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Dossier Mistrà, mistico dormire della Vergine

    Dossier | N. 11 articoliVIAGGIO NELL’ANIMA DELL’EUROPA

    Mistrà, mistico dormire della Vergine

    Si converge su Mistrà, al centro del Peloponneso, due amici provenendo da Monemvasia, ove si contemplano i ciottoli più levigati e l’acqua più trasparente di tutta la Grecia (come attesta Peter Levi, nel suo squisito Giardino luminoso del re angelo), e noi da Vasses, ove svetta – a oltre 1100 metri di altezza – il tempio di Apollo Epikourios, opera di Ictino, l’architetto del Partenone.

    Tra i più affascinanti e meglio conservati monumenti della Grecia classica, esso riunisce in sé i tre ordini: il dorico, lo ionico ed il corinzio, in perfetta armonia. Manca soltanto il fregio: dodici metope, vibranti e vivide, sono conservate al British Museum, e a Vasses sostituite da copie. Qui la spoliazione appare manifesta: e il museo britannico, che ha già tutti i fregi del Partenone, bene farebbe a restituire quelle metope, che a Londra sono un modesto corollario ai fregi del tempio di Atene, mentre a Vasses, in cima alla montagna (e non nel piatto scorrere delle stanze museali) restituirebbero un tutto, integro e maestoso. So bene che la questione delle restituzioni del patrimonio artistico spogliato dalle guerre, dalle sottrazioni, dalle vendite forzose, è ormai una crux mondiale, e andrà risolta caso per caso con senno storico. Dovrebbe – mi sembra – prevalere (come per Vasses) il criterio della maggiore integrità, e insieme dell’unicità. Con coerenza simmetrica, pare difficile oggi pensare di staccare la collezione degli Impressionisti di Otto Krebs – ora all’Hermitage – da quelle straordinarie, lì conservate, di Sergei Shchukin e Ivan Morozov, un insieme unico al mondo per gusto e reciproca integrazione.

    Per fortuna Mistrà è tutta lì, nella sua solitudine di città abbandonata, nelle sue pendici ove tintinnano sonagli di capre e campanelle che richiamano alla solenne festa della Vergine il 15 agosto. Capitale della Morea, conserva in sé tutto lo scorrere della civiltà (e delle armi) da Occidente a Oriente e da Oriente a Occidente. Posta ai primi contrafforti del Taigeto, sovrastante Sparta, essa conobbe prospera fortuna al seguito della IV crociata, divenendo nel 1249 sede del principato latino di Acaja. Dieci anni dopo passa all’imperatore bizantino Michele VIII Paleologo; sotto il governo di Teodoro II Paleologo (nel cuore del XV secolo) Mistrà divenne la seconda città più importante dell’impero bizantino dopo Costantinopoli e il palazzo di Guglielmo II fu anche residenza imperiale.

    Alla corte di Teodoro visse Giorgio Gemisto Pletone (1355-1452), il quale insieme ad altri saggi e filosofi bizantini (e tra essi Giovanni Bessarione, 1395-1472) venne in Italia al seguito dell’imperatore Giovanni VIII, per partecipare al Concilio di Basilea, Ferrara e Firenze. Fu il momento del risorgere dell’umanesimo greco, base del nostro Rinascimento, del fiorire degli studi platonici, della forza intellettuale della Firenze di Marsilio Ficino. Introdusse il prestigio degli Oracoli caldaici, la convergenza delle religioni, il valore del culto zoroastriano, il fascino del sincretismo. Il Trattato delle Leggi, il Trattato delle virtù, gli Oracula magica Zoroastris, il De platonicae atque Aristotelicae philosophiae differentia libellus sono le sue opere maggiori; Rémi Brague ne ha ben visto il carattere utopico nel suo saggio Une cité idéale au XVème siècle: l’utopie néo-païenne d’un byzantin [Introduzione a Pléthon, Traité des lois (1982)].

    Il nostro Leopardi, acuto e erudito, ne ha percepito la colta raffinatezza, pubblicando da Stella nel 1827 il Discorso del conte Giacomo Leopardi in proposito di una orazione greca di Giorgio Gemisto Pletone e volgarizzamento della medesima (si tratta dell’orazione in morte della imperatrice Elena Paleologina). Certo rimangono vive le pagine toccanti del III libro del Trattato delle Leggi, ove Pletone eleva la propria preghiera della sera: «A te prima di tutti, a te soprattutto, Giove sovrano, noi rendiamo grazie […]. Tu sei il bene, fuori di te non c’è altro bene; perché tu sei per tutti gli esseri il primo e l’ultimo, e il sovrano principio di ogni bene. […] E voi (scil. “o Dei”) offrite ogni sollecitudine alla nostra intelligenza, nostro attributo divino, che a voi ci unisce in una sorta di parentela; voi ci spingete senza sosta verso il bene, dirigendoci nella retta via, sapendo che anche noi saremo felici fintantoché saremo capaci di camminare sulle vostre tracce e di raggiungere con voi il bello».

    Siamo tuttavia qui, tra questi armenti, per visitare la Panagia Odigitria, l’inobliabile cupola di affreschi della Vergine e delle storie di Cristo; e soprattutto la ieratica Dormitio Virginis della Peribleptos. La Dormitio – con l’animula della Vergine nelle braccia di Cristo risorto, com’egli fu nelle braccia della Vergine Madre – è il più alto mistero che l’Oriente cristiano abbia consegnato all’Occidente, e a Dante stesso. Se Maria partorì senza macchia originale (non potendo portare in sé il divino dentro un corpo macchiato dalla colpa di Adamo ed Eva) non doveva – di conseguenza – subire il frutto di quel peccato, la mortalità; essa dunque si addormenta e transita nelle braccia del suo Cristo. Primizia dolcissima della nostra intera umanità.

    Viene in mente, in questo silenzio, ciò che Henry Miller scrisse, nel 1939, nelle sue Prime impressioni della Grecia: «È impensabile e assolutamente impossibile che questi luoghi sacri subiscano un giorno l’influenza del progresso. In questa atmosfera nessuna macchina potrebbe sopravvivere. Qui governa in modo tirannico lo spirito del luogo, padrone supremo del passato, del presente e del futuro». Quello ch’egli scrive di Cnosso, vale ancor più per Mistrà, tutta sentieri, per il monastero della Pantanassa in mezzo ai fichi, per la Santa Parasceve, tra rocce e sterpi, per la cappella di san Giorgio o di san Cristoforo, o della “Piccola Vergine”.

    Si può ripetere per Mistrà l’osservazione che Robert Byron (Londra 1905 –1941) dettò per la sua visita al Monte Athos: «Le abitudini dei frivoli figli del mondo si dimostrarono impotenti contro le tradizioni di metà dell’era cristiana. E le nostre giornate assunsero un ritmo di regolarità monastica, sia nell’impiego del tempo, sia nella concisa serietà con cui ciascuno di noi si dedicava alle proprie occupazioni».

    Ci sono dei luoghi in cui si vorrebbe vivere e altri, di «concisa serietà», in cui si vorrebbe cominciare a raccogliere nell’essenziale qualche linea della vita: «Amo ciò che preserva intatto il nocciolo della propria ferita» (Athina Papadaki,[Atene 1948], La veglia dei cieli). Mentre davanti al mare di Archangelos sorseggio, con gli amici di Monemvasia, il mio ouzo serale con polipetto arrostito, so che Mistrà sarà il mio ultimo ritorno, al braccio orientale dell’Odigitria, ove la Vergine veglia e dolcemente posa il volto sulla mano che accarezza l’Infante. Addormentarsi così, nel profumo intenso dei mirti e delle Vergini dei ceri di Thanassis Hatzopoulos (Aliveri 1961): «Salmodie d’un soffio, esse entrano in un tempio / con i ceri bianchi del Sabato santo, / Per accogliere nelle loro mani la vivida / la calda luce della resurrezione». ThV anaVtashVjwV, la luce che sorge ogni giorno per noi e risorge nel silenzio dei luoghi che attendono, in pace.

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