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Dossier Sull’euro uno scontro ideologico

    Dossier | N. 25 articoli#Eurodibattito

    Sull’euro uno scontro ideologico

    L’euro è ormai una questione politica. La discussione se sia stato un bene o un male dare vita alla moneta unica, in quel contesto e con quelle modalità, naturalmente proseguirà. Così come quella se sia possibile sul piano tecnico-giuridico, e con quali modalità e conseguenze, uscire dalla moneta unica. Lo scontro in atto, però, è un altro.

    Semplificando, penso che non abbia politicamente senso distinguere tra l'appartenenza all'Unione europea e alla moneta unica. Non più. Certamente non in Italia. Non è per caso che le forze che propongono che Roma esca dall'euro - con o senza referendum - siano le più ostili all'Europa e alle sue istituzioni. Il recupero del nazionalismo valutario non gioca sul piano tecnico ed economico, ma su quello simbolico del recupero di una piena sovranità nazionale da utilizzare per misure protezioniste sulle merci e sulle persone che vengono da fuori. Buona parte della propaganda in favore della Brexit, in assenza di uno schermo valutario, non si è forse giocata direttamente sull'immigrazione comunitaria?

    Specularmente, basta guardare alla campagna elettorale francese dove Marine Le Pen ha bruscamente cercato di mettere in sordina l'uscita dall'euro, una delle architravi della sua propaganda, buttando, fino al ballottaggio, la palla sull'improbabile tribuna della doppia moneta. Ma, anche con il ballon d'essai valutario, come ha scritto Le Figaro, il resto del programma di contrapposizione netta di un governo lepenista verso Bruxelles condurrebbe comunque la Francia, volente o nolente, all'uscita dalla moneta unica.

    In fondo, le richieste sottostanti all'uscita dall'euro sono quelle di avere libertà di stampare moneta per coprire il deficit e di svalutare per rendere più competitive le nostre merci. Se il terreno di scontro, la moneta unica, è inedito, per il resto nulla di nuovo sotto il sole. Fare deficit oltre quello attuale e disinteressarsi al contenimento del debito non sarebbe una soluzione, ma l'aggravamento del problema decennale del nostro paese: questa, a mio avviso, è già una ragione decisiva per contrastare i no euro. Così come la seconda, quella della svalutazione, accompagnata dagli slogan protezionisti, incomprensibili in un paese che ha nella crescita dell'export di Made in Italy un suo punto di forza. Trovo bizzarro pensare che la Germania, il principale mercato di sbocco per le esportazioni italiane – solo per citarne uno – assisterebbe inerte alla concorrenza delle merci italiane “furbescamente” svalutate grazie all'uscita dall'euro. Questo, naturalmente, al netto delle analisi più sofisticate sulle catene globali del valore. C'è un inossidabile legame politico, ma anche una insanabile contraddizione logica tra la prospettiva delle svalutazioni competitive e quella della chiusura protezionista: merci a prezzi concorrenziali per invadere mercati di paesi alle cui importazioni vorremmo però chiudere i nostri. Cambiando quello che c'è da cambiare, naturalmente, i primi cento giorni della nuova amministrazione statunitense hanno mostrato un saggio di queste contraddizioni, una volta che dalla propaganda si passa al governo di economie articolate.

    Sul piano politico, l'uscita dall'euro promossa da alcune forze politiche in Italia è una scorciatoia verso il peggio dei decenni precedenti. Con l'aggravante che le gerarchie mondiali, in termini demografici ed economici, sono nel frattempo drammaticamente cambiate e anche i margini di manovra dell'epoca pre-euro sarebbero probabilmente pura illusione.

    Come mostra la campagna elettorale francese, l'uscita dalla moneta unica e dall'Unione europea sono ormai lo stesso tema, e rappresentano un modo per non offrire proposte praticabili per affrontare sfide reali. Dipingere la Francia o l'Italia come deserti di miseria, aggrediti da un'immigrazione incontenibile e violenta, allontana dalla realtà ma anche dalla soluzione di problemi reali e gravi di crescita, occupazione e distribuzione del reddito, che la rivoluzione tecnologia e demografica in corso pone in modo drammatico e urgente anche in paesi avanzati come quelli occidentali. È uno scontro ideologico e politico, un nuovo bipolarismo: da una parte, a destra e a sinistra, chi come soluzione vuole chiudere e rinchiudersi nei vecchi confini nazionali, auto-assediandosi; dall'altra, chi pensa che l'Europa, per offrire il meglio alle nuove generazioni, debba continuare a scommettere sull'apertura e avere un ruolo importante nelle decisioni globali. La seconda sfida richiede unità e integrazione politica ed economica a livello della Unione europea come precondizione, la prima il suo opposto.

    L'euro non è un feticcio e nessuno può pensare sia perfetto o perfettamente governato, ma oggi la sfida che lo riguarda non è sulle policies, che possono cambiare, è tutta sulla politics, sull'assetto politico ed istituzionale complessivo. Forza euro, Forza Europa.

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