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La lobby delle aste e i diritti della Serie A

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CALCIO E BUSINESS

La lobby delle aste e i diritti della Serie A

(AgfCreative)
(AgfCreative)

La partita di gran lunga più importante che gioca il calcio italiano in questi giorni è quella dei diritti tv della Serie A per il triennio 2018-2021.  Ma il risultato di sabato è stato triste: vista la pochezza delle offerte ricevute è stato deciso di riprovarci dopo l’estate. Un altro brutto colpo per il sistema-calcio, che su questo terreno ha già gravissimi problemi di credibilità. A detta della Procura di Milano le tre aste precedenti sono state infatti tutte oggetto di manipolazione.

Secondo un’inchiesta condotta dal Nucleo di Polizia Tributaria della Guardia di Finanza di Milano, due persone avrebbero infatti per anni governato il business del calcio in Italia in modo più o meno occulto e comunque personalistico. La prima di queste persone è Marco Bogarelli, che fino al novembre scorso è stato l’anima di Infront, advisor della Lega Calcio. La seconda, il dominus oeconomicus, è Riccardo Silva, un signore milanese di 47 anni che negli ultimi 10 anni ha movimentato più denaro di Agnelli, Galliani, De Laurentis, Pallotta e Lotito messi insieme.

La lobby del calcio

A differenza di questi ultimi, Silva non è proprietario di una squadra di Serie A, ma in un certo senso è come se le avesse gestite tutte, perché attraverso la sua Media Partners & Silva è accusato di aver di fatto controllato il loro gettito maggiore: quello derivante dai diritti televisivi internazionali.

Secondo la Guardia di Finanza, a partire dal 2009 questo gruppo si sarebbe interposto «tra le squadre di calcio, cui spettano gli ingenti benefici della commercializzazione in Italia e all’estero dei diritti audiovisivi (stimabili in non meno di 1,2 miliardi di euro all’anno) e il mercato, per appropriarsi clandestinamente di una fetta consistente di questi».

Il 14 marzo scorso la Procura di Milano aveva chiesto la misura di arresto cautelare per lui, per Bogarelli e per l’ex socio di quest’ultimo in Infront Giuseppe Ciocchetti. Il 4 aprile il Gip ha respinto la richiesta sostenendo che la loro non era un’associazione per delinquere, bensì una “lobby”. Ecco cosa ha scritto il giudice Manuela Accurso Tagano nel suo provvedimento: «I tre indagati, per un periodo di circa quattro anni, hanno data vita a una vera e propria lobby del calcio, che ha fatto propri i ricavi derivanti dalla commercializzazione dei diritti audiovisivi all’ estero in violazione di quei principi di imparzialità e indipendenza che avrebbero, invece, dovuto caratterizzare l’operato dell’advisor».

Lunedì 5 giugno, il Tribunale del Riesame di Milano avrebbe dovuto decidere sul ricorso avanzato dai pm, ma la presidente del Collegio non si è presentata, chiedendo che il fascicolo sia riassegnato.

Il Sole 24 Ore ha contattato Bogarelli, il quale ha detto di non voler fare commenti fin quando non si esprime il Tribunale del Riesame. Neppure Silva ha voluto rilasciare dichiarazioni, ma la sua società ha negato ogni addebito.

Partendo da una lettura degli atti dell’inchiesta condotta dalla Guardia di Finanza e depositati presso il tribunale di Milano dai pm Roberto Pellicano (appena nominato procuratore a Cremona), Paolo Filippini e Giovanni Polizzi, Il Sole 24 Ore ha voluto comunque ricostruire attività e metodi di quella “lobby” che per circa un decennio sembrerebbe avere avuto in mano il business del calcio in Italia.

A sostenere che sia stato così non è solo la Guardia di Finanza ma lo stesso Silva, che in un’email intercettata ha scritto: «Come tutti sanno, tutta la produzione (dagli stadi, agli archivi, ai programmi, a tutto il resto) e ogni aspetto televisivo della Serie A è gestito totalmente da Infront (che garantisce 1 miliardo all’anno alla Lega). L’interlocutore per queste cose non è la Lega (che non ne non sa niente), ma Infront, che fa tutto e decide tutto […] Il “prodotto Serie A” è formalmente, materialmente, moralmente e legalmente di Infront, non nostro, anche se noi ce ne siamo appropriati di fatto come percezione di fronte al mondo perché siamo i (fortunati) distributori dei diritti esteri».

«Ciò che emerge», si legge nella Comunicazione di notizia di reato del Nucleo di Polizia Tributaria, «fa trasparire che Infront, o meglio i suoi referenti, non ha inteso il proprio ruolo di advisor della Lega Calcio, quale garante di equità per tutte le società calcistiche affiliate alla citata associazione». Al contrario, secondo gli investigatori della GdF, Silva avrebbe costituito con Bogarelli, il suo ex socio Ciocchetti e una pletora di personaggi minori «una sorta di sindacato di blocco e controllo» in grado di «condizionare il “sistema calcio” ai fini del perseguimento di interessi personali».

Ma come può essere accaduto se i diritti sono stati venduti al miglior offerente in un’asta pubblica aperta a tutti? In un’intervista concessa a Il Sole 24 Ore nell’estate del 2015, Riccardo Silva aveva sottolineato proprio il fatto che il metodo di vendita dei diritti adottato dalla Lega è la miglior garanzia contro qualsiasi scorrettezza.

«In Italia tantissime cose – forse il 90% – sono non chiarissime, o non perfette», ci aveva detto Silva. «Una delle poche cose chiare è il meccanismo per l’assegnazione dei diritti esteri: c’è un’asta in busta chiusa con il notaio e tutti gli adempimenti previsti dalla legge, aprono le buste e vedono qual è l’offerta più alta. Chiunque al mondo può fare l’offerta. E l’ultima volta noi abbiamo vinto con uno scarto incredibile - del 30% superiore alle altre. Ci siamo forse anche sbagliati, abbiamo forse esagerato».

Il metodo delle aste

Gli atti degli inquirenti spiegano come questo metodo apparentemente blindato sarebbe stato manipolato a favore della MP & Silva, la quale avrebbe beneficiato di ogni genere di favore e colluso con altri soggetti partecipanti alle varie aste al fine di ottenere i diritti a prezzi contenuti e poi spartirsi i guadagni generati dal minore esborso. MP & Silva avrebbero insomma vinto le aste per i diritti televisivi internazionali condotte dal 2009 in poi solo dopo essersi accordata segretamente con altri partecipanti.

Eclatante è il caso dell’ultima, quella per le stagioni 2015-2016, 2016-2017 e 2017-2018 attuata nell’autunno del 2014 e vinta da Media Partners & Silva Limited con un’offerta complessiva pari a € 557 milioni. Entrambi gli altri soggetti partecipanti, l’americana Img Worldwide Llc e la lussemburghese B4 Capital Sa, risultano infatti avere avuto, in quell’occasione o in precedenza, accordi preliminari apparentemente collusivi con la società di Silva.

A Il Sole 24 Ore, MP & Silva ha risposto sottolineando due aspetti: il primo è che si è trattato di aste tra privati, quindi non soggette a criteri validi per appalti pubblici, il secondo è che i loro erano preaccordi di distribuzione assolutamente tipici del settore dei diritti media.

A monte di questi accordi formali, secondo la Procura ce ne erano però anche degli altri informali con funzionari della stessa Lega e soprattutto con chi gestiva le aste per conto della Lega, e cioè l’advisor Infront, o meglio i tre soggetti che la controllavano prima che fosse venduta: Marco Bogarelli, Giuseppe Ciocchetti e Andrea Locatelli. La GdF sostiene infatti di avere trovato evidenza che, sin da quando è diventato titolare dei diritti del calcio italiano all’estero, Silva ha «retrocesso ai manager di Infront il 50% degli utili conseguiti».

A fornire quell’evidenza sono stati gli stessi Bogarelli, Ciocchetti e Locatelli nelle cosiddette voluntary disclosure con le quali, dopo aver scoperto dell’indagine, i tre hanno deciso di “scudare” svariate decine di milioni di euro da loro accumulati all’estero.

Da quelle disclosure si apprende di un reddito attribuito alla «commercializzazione di diritti esteri» e indicato nella somma complessiva per i tre soggetti di 27,7 milioni di euro, tutti pagamenti provenienti dalla MP & Silva Ltd che la Guardia di Finanza ritiene siano stati fatti per «pilotare illecitamente le gare per l’affidamento della licenza a commercializzare all’estero i diritti audiovisivi del calcio».

I capitali “scudati”

Secondo i finanzieri i capitali “scudati” rappresenterebbero tra l’altro solo parte del denaro ricevuto perché «i soli contratti che prevedevano un compenso fisso avrebbero garantito a Bogarelli, Ciocchetti e Locatelli, per il tramite delle società off-shore circa 60 milioni di euro».

A Il Sole 24 Ore la MP & Silva ha spiegato che quei pagamenti erano dovuti a consulenze commerciali avviate due anni prima che Infront diventasse advisor della Lega.

Comunque sia, dagli stessi messaggi di Riccardo Silva intercettati dagli inquirenti emerge chiaramente la natura di quello che la Procura ha definito “sindacato di controllo”. In un’email in cui prendeva in considerazione l’ipotesi di acquistare la stessa Infront (per poi rigettarla), Silva è molto esplicito: «L’Antitrust sicuramente obbligherebbe la Lega a fare un tender [asta ndr] trasparente in quei territori dove l’advisor ha un conflitto di interessi e sarebbero costretti a fare un’asta vera e ufficiale […] altro che gli accordi in allegria con noi al bar! […] Il controllo sulla catena lo si fa con le relazioni e gli accordi commerciali tra società indipendenti, non con il controllo delle varie proprietà che anzi è controproducente, perché fa scattare limitazioni e divieti. Le possibilità per noi di mantenere la Serie A sono e saranno legate a Bogarelli, che con anni di lavoro, relazioni, alchimie varie controlla i voti di 14-15 squadre».

«Fin che c’è Marco Bogarelli», si legge in un’altra email, «il rapporto di amicizia e fiducia reciproca ci pone sempre in “pole position” per i diritti esteri. E Bogarelli ci sarà sempre, perché chiunque compra sarà consapevole che senza di lui Infront non potrà più essere advisor dopo la scadenza dell’attuale contratto (oppure se chi compra accetta che Bogarelli vada via, si suicida)».

Dopo essere venuti a conoscenza dell’indagine su di loro, nel novembre del 2016, Marco Bogarelli e Giuseppe Ciocchetti si sono dimessi dalle cariche di Presidente e Direttore generale di Infront, ma questo passo indietro formale non ha significato in alcun modo un loro ritiro dalla scena. Al contrario, secondo gli inquirenti il potere della network di Silva e Bogarelli rimane «tuttora ben saldo».

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