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Uno «Stato imprenditore-innovatore»

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Uno «Stato imprenditore-innovatore»

La mattina di mercoledi 24 maggio all’assemblea di Confindustria il presidente Vincenzo Boccia invocava «un progetto di lungo respiro (…) una Industria 4.0 per una Società 5.0, inclusiva e aperta». Nel suo intervento successivo, il ministro dello Sviluppo economico Carlo Calenda, oltre a ricordare l’avvio del Piano Industria 4.0, segnalava tra l’altro la volontà del governo nel procedere sulla strada delle privatizzazioni, sottolineando che «mantenere il controllo pubblico aprendo il capitale al mercato si è dimostrata una buona soluzione per Eni, Enel, Leonardo, Fincantieri e altre aziende che rappresentano oggi campioni nazionali capaci di sposare regole di mercato e interesse nazionale» e chiedeva di «salvare il liberismo dai liberisti (ideologici)». Linguaggio schietto, pragmatico, non retorico.

Il pomeriggio dello stesso giorno, in un convegno sullo “Stato innovatore” promosso dal M5S nell’Aula Magna della Camera, economisti dell’innovazione (per nulla liberisti) come Mariana Mazzucato (University College London) e Giovanni Dosi (S. Anna di Pisa) insieme a Massimo Mucchetti (presidente Commissione Industria al Senato) concordavano con toni diversi sulla necessità di rilanciare l’idea di uno Stato che non si limita ad assicurare il buon funzionamento delle regole del mercato (Doing business), ma incentiva le imprese a unirsi per fare ricerca e innovazione su grandi progetti di interesse pubblico come energia, trasporti, interconnessione digitale, ambiente, sanità e invecchiamento, povertà e disagio sociale. Uno “Stato innovatore” dotato di una politica industriale “mission oriented”, con risorse finanziarie e competenze adeguate per rilanciare commesse pubbliche intelligenti. Un modello di azione che peraltro si affaccia negli orientamenti di politica industriale nei maggiori Paesi avanzati, per non parlare degli aggressivi Paesi emergenti asiatici. Un modello che fornisce “capitali pazienti” per programmi di lungo respiro e conta su istituzioni-ponte fra il mondo delle ricerca e le imprese innovative, ma spesso troppo piccole e disperse.

Non è un mistero che Calenda (non lui solo) diffida sulla realizzabilità – almeno in Italia - di una politica “mission oriented” che verrebbe troppo facilmente inquinata dal (déja vu!) intreccio perverso e inefficiente fra partiti politici, burocrazia opaca e talora corrotta e interessi privati.

Chissà se Calenda e l’intero governo sarebbero altrettanto diffidenti verso la proposta (Mucchetti su “Italianieuropei” 2, 2017) di una riqualificazione del ruolo e degli strumenti operativi della Cassa Depositi e Prestiti, per consentirle quella strategia di partecipazioni azionarie e di finanziamenti a medio-lungo termine che caratterizza da tempo le cosiddette “Banche nazionali di sviluppo”, come la KfW tedesca e la Cdc francese che agiscono per conto dello Stato. Una Cdp che operi come un nuovo Iri virtuoso e “technology oriented”, capace di confrontarsi in modo assertivo con gli investitori esteri (ce ne sono tanti, anche cinesi…) in nome di veri interessi nazionali, che a certe condizioni possono essere valorizzati anche da azionisti lungimiranti di altri Paesi (come avvenuto con General Electric, Siemens, Bosch, Abb e altri). Capitalisti non italiani che combinandosi con le nostre (spesso invidiate) competenze manifatturiere riescono ad allargare la frontiera dei nostri vantaggi competitivi attuali e potenziali.

In attesa di verificare la fattibilità di questo ritorno a un virtuoso Stato imprenditore-innovatore, sarebbe comunque utile definire meglio l’attuale scenario (non propriamente nitido) di “Stato promotore” con Industria 4.0. Infatti, a parte la rete dei Digital Innovation Hub appoggiata alle associazioni territoriali di Confindustria (che speriamo si avvarranno di veri consulenti digitali), non è chiaro come si troveranno a convivere vari soggetti fra cui: a) un numero ancora incerto di “Centri di competenza” universitari dotati di “competenze manageriali adeguate”; b) da 8 a 12 “Cluster Tecnologici Nazionali” lanciati nel 2012 dal Miur e affidati a specifici “Accordi di programma” con le Regioni; c) l’Agenda per l’Italia digitale, lanciata dal governo Monti del 2012 a responsabilità congiunta di Mise e Miur di concerto con le Regioni: d) i “Contratti di sviluppo” con agevolazioni a progetti di media dimensione, gestiti da Invitalia e cofinanziati dalle Regioni.

Fino a quando ministeri potenti come Mef, Mise e Miur agiranno come braccia separate anziché coordinate di una vera politica industriale nazionale? O riteniamo che «ci pensa il mercato» a fare massa critica di tante capacità eccellenti ma cronicamente disperse?

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