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Un’antitrust per difendere le democrazie dai Big data

L'Analisi|web e società

Un’antitrust per difendere le democrazie dai Big data

Tremila miliardi di dollari: è la capitalizzazione delle cinque grandi imprese high tech statunitensi, collocate ai vertici assoluti del listino di Wall Street. Apple, Google, Microsoft, Amazon e Facebook insieme pesano poco meno del Pil della Germania, ma più di quello di Russia, Regno Unito, Francia, Italia. Ma non hanno debiti; anzi nelle loro casse, mal contati, strabordano 500 miliardi di dollari di liquidità in cerca di impieghi. È a tutti gli effetti l’alba di una nuova rivoluzione industriale. La sua cifra? Un’economia della disintermediazione digitale, che sta rendendo obsoleti molti lavori: circa il 50% delle attuali occupazioni, secondo alcuni analisti, sono automatizzabili e quindi in via di estinzione. Pochi e significativi esempi: Amazon è il negozio più grande del mondo, senza spazi fisici espositivi ma con un catalogo virtuale di 175mila prodotti, 350mila dipendenti e 45mila robot impiegati solo nei magazzini; ha rimpiazzato migliaia di negozi, centri commerciali e relativi dipendenti.

L’era della disintermediazione

Nell’intermediazione finanziaria il processo di disintermediazione digitale è iniziato da tempo col decollo delle banche online, che svuota gli sportelli e le filiali, ma è pur sempre gestito dagli operatori tradizionali: è in vista però una brusca accelerazione con l’entrata nei sistemi di pagamento di Google, Amazon, Apple, e Facebook. Fenomeni cui abbiamo già assistito nei mercati delle comunicazioni elettroniche e dell’intrattenimento, completamente stravolti dal potere di mercato degli Over The Top e dalla loro capacità di occupare e di sfruttare, più o meno gratis, le reti costruite dagli operatori tradizionali del settore, sfuggendo non solo a una regolazione non pensata per loro ma anche ai sistemi fiscali nazionali.

Google e Facebook rastrellano il 40% della pubblicità mondiale online, circa il 90% nel mondo occidentale. Nel mondo digitale non pare valere la legge dei rendimenti decrescenti. Anzi: con l’aumento degli utenti una piattaforma aumenta di valore, perché si moltiplicano le informazioni a disposizione e quindi gli investimenti per incrementare gli utenti hanno rendimenti marginalmente crescenti. Non solo: la possibilità di profilare miliardi di utenti per via algoritmica, assemblandone gruppi sterminati da esporre a pubblicità e offerte mirate di determinati inserzionisti, indirizzandone e condizionandone quindi le scelte, sembra attaccare un altro caposaldo dell’economia teorica, quello hayekiano per cui è il processo concorrenziale che governa impersonalmente i sistemi di mercato, basato sulle scelte personali e individuali.

Molti dati in mano a pochi soggetti

Con una conseguenza inquietante: in un contesto di informazione incompleta tale scenario potrebbe configurare un uso illegittimo del potere economico, diretto a falsare il mercato. E non solo: l’enorme concentrazione di potere economico, costituito in gran parte da dettagliate informazioni, che ha generato ricchezze inestimabili in possesso di un numero ristretto di soggetti pone anche un problema di carattere politico. Questi patrimoni di conoscenza possono essere utilizzati per influenzare e condizionare anche altri tipi di scelte. Oltreché consumatori siamo cittadini che fanno parte di stati, sistemi di alleanze ultra statali e prendiamo decisioni che riguardano la vita di queste comunità e, in definitiva, la loro sovranità.

E qui la cronaca ci riserva una sorpresa. La sovranità? Un inatteso ritorno di fiamma verrebbe da dire. Prima la Brexit, poi la presidenza Trump sembrano smentire i pronostici che fino a ieri affollavano le pagine dei tanti osservatori pronti a scommettere sul tramonto di questa pietra angolare dello Stato moderno. La parola d’ordine era interdipendenza, globalizzazione, condivisione dei valori. La terra è piatta aveva scritto Thomas Friedman, brillante editorialista del New York Times, per sottolineare come la tecnologia stesse portando all’evaporazione dei gelosi confini statali. E ora? Sembra che l’orologio abbia rimesso le lancette indietro. Conclusione condivisibile? No: affrettata.

Per afferrare la distanza tra apparenza e realtà torniamo a volgere lo sguardo ai titani dell’high tech e agli altri soggetti coinvolti nella tumultuosa epopea del digitale 2.0, della robotica e, a seguire, dell’intelligenza artificiale. In presenza dei budget illimitati di cui dispongono queste imprese, al cospetto della rapidità del passo dell’evoluzione tecnologica che spiazza l’agenda della politica, ebbene la sovranità appare come uno di quei cassettoni dell’Ottocento che finiscono irrimediabilmente in cantina perché pomposi, ma inutili. La potenza dell’industria high tech non è domata dalla volontà politica dei singoli Stati. Anzi questi ultimi ne subiscono la lobby e ne chiedono i servigi, che si tratti dell’ambito militare o di intelligence o per condurre le proprie campagne elettorali che vengono individualizzate per definire con la massima precisione i target dei votanti.

DOVE SI FORMA CHI MANEGGIA I BIG DATA
Laureati con una forte formazione in statistica e analisi dei dati e relativo reddito nazionale
lordo (dimensione delle bolle) - Nota: Si considerano gli studenti che hanno seguito corsi post-laurea o nell'ultimo anno di università in statistica computazionale (Fonte: elaborazione Martin Hilbert,Università California, su dati Manyika e altri 2001 e Banca Mondiale 2010)

Se l’algoritmo è sovrano

Ma proprio qui sta la novità. I Big Data svolgono un ruolo attivo, non meramente servente. Non è la prima volta nella storia dell’Occidente che la macchina fa irruzione sullo scenario politico ed economico. La differenza con il passato è però che stavolta la macchina conduce i giochi, non l’uomo. L’algoritmo è sovrano. E la democrazia? Ecco, se c’è un perdente in questa partita questo è proprio la democrazia che ha legato le sue sorti alla sovranità statale. E non è una perdita da poco. Irrimediabile? Forse no.

Se è possibile iniettare una dose di ottimismo, questa proviene da due strumenti classici, che si stanno cimentando sul terreno: l’antitrust e la regolazione. Il primo, soprattutto in Europa, sta provando, non senza fatica a contenere gli eccessi dei padroni dell’algoritmo. I suoi mezzi sono potenti: l’abuso di posizione dominante è una clava che non lascia indifferente nessuno, nemmeno le imprese più grandi. Il secondo, la regolazione, nei vari settori di interesse, deve cercare di imbrigliare nelle sue maglie lo sviluppo tecnologico per indirizzarlo verso obiettivi compatibili con un certo grado di uguaglianza di opportunità, livellando il campo di gioco, garantendo l’efficienza del sistema.

Ci riesce? Con molta fatica perché il tempo dell’evoluzione tecnologica e quello dell’intervento normativo sono sfasati. Il primo gode sempre di un vantaggio. E tuttavia, pur con questi limiti, questi due poteri vanno valorizzati, assecondati e incoraggiati. Perché allo stato attuale sono l’unico strumento per riguadagnare alla democrazia il terreno che ha perso nel suo sodalizio con la sovranità. E pare che Bruxelles questa lezione l’abbia capita. Lo dobbiamo capire tutti.

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