Commenti

La cultura scientifica richiede più risorse

L'Analisi|Cultura & Società

La cultura scientifica richiede più risorse

Poco più di un anno fa, su questo giornale, sono intervenuto sul problema della scarsa cultura scientifica in Italia. Questa penuria, oltre che ridurre la capacità di innovazione del sistema-Paese, sta aprendo varchi a fenomeni di rifiuto, quando non di demonizzazione, della scienza e dei risultati della ricerca. I danni cominciano a essere evidenti: dal tema vaccini, assurto a livello di scontro ideologico/fideistico, ai comportamenti estremi degli ultras vegani, al ricorso a terapie alternative salvifiche (come il “metodo stamina”). Il recente caso del bambino morto per una otite “curata” con l’omeopatia è emblematico. La scarsa sensibilità scientifica è anche sfruttata da chi, alimentando le “grandi paure”, trae vantaggio economico o politico.

In questo intervento tento una correlazione tra l’espansione di questi fenomeni oscurantisti – certamente non nuovi e non unici del nostro Paese – e il livello di diffusione della cultura scientifica. Come indicatore utilizzo quello del numero dei laureati in materie scientifiche pubblicato da Eurostat e prendo a riferimento Francia, Spagna e Germania, Paesi europei confrontabili con il nostro come impostazione socio-economica, struttura formativa di terzo livello e numero di abitanti. L’idea di partenza è che il numero di laureati misuri la capacità di attrazione delle discipline scientifiche, e rifletta non solo la aspettativa di impiego ma anche la percezione della utilità della scienza rispetto ad altre aree del sapere. Per rendere più immediato il confronto tra Paesi con popolazioni diverse ho “normalizzato” il dato del numero di laureati di Francia, Germania e Spagna sulla popolazione dell’Italia. Se nel 2013 (anno della rilevazione Eurostat) i quattro Paesi avessero avuto esattamente lo stesso numero di abitanti dell’Italia (60,8 milioni di abitanti), i laureati sarebbe stati 362mila in Italia, 683mila in Francia, 417mila in Germania, e 529mila in Spagna. Il nostro Paese ha avuto in proporzione, 55mila laureati in meno della Germania, 160mila in meno della Spagna e ben 320mila in meno della Francia. Un dato inquietante per un Paese del G7.

Diamo ora uno sguardo alle diverse discipline. Eurostat raggruppa i laureati per settori affini secondo la “International Standard Classification of Education” (Isced). La percentuale di laureati in “humanities and arts” in Italia è stata del 16%, superiore a quello di Francia (9,4%), Germania (12,6%) e Spagna (9,3%). Nel confronto normalizzato queste percentuali si traducono in 58mila laureati in scienze umane in Italia rispetto ai 47mila, 49mila, e 54mila degli altri tre Paesi, in controtendenza rispetto al dato complessivo.

Nell’area “social sciences, business and law” l’Italia ha tanti laureati quanti la Germania e la Spagna e meno della Francia. Dove il confronto colpisce è nell’area “sciences, mathematics and computing” (che comprende anche fisica, chimica, biologia ecc.): solo il 7,7% dei laureati in Italia contro 9,5% della Francia, 14,5% della Germania, e 8,9% della Spagna che vogliono dire 28mila laureati in discipline scientifiche in Italia rispetto ai 65mila, 47mila e 53mila delle altre tre “pseudo-Italie”. Anche nelle aree “health and welfare” ed “engineering, manufacturing and construction” laureiamo, in proporzione, decisamente meno.

I dati Eurostat parlano chiaro: non è vero che l’Italia ha “troppi” laureati in scienze umane sociali e politiche, ma è sicuramente vero che ne ha troppo pochi nelle discipline scientifiche. Il nostro differenziale negativo di laureati arriva da lì. Inevitabile, a questo punto, correlare questi numeri con l’investimento nella formazione. Eurostat ci dice qual è la percentuale di Pil speso per l’educazione terziaria nei quattro Paesi: l’Italia nel 2012 ha speso lo 0,8% del Pil, la Francia l’1,3%, la Germania l’1,4%, e la Spagna l’1%. Affermare che abbiamo pochi laureati perché spendiamo poco in formazione è una inutile ripetizione. Più importante forse è prendere coscienza che il ridotto investimento colpisce la formazione scientifica e medica e tecnologica forse perché più costosa. Servono investimenti in strumenti e laboratori e personale tecnico a partire dalla scuola primaria e secondaria dove si indirizzano le scelte degli studenti e poi nell’università.

Ci pensino i ministri Lorenzin a Fedeli. Meno laureati scientifici non vogliono solo dire meno opportunità di crescita, vogliono anche dire un Paese più fragile e più esposto al contagio della anti-scienza. È un’emergenza. Come con i vaccini siamo andati al di sotto della “protezione di gregge”.

© Riproduzione riservata