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Pir: ossigeno per Pmi innovative

L'Analisi|RISPARMIO

Pir: ossigeno per Pmi innovative

È esplosa in Italia la Pir-mania; i piani individuali di risparmio varati con la Legge di bilancio 2017 hanno infatti riscosso un successo nettamente superiore alle aspettative. Si è detto e scritto molto sulle opportunità che si aprono per il mondo del risparmio così come delle necessarie cautele. Minor attenzione è stata dedicata alle implicazioni di tale strumento per il nostro sistema industriale.

A questo proposito, è necessario – semplificando – andare all’essenza dei Pir, che sono a tutti gli effetti dei panieri di investimenti predisposti da operatori dell’industria del risparmio che guardano con occhio di riguardo alle Pmi (per il momento a quelle quotate in listini diversi da Ftse Mib).

Il timing è perfetto; le nostre imprese stanno affrontando sfide molto rilevanti relative alla digital transformation, l’internazionalizzazione in Paesi che richiedono uno sguardo lungo (come quelli asiatici) e l’innovazione di prodotto. Si tratta di investimenti che richiedono risorse finanziarie importanti e che il nostro debole sistema bancario riesce solo in parte a corrispondere. D’altro lato, abbiamo molti risparmiatori con un'abbondante liquidità disponibile e non più propensi ad allocare i propri risparmi in asset class tradizionali. Qui i PIR possono essere visti come il giusto ponte tra domanda e offerta. Ma perché questo disegno si affermi occorre che società di gestione dei fondi e (piccole) imprese facciano la loro parte, visto che i risparmiatori hanno già aderito – almeno per ora – con grande entusiasmo.

Per quanto riguarda i primi è necessario evitino, da un lato, di adottare comportamenti opportunistici nella progettazione del fondo e, dall'altro, intercettino PMI ad alto tasso di crescita. In questo modo, si innescherebbe un effetto volano – grazie alla crescita di valore del fondo - che porterebbe nuovi risparmiatori ad affacciarsi allo strumento e incentiverebbe le imprese a valutare l'opzione di quotarsi.

Per quanto riguarda le PMI, dobbiamo qui fare una distinzione. A quelle già quotate è richiesta visione di lungo periodo e grande chiarezza nei piani di investimento in modo da facilitare/incentivare il lavoro dei fondi nella direzione giusta; a quelle non quotate, è richiesta consapevolezza della necessità di avviare progetti di cambiamento/investimento e di introdurre piani chiari e trasparenti di investimento e coraggio nell'aderire alla possibilità di quotazione. Non ci sono scuse: la presenza di intermediari professionali supera le difficoltà delle PMI a rendersi visibili e credibili sul mercato dei capitali.

L'arrivo e l'interesse per i PIR può innescare una corsa alla quotazione da parte delle nostre piccole imprese; lo aspettiamo da tanto tempo. Ma occorre che – accanto alla comunicazione ai risparmiatori – si affermino progetti di sensibilizzazione/comunicazione nei confronti delle PMI: un'azione che deve essere presa in carico, senza indugi, dai portatori di interesse delle imprese, dalla Borsa e dai gestori dei fondi medesimi. Solo in questo modo potremmo sperare in un vero innesco positivo nell'economia reale.

Certo in corso d'opera potrebbe essere anche necessario qualche aggiustamento nello strumento varato dal Governo. Verificandone i risultati – non tanto e solo nell'adesione dei risparmiatori – ma soprattutto con riferimento all'impatto dei PIR sul sistema delle PMI. E a quel punto potrebbe emergere la possibilità di: (i) aprire lo strumento anche a imprese temporaneamente non quotate ma in possesso di specifici requisiti di trasparenza e/o (ii) creare una piattaforma online che metta in connessione il sistema delle PMI interessate con i gestori dei fondi. Una sorta di borsa di pre-accreditamento con l'obiettivo la massimizzare le opportunità di coinvolgimento di imprese fuori dai riflettori.

Non siano quindi i PIR uno strumento interessante solo per i risparmiatori; l'Italia non può proprio permetterselo con un'economia che stenta ancora a decollare e un sistema bancario in difficoltà.

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