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Il Papa: la dignità del lavoro viene prima del reddito

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Il richiamo di papa francesco

Il Papa: la dignità del lavoro viene prima del reddito

(Ansa)
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Il lavoro come priorità umana. Ieri, 27 maggio, Papa Francesco ha fatto visita pastorale all’Arcidiocesi di Genova. E il primo dei numerosi incontri è stato all’Ilva con il mondo del lavoro. Il Papa parla a Genova, ma pensa anche alle settimane sociali dei cattolici italiani che si terranno a Cagliari in ottobre. Il suo intervento si è articolato in quattro momenti, occasionati da quattro domande rivolte simbolicamente da un imprenditore, una rappresentante sindacale, un lavoratore e una disoccupata. Il filo rosso del discorso è tenuto dall’affermazione fondamentale che il lavoro è dell’uomo ed è per l’uomo. C’è un legame intrinseco, essenziale tra uomo e lavoro.

Prima di essere una figura sociale, il lavoro è figura antropologica: esso definisce la natura umana come dono di sé, creatività, libertà e dignità. Nomi che configurano l’essere umano nella forma di Dio. La storia ha prodotto e produce spesso l’opposto, il suo rovesciamento. Di qui la preoccupazione del Papa di richiamare i fondamentali dell’insegnamento sociale della Chiesa.

Nella sua esortazione apostolica di inizio pontificato (Evangelii gaudium) Papa Francesco aveva stigmatizzato quattro figure negative della globalizzazione economica: la negazione dell’umano attraverso l’affermazione dell’idolo del denaro; il consumismo sfrenato che riduce l’essere e la sua relazione sociale alla figura di produttore e consumatore (anche l’ampliamento della libertà di scelta o di tempo se ha come obiettivi quelli predeterminati dalla relazione produzione e consumo è una negazione della libertà); l’economia dell’esclusione che riduci la figura umana a una funzione, scartabile quando non necessaria; l’ideologia dell’assoluta autonomia dei mercati. Riprendere l’etica del lavoro significa per Papa Francesco tentare una risposta a questi mali.

In controluce prendono allora corpo la figura positiva dell’imprenditore, «fondamentale di ogni buona economia», che deve avere esperienza della dignità del lavoro, che ama il lavoro ben fatto e lo crea, che non ama licenziare: «Chi oggi vende la sua gente, domani vende la propria dignità». Cita Luigi Einaudi e condanna come malattia la riduzione speculativa dell’economia. Con la speculazione «l’economia perde volto e perde i volti».

Di fronte al tema della precarietà, del ricatto, del lavoro sfruttato e malpagato, Francesco richiama la necessità di mantenere aperta la tensione tra etica ed economia. Attorno al lavoro si edifica l’intero patto sociale e si misura la qualità di una democrazia. Non solo la dottrina della Chiesa, ma anche l’etica pubblica militano dalla stessa parte. Qui Papa Francesco cita l’articolo 1 della nostra Costituzione come esemplare. Poi si sofferma su un aspetto di stretta attualità. E lo fa in maniera esplicita, anche per voler chiudere illazioni su possibili nuove vicinanze con formazioni politiche. Per il Papa non basta un assegno per sopravvivere, occorre un lavoro dignitoso per vivere: «Il nocciolo della domanda è questo: un assegno statale, mensile che ti faccia portare avanti una famiglia non risolve il problema. Il problema va risolto con il lavoro per tutti». Per un Papa che viene da una nazione dove il populismo è un aspetto storico della mancata costruzione di una compiuta democrazia liberale è facile capire come forme populiste neo-radicali possano fare breccia facilmente in aree sociali, geografiche e generazionali dove il lavoro manca o è di pessima qualità. Ma la scorciatoia di un salario senza lavoro non restituisce la dignità del vivere, dissocia anzi il legame tra lavoro e dignità umana. Il Papa accusato spesso di populismo non ama i populismi o i qualunquismi. Il messaggio è chiaro: pieno rispetto ed equidistanza da tutte le forze politiche, ma nessuna scorciatoia sui valori cristiani.

Spesso dietro alle nuove tecnologie e alla competizione sfrenata all’interno delle imprese stesse si nasconde per Francesco un altro male. Ci sono concetti che diventano moderne dissimulazioni, come può accadere al concetto di «meritocrazia» e che servono spesso per giustificare nuove disuguaglianze: «L’accento sulla competizione all’interno dell’impresa, oltre ad essere un errore antropologico e cristiano, è anche un errore economico, perché dimentica che l'impresa è prima di tutto cooperazione, mutua assistenza, reciprocità».

Infine il tema del lavoro continuo al servizio del consumo continuo. Qui il Papa prende le distanze dall’approccio economicistico di un’altra questione d’attualità: i grandi negozi aperti 24 ore ogni giorno, tutti i giorni. Li definisce «nuovi “templi” che promettono la salvezza, la vita eterna; culti di puro consumo e quindi di puro piacere». Papa Francesco invita a ripensare attraverso l’etica del lavoro la dimora dell’umano. L’economia e le sue sregolatezze non possono presumere di essere né l’unica, né l’intera dimora dell’umano.

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