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Divorzio breve boom a due anni dalla legge

la crisi delle famiglie

Divorzio breve boom a due anni dalla legge

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Continua il boom dei divorzi, che si accompagna al calo delle separazioni e alla lenta ripresa dei matrimoni. A due anni dal debutto del divorzio breve (la legge 55/2015 è entrata in vigore il 26 maggio 2015), Il Sole 24 Ore è in grado di fornire i dati aggiornati del ministero della Giustizia (sull’andamento nei soli tribunali) che rendono evidente l’impatto della nuova corsia accelerata del “dirsi addio”. Anche se, è bene sottolineare, oggi la separazione/divorzio non è più materia esclusiva dei giudici – ci si può salutare, a determinate condizioni, anche davanti al sindaco o dall’avvocato – l’afflusso di nuovi fascicoli è costante, come dimostrano le sopravvenienze dei 26 distretti di Corte d’appello.

Nel 2016, nei tribunali, sono stati definiti 67.574 divorzi, con un balzo del 15,4% rispetto ai 58.581 dell’anno precedente, quando allo scoccare del secondo semestre entrò in vigore la nuova normativa “accelerata”. Va ricordato che questi numeri non esauriscono il totale dei divorzi verificatisi perché si riferiscono alle sole procedure, consensuali o contenziose che siano, consumate in tribunale: l’Istat, che invece calcola anche gli iter alternativi, cioè dall’avvocato o davanti al sindaco, ha registrato nel 2015 oltre 82mila divorzi.

Tornando ai dati 2016, considerato che per l’intero anno solare la velocità di immissione dei procedimenti è stata 5-6 volte più accelerata rispetto al vecchio regime (perché oggi è possibile divorziare entro 6 mesi dalla separazione, in luogo dei tre anni richiesti prima, o in 12 mesi se non c’è accordo tra gli ex coniugi quando prima ci volevano anche 5 anni), nel 2016 sono confluite le decisioni di molti fascicoli che con la vecchia tempistica sarebbero stati definiti nei 2-4 anni successivi. Non a caso l’effetto trascinamento riguarda anche le pendenze nei tribunali, che salgono del 10,3% rispetto al 2015 (61.158 contro 55.470).

Meno immediata l’interpretazione del calo delle separazioni, scese a 87.394 sentenze, il 9,4% in meno delle 96.415 del 2015 (e calano anche le pendenze, scese di 0,3 punti): verosimilmente si tratta dell’effetto dell’alternativa “low cost” offerta dai procedimenti stragiudiziali, soprattutto quello davanti al sindaco (costo minimo che può scendere addirittura a 16 euro, anche se non bisogna avere figli né spostamenti patrimoniali in atto tra coniugi).

Complessivamente all’ultima rilevazione del ministero della Giustizia risultano pendenti 137.715 procedimenti di separazione/divorzio, 5.500 più del dato a dicembre 2015 e, di fatto, il livello più alto dell’ultimo quinquennio. Dove si nota l’effetto riforma è, a partire dal 2016, nell’incremento delle sentenze di cosiddetto “divorzio congiunto”, cioè non contenzioso: lo scorso anno sono stati definiti in questo modo – e cioè in via brevissima, 6 mesi dopo la separazione – oltre 42mila fascicoli, a fronte dei 36mila dell’anno precedente e dei circa 39mila del 2012, che rappresentava la precedente punta storica.

Il dato davvero nuovo, ma che richiede almeno qualche verifica di continuità nei prossimi anni, riguarda invece l’incremento dei matrimoni. Nel 2015 – ultimo dato disponibile Istat, pubblicato a fine 2016 – sono stati celebrati in Italia 194.377 matrimoni, circa 4.600 in più rispetto al 2014. Si tratta dell’aumento annuale più consistente dal 2008. Nel periodo 2008-2014, i matrimoni erano diminuiti al ritmo di quasi 10mila l’anno. Anche questo ritorno di fiamma, forse, si può spiegare con la maggiore facilità (e minor costo) dell’eventuale, statisticamente sempre più probabile, “dirsi addio”.

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