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Dossier Collaboratori, non concorrenti

    Dossier | N. 11 articoliBusiness e Tecnologia

    Collaboratori, non concorrenti

    Milioni di persone perderanno il lavoro. Intere professioni scompariranno. I lavoratori con competenze obsolete faticheranno a trovare un impiego. Questi timori riaffiorano in occasione di ogni nuovo sviluppo tecnologico nella storia dell’umanità: l’invenzione dell’automobile, l’automazione nelle fabbriche, l’avvento di computer così piccoli e potenti da poter essere usati negli uffici. Anche una persona immersa nella tecnologia come Bill Gates ha recentemente lanciato l’idea di introdurre una tassa sui robot per compensare la perdita di posti di lavoro causata dal crescente utilizzo dell’intelligenza artificiale. Sembra che, come Frankenstein, abbiamo ancora paura di essere distrutti dal mostro che noi stessi abbiamo creato.

    Ovviamente, non possiamo trascurare l’impatto dell’intelligenza artificiale sull’occupazione. Secondo le stime del World Economic Forum (Wef), nei prossimi anni l’intelligenza artificiale, la robotica, le nanotecnologie e altri fattori socio-economici renderanno sempre più superfluo il lavoro umano, portando alla distruzione di 5 milioni di impieghi entro il 2020. Anche se lo stesso studio prevede la creazione di 2,1 milioni di nuovi posti di lavoro, 3 milioni di occupati in meno sembrano davvero tanti – finché non si realizza che la popolazione adulta attiva in tutto il mondo è compresa tra 4 e 5 miliardi di persone.

    La realtà è che la maggior parte dei lavoratori non verrà sostituita da un robot. Da una ricerca McKinsey emerge che moltissimi impieghi verranno parzialmente automatizzati, ma sono meno del 5% quelli che potranno essere svolti interamente dalle macchine. L’intelligenza artificiale con cui lavoriamo e continueremo a lavorare nel prossimo futuro non è concepita per agire come una persona, bensì per aiutare le persone a capire le crescenti masse di dati disponibili, con l’obiettivo di semplificare e migliorare il lavoro e la vita dell’uomo. Questo tipo di intelligenza artificiale è già integrata nel nostro quotidiano. Ad esempio, le stampanti intelligenti degli uffici avvisano automaticamente il tecnico informatico quando si inceppano e gli allarmi antifurto e antincendio installati nelle abitazioni avvertono i servizi di emergenza quando scattano.

    Ovviamente, la tecnologia non si ferma mai e cominciano a emergere nuove forme di intelligenza artificiale. Ad esempio, i rifugiati possono chiedere asilo attraverso un chatterbot che valuta automaticamente l’idoneità dell’utente in base alle sue risposte a una serie di domande. Inoltre, Facebook utilizza una tecnologia di riconoscimento degli oggetti per fornire descrizioni audio di immagini agli utenti non vedenti e ipovedenti. In questo senso l’intelligenza artificiale, lungi dall’essere un potenziale pericolo, può avere un impatto positivo sulla vita delle persone.

    Lo stesso vale per il nostro stesso settore, quello della gestione patrimoniale. Abbiamo già cominciato a utilizzare l’intelligenza artificiale per offrire consulenza ai nostri clienti con modalità nuove e diverse. «Ask Ubs», il programma pilota che abbiamo sviluppato in collaborazione con l’assistente virtuale di Amazon, Alexa, permette agli utenti dotati di Amazon Echo di porre domande su argomenti e termini del settore finanziario, senza muoversi da casa. In altre parole, chi desidera cominciare a investire può ottenere una formazione sul mondo della gestione patrimoniale per mezzo di un dispositivo che magari possiede già.

    In futuro, la tecnologia dell’intelligenza artificiale potrebbe essere utilizzata per ottimizzare la consulenza fornita dai gestori patrimoniali ai propri clienti. Ad esempio, potrebbe servire per identificare e rettificare le tendenze comportamentali dei gestori di portafoglio che incidono negativamente sui rendimenti. Verrebbe così perfezionata l’esecuzione delle strategie d’investimento dei clienti, portando alla generazione di risultati più elevati e sostenibili.

    L’intelligenza artificiale si presta anche a promuovere lo sviluppo di una delle aree d’investimento più promettenti del futuro: l’impact investing. Infatti, può svolgere un ruolo di primo piano per ottenere le efficienze necessarie e assicurare che gli investimenti dei nostri clienti siano in grado di generare rendimenti e al contempo produrre un impatto duraturo. Nel white paper che abbiamo presentato di recente al Wef, «Mobilizing private wealth for public good», abbiamo individuato diversi ostacoli che occorre superare per raggiungere questo risultato. Uno fra questi è la mancanza di dati qualitativi e quantitativi, ma il potenziale di raccolta ed elaborazione dati del data mining attraverso l’intelligenza artificiale può colmare questo vuoto evidente.

    Bill Gates ha ragione a voler valutare l’impatto della tecnologia sui posti di lavoro. È un aspetto che tutti i settori dovranno prendere in considerazione, dato che l’intelligenza artificiale diventa sempre più sofisticata e le trasformazioni prodotte a livello di lavoro e vita personale diventano sempre più frequenti e importanti. Non dobbiamo, però, guardare con paura alle nuove tecnologie: le automobili, i macchinari e i personal computer tanto temuti dai nostri antenati sono riusciti in ultima istanza a migliorare la qualità della vita delle persone e, soprattutto, non si sono sostituiti a loro. La manodopera umana è resiliente e flessibile e si è ripetutamente adeguata ai progressi tecnologici compiuti nella storia. Impegniamoci a sfruttare i prossimi sviluppi della tecnologia senza perdere la fiducia di saperci adattare anche questa volta.

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