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Libano, l’accoglienza dopo l’orrore

testimonianze dei confini

Libano, l’accoglienza dopo l’orrore

Sabra, Shatila e la Valle della Beqaa. E poi, Tiro e Sidone. Nomi e luoghi del Libano che, nel passato, ho imparato a conoscere. E per motivi diversi. Nel territorio di Tiro e Sidone Gesù guarì la figlia di una donna siro-fenicia (Mt 15, 21-28); qui sorsero quasi subito delle comunità cristiane visitate da san Paolo nel suo viaggio verso Gerusalemme (At 21,3-6).

Nei giorni scorsi mi è capitato, in Libano, di sentir parlare di Sabra, Chatila e della Valle della Beqaa. Il primo è un quartiere di Beirut e il secondo era un campo profughi. Entrambi posti alla periferia ovest di Beirut. Beqaa è invece una fertile vallata che si estende tra Libano e Siria. È possibile ammirarla percorrendo la strada che da Beirut porta verso Anjar, un piccolo insediamento armeno, meta principale del mio recente viaggio nel “Paese dei cedri”. Anjar è una cittadina prevalentemente popolata dai discendenti di circa seimila armeni che abitavano la regione di Musa Dagh, nel sangiaccato di Alessandretta. Quando nel 1939 le autorità mandatarie francesi cedettero la regione alla Repubblica di Turchia, gli abitanti armeni, che erano scampati al genocidio del 1915, temendo ritorsioni da parte turca, cercarono rifugio in Siria e in Libano. Molti di essi diedero vita all’attuale insediamento.

Pur essendo Anjar nota soprattutto per essere un centro archeologico di notevole importanza, a portarmi da quelle parti sono stati altri motivi, invitato dal Patriarca armeno cattolico. Quando P. Georges, vescovo ausiliare di Beirut che è venuto a prendermi all’aeroporto, mi ha indicato la direzione di Sabra e Shatila, mi è tornata in mente la prima grande strage della quale ho avuto contezza. Tra il 16 e il 18 settembre 1982 lì avvenne infatti uno dei peggiori e agghiaccianti massacri della storia. Il primo amaro frutto dell’arroganza e della violenza gratuita per il quale non sono riuscito a darmi una ragione. Un “genocidio”, riconobbe l’Onu. Elaine Carey, giornalista del Daily Mail, in un articolo del 20 settembre dello stesso anno, raccontò così la tragedia di quei giorni: «L’odore traumatizzante della morte era dappertutto. Donne, bambini, vecchi e giovani giacevano sotto il sole cocente. La guerra israelo-palestinese aveva già portato come conseguenza migliaia di morti a Beirut. Ma, in qualche modo, l’uccisione a sangue freddo di questa gente sembrava di gran lunga peggiore». E, durante un discorso di fine anno, Sandro Pertini, che era stato a Sabra e Chatila, affermò: «Ho visto i cimiteri di Sabra e Chatila. È una cosa che angoscia vedere questo cimitero dove sono sepolte le vittime di quell’orrendo massacro».

Da quel 1982, tante altre stragi, tanti altri corpi straziati, fino ai nostri giorni. Per le vittime di Sabra e Chatila mi ero ritrovato spesso a pregare con la mia comunità. Avevo pregato per quello che era successo in un luogo che allora non riuscivo nemmeno a collocare geograficamente. Mi sono accorto, nel tempo, di averlo eletto a luogo simbolo per me. Simbolo di quanto insopportabile sia la violenza cieca e arrogante. Soprattutto quando a pagarne il prezzo sono uomini, donne e bambini ai quali si tendono agguati vigliacchi. Come quello di alcuni giorni fa Manchester. Avrei voluto chiedere a p. Georges di fermarci un po’ per onorare quelle vittime ma soprattutto per rinnovare i miei sentimenti di disprezzo per gesti ingiustificati di violenza.

Il viaggio è continuato verso il quartiere cristiano di Beirut, città dai mille volti e comunque abbastanza ordinata e accogliente in alcune sue parti. La sua accettata e programmata divisione in quartieri bene identificati (cristiano, sciita, sunnita, druso ecc) è simbolo dell’equilibrio che può permettere di convivere – quando lo si vuole e non intervengono particolari interessi - a comunità con tradizioni culturali e religiose diverse. Da più parti questo è avvenuto prima dei non richiesti interventi… ”liberatori” provenienti dall’esterno.

Né Sabra e Shatila né la Valle della Beqaa, con il loro carico di morte e di distruzione hanno fermato la voglia di vivere. Il Libano ha conosciuto altri momenti drammatici, come l’assassinio dell’ex primo ministro Rafik Ḥariri. La voglia di continuare a essere luogo di accoglienza e di vita però non l’ha persa. Non solo i profughi armeni ma anche quelli palestinesi e della vicina Siria continuano a trovare aiuto.

Tra i gesti di accoglienza che vanno in direzione ostinata e contraria all’assurda violenza, un’attenzione particolare viene riservata a orfani come Georges di appena cinque anni o come Apraham. Assieme ad altri 23 bambini vengono accolti ad Anjar in una struttura (Foyer Agagianian) ricostruita, come tante altre, grazie al contributo 8xmille destinato alla Chiesa cattolica italiana e a quello di altri benefattori. La gioia dei tre piccoli Mardirossian assieme a quella di Georges, di Apraham e degli altri ospiti della struttura intitolata a un uomo straordinario, Gregoire-Pierre XV Agagianian, mi fa legare il Libano, d’ora in poi, non solo a luoghi di morte e di violenza ma anche a voglia di accoglienza e di vita. Il Libano, mi ha ricordato Mons. Caccia, Nunzio Apostolico nel “Paese dei cedri”, ha il più alto numero pro capite in assoluto di rifugiati nel mondo, arrivando secondo le stime attuali a circa 1,2 milioni di persone ufficialmente registrate su un totale di 4 milioni di abitanti, senza contare la presenza di numerosi campi palestinesi.

Da più parti, in questi giorni e negli incontri avuti, ho avvertito forte e diffuso il desiderio di una terra che non sente nessuna necessità di essere ancora una volta ridotta a teatro in cui si scontrano interessi interni e internazionali. Luogo in cui gli interessi di pochi si trasformano fatalmente in tragedia per tanti.

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