chiede Art Tribune in un articolo che definisce la presenza veneziana la peggiore in assoluto fra tutti i padiglioni presenti ai Giardini. E come è stato possibile - secondo tanta stampa locale - includere nella selezione imprese che in alcuni casi prefigurano un possibile conflitto di interessi? Ai lettori che non hanno visitato la Biennale in questi giorni l’intera operazione promossa da Stefano Zecchi (il curatore) potrebbe apparire come lo scivolone di chi ha frequentato poco la Biennale negli ultimi anni. L’ironia riservata all’elefante con tanto di lampada di Aladino (eh sì, Venezia e l’Oriente...) o alla stravagante colonna sonora che accompagna la visita potrebbe far pensare a una serie di ingenuità senza costrutto. Non è così.

A suo modo quel padiglione un’idea di Venezia (e dell’Italia) ce l’ha. È un’idea diversa da quella che hanno in mente molti dei visitatori della Biennale. È una proposta che suggerisce una lettura politica del futuro della città (e del Paese).

Prima di tutto il nodo del contemporaneo. Il padiglione rilancia il valore del saper fare artigianale così com’è. Nessun tentativo di confronto con i linguaggi del contemporaneo. Campeggiano i lampadari Barovier e Toso, le tessere dei mosaici di Orsoni, i tessuti di Bevilacqua. Bellissimi. Ma tutte cose che hanno qualche secolo di storia e anche più. Orgogliosamente, i curatori ci dicono che va bene così. Che questo nostro saper fare non ha bisogno di ritocchi. Di manutenzione (di senso). Non ha bisogno di mettersi in gioco con sperimentazioni e proposte di contaminazione. Fa impressione visitare, a pochi metri dal padiglione Venezia, l’installazione di Brigitte Kowanz (Austria) che racconta in un video la sua collaborazione con la fornace Berengo per la realizzazione delle sue luci al neon. In quel video, un’artista riconosce il valore di una grande tradizione, il vetro di Murano, che dialoga con l’arte contemporanea.

Nel padiglione Venezia questo dialogo non è nemmeno abbozzato. Assente. Non c’è traccia di collaborazione con artisti o designer. Nemmeno un accenno alla tecnologia. Proprio nei giorni in cui si discuteva a Padova di Galileo che a Murano produceva le lenti dei suoi cannocchiali, il Padiglione Venezia apriva le sue porte senza un riferimento a tecnologia e innovazione.

Che ne facciamo di questo grande passato e di questa grande tradizione di saper fare e bellezza? Il Padiglione non ha tentennamenti. Tutto ciò che è presentato nelle sale si vende. E il linguaggio espositivo usato nell’allestimento è lì a confermare il tutto. Questa tradizione produce fatturato. Così com’è. Serve altro? Un economista – voi direte – non dovrebbe argomentare troppo su questo aspetto. In realtà se c’è un motivo per cui non siamo stati capaci di promuovere grandi marchi che avessero alle spalle la tradizione manifatturiera di Venezia e Murano è perché non siamo andati oltre questo approccio mercantile. Senza un confronto con valori e progetti internazionali - senza una cornice di senso sociale e culturale adeguata – le lastre di vetro di Orsoni sono semplici lastre di vetro. Difficile che reggano alla concorrenza cinese. Vogliamo davvero vendere prodotti Made in Italy a un prezzo che ne rispetti l’origine? Diamo loro una cornice culturale adeguata. E sfruttiamo momenti come la Biennale per ribadire che non si tratta di semplice vetro, o di tessuti o di profumi ma di cultura e di comunità in movimento. La domanda per prodotti ad alta intensità di cultura è oggi particolarmente viva proprio in quel segmento di mercato che definiamo “lusso” i cui protagonisti frequentano numerosi la Biennale di Venezia. Se non siamo in grado di organizzare questo salto di qualità, l’operazione sarà appannaggio dei grandi marchi internazionali che da sempre guardano al nostro saper fare con ammirazione e rispetto.

Negli ultimi dieci anni, il saper fare di matrice artigianale è stato al centro di un dibattito vivace in Italia così come in molti Paesi europei. Un po’ ovunque si sono moltiplicate le iniziative per rilanciare una cultura materiale il cui valore è stato a lungo sottostimato. Questi esperimenti hanno coinvolto artigiani, piccole e grandi imprese, designer, artisti, esperti di tecnologia, nella convinzione che questo saper fare, una volta aperto al confronto coi saperi del presente, possa costituire un formidabile fattore di crescita economica e sociale. Il padiglione Venezia ci racconta un artigianato regressivo, incapace di dialogare con il contemporaneo, più rendita che innovazione. Non è una proposta su cui fare battute e sarcasmo. È una proposta da avversare con argomentazioni compiute.

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