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Le scelte che hanno frenato il Sud

DOVE VA IL MEZZOGIORNO

Le scelte che hanno frenato il Sud

Ricorrono venticinque anni da quando, dopo la firma del trattato di Maastricht del febbraio 1992, il governo presieduto da Giuliano Amato decise di sopprimere entro il dicembre 1995 il ministero del Mezzogiorno con l’annessa Agensud, per evitare così i rischi politici derivabili da un apposito referendum. Nel contempo si diede corso a un sistema di interventi ordinari a favore delle aree depresse e di quelle in declino industriale, in base alle direttive comunitarie in materia di concorrenza.

Si concluse così una lunga epoca iniziata nel 1950 con la Cassa del Mezzogiorno e se ne aprì un’altra su cui è oggi opportuno fare il punto, con riferimento ai due obiettivi preminenti che s’intendevano conseguire e che permangono comunque tuttora. Il primo dei quali consisteva nel riordino dei conti pubblici, in quanto, con una popolazione pari al 36% di quella nazionale, il Sud riceveva il 35% della spesa pubblica ripartita regionalmente ma contribuiva solo per il 18% alle entrate fiscali. Il secondo obiettivo era di circoscrivere l’ambito delle procedure discrezionali che favorivano una congerie di pratiche clientelari, e di responsabilizzare le istituzioni locali mediante adeguate forme di decentramento e autonomia funzionale.

Va detto innanzitutto che ci vollero più di tre anni per completare la nuova normativa. Nel frattempo la contrazione dei trasferimenti pubblici al Sud provocò, in presenza di una fase recessiva, la perdita di 600mila posti di lavoro. È vero che la crisi colpì pure il Centro Nord ma non così intensamente come nel Mezzogiorno, che avrebbe continuato ad annaspare anche nel successivo decennio, salvo brevi sprazzi di ripresa.

Di fatto, quando nel maggio 2007 Bankitalia stese un bilancio complessivo di quel periodo riscontrò un peggioramento delle condizioni del Sud, con un Pil pro capite pari a nemmeno il 60 per cento di quello del Centro-Nord e un tasso di occupazione più basso di 19 punti. D’altronde, mentre dal 2000 gli investimenti pubblici pro capite erano stati largamente inferiori a quelli nel Centro-Nord, le entrate fiscali risultarono in media superiori, in quanto, a causa delle minori risorse disponibili, gli enti locali avevano calcato di più la mano sulla propria capacità di imposizione fiscale. Senza peraltro fornire servizi pubblici analoghi, a parità di reddito, a quelli erogati altrove.

Tuttavia, secondo il rapporto di Bankitalia, l’accresciuto divario con le altre due sezioni del Paese andava attribuito anche a un’insufficiente attitudine alla “cooperazione e alla fiducia”, a “un costume diffuso di noncuranza delle norme” e a una scarsa formazione di “capitale umano”. Del resto, sopravviveva pur sempre al Sud una congerie di reti clientelari all’ombra di varie “confraternite politiche”, unitamente al peso opprimente della criminalità organizzata.

Peraltro alcune località dell’Abruzzo e del Molise, della Campania e della Puglia avevano imboccato la via dello sviluppo per iniziativa di numerose piccole-medie imprese, e non più soltanto, come era avvenuto per lo più in passato, per opera di alcuni grossi complessi della mano pubblica. Ma occorreva per il futuro spostare l’accento dalla quantità delle risorse alla qualità dei risultati e valorizzare in pieno i fondi strutturali europei.

Senonché, proprio quando la crisi esplosa nel 2008 avrebbe dovuto imporre un’efficace strategia complessiva per scongiurare il pericolo che la nostra economia affondasse in una prolungata recessione, le vicissitudini del terzo governo Berlusconi ma pure le astiose quanto strumentali polemiche, da un lato, sul Sud come “perenne palla di piombo” al piede del Nord, e viceversa sul Sud quale “reiterata vittima delle depredazioni” del Nord concorsero ad appannare la vista sui problemi di fondo del Paese.

L’Italia stava infatti scontando, nel suo insieme, i prezzi dell’assenza di un’adeguata politica industriale per fattori propulsivi, volti allo sviluppo dell’elettronica e dell’informatica, delle telecomunicazioni e della “banda larga”, dell’energia e della “chimica verde”, dei trasporti e della logistica. Che era quanto tarpava da un pezzo le ali della nostra economia.

Oggi il fatto che numerosi commentatori (ma pure il governatore della Puglia Michele Emiliano, candidato alle primarie del Pd) abbiano attribuito a un accentuato malessere economico e sociale la marcata prevalenza nel Sud dei “no” nella consultazione referendaria dello scorso dicembre, ha rispolverato in alcuni settori dell’opinione pubblica l’assunto convenzionale di un Mezzogiorno continuamente derelitto ed emarginato. In realtà, come vedremo in un prossimo intervento, adesso le cose non stanno realmente a questo modo.

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