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Quel filo da tessere per il risveglio del Sud

il futuro del mezzogiorno

Quel filo da tessere per il risveglio del Sud

Vari segnali positivi rilevati nel dicembre 2016 (da Confindustria, Cerved e Svimez) inducono a ritenere che oggi la situazione del Sud è diversa da quella che viene percepita in genere e data per scontata, come si trattasse di una realtà priva di vitalità e negletta. Innanzitutto va detto che, secondo l’Istat, il Pil è cresciuto nel Mezzogiorno nel 2015 di mezzo punto in più di quello registrato nel resto del Paese, dopo sette anni di crisi ininterrotta durante i quali il Pil del Sud è calato del 12,3%, ossia di cinque punti in più rispetto al Centro-Nord.

È vero che non tutte le Regioni meridionali hanno conosciuto un analogo incremento del Pil. Tuttavia è significativo il fatto che da allora ai primi novi mesi dello scorso anno la crescita del prodotto (in termini di valore aggiunto) rispetto al resto della Penisola sia avvenuto in quasi tutti i settori: in particolare, nell’agricoltura, nelle costruzioni e soprattutto nell’industria manifatturiera dove si è registrato un miglioramento della produttività.

Naturalmente permangono in via generale elevati divari fra le regioni meridionali e quelle centro-settentrionali. Altrettanto evidenti sono tuttora gli elementi di criticità di ordine strutturale, finanziario e ambientale. Ma non si è verificata quella sorta di desertificazione industriale del Sud che si temeva e si dava per inevitabile. Né si è manifestata una carenza d’iniziativa imprenditoriale che in tanti consideravano congenita. Non si spiegherebbe altrimenti come mai, a cominciare dal settore industriale, abbia ripreso a crescere il numero delle imprese: sia quelle di capitali, sia giovanili e start up innovative, nonché quelle in rete. Inoltre è aumentato il fatturato delle aziende a partecipazione estera, soprattutto in Campania.

Che il Sud si sia rimesso in marcia negli ultimi due anni è attestato anche dal trend dell’export, giunto nei primi nove mesi del 2016 a registrare un aumento (al netto dei prodotti petroliferi raffinati) del 9,6%; e ciò grazie a un miglioramento delle performance sui mercati internazionali di comparti come l’automotive e altri mezzi di trasporto, l’elettronica, la farmaceutica e l’agroalimentare.

Tanto che le esportazioni del Meridione hanno recuperato interamente i livelli pre-crisi, grazie in particolare alla loro crescita verso diverse piazze della Ue e gli Stati Uniti. In questo contesto il punto debole rimane l’andamento dell’occupazione che, pur in via di lievitazione nel corso del 2016, è ancora ben lontano dall’aver colmato gli effetti della crisi prolungatasi dal 2008, che ha visto l’espulsione di 430mila unità, oltretutto di personale in gran parte qualificato e di laureati. A farne di più le spese sono state la Calabria, la Sicilia e la Campania (con tassi di disoccupazione che oggi superano mediamente il 20%).

Alla riduzione di una quota così elevata di disoccupati e di quella della popolazione inattiva possono concorrere le misure adottate recentemente sia per una crescita degli investimenti sia per un utilizzo al meglio (senza più sprechi e ritardi) dei fondi europei e di quelli nazionali.

D’altronde il fatto che sia stato ricostituito, su nuove basi e al fine della “coesione territoriale”, il ministero del Mezzogiorno (affidato a Claudio De Vincenti) dovrebbe portare a un coordinamento complessivo sotto un’unica regia, in grado quindi di superare sia certi “colli di bottiglia” burocratici sia determinate carenze progettuali in sede locale, degli interventi programmati in funzione di una ripresa in forze delle regioni meridionali.

Fra gli impegni in atto e quelli previsti dall’odierna Legge di bilancio figurano il potenziamento del credito d’imposta per le imprese private che investono in beni strumentali nel Sud (per circa 617 milioni annui di risorse disponibili), il rafforzamento degli investimenti pubblici nelle infrastrutture, i piani attuativi del Masterplan per un impiego in forma integrata di tutte le fonti finanziarie attraverso un’opera concertata fra Governo e Regioni, e il Piano nazionale industria 4.0, che dovrebbe accrescere anche nel Mezzogiorno la competitività del sistema economico attraverso il digitale, la ricerca e l’innovazione.

C’è dunque parecchio filo da tessere. Ma perché trama e ordito producano più crescita e occupazione, più valore aggiunto e patrimonializzazione delle imprese, è necessario un gioco di squadra, una convergenza di intenti fra tutti gli attori (istituzioni pubbliche, amministrazioni locali, operatori economici, sindacati ed enti formativi). Ma anche la messa al bando di una sindrome ricorrente quanto autolesionista come una miscela sterile di pessimismo e frustrazione.

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