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Dalle logiche di parte al «bene comune»

Cultura & Società

Dalle logiche di parte al «bene comune»

«Visita di cortesia», «incontro istituzionale» ecc. In tanti modi è stata chiamata la decima visita di un Pontefice al Quirinale, dal dopoguerra; undicesima con quella di Eugenio Pacelli al re Savoia. Visita giunta in uno dei frangenti di maggiore incertezza istituzionale nella vita del nostro Paese, duramente provato in quest’ultimo anno dal sisma che ha colpito il centro Italia. A ricordare questo evento, la presenza di ragazzi provenienti da quelle zone.

Ho seguito la visita di papa Francesco dagli studi Rai per accompagnarne con qualche commento i vari momenti. La prima impressione che ho avuto e che ho subito comunicato agli ascoltatori del programma al quale partecipavo è che al Quirinale, prima e più che dei rappresentati di istituzioni, si stessero incontrando delle persone capaci di farci abbandonare, per un po’, logiche di parte. Quelle che sempre più caratterizzano i rapporti istituzionali e che, oltre a caricare di formalismi eccessivi certi momenti, diventano esercizi di inutili equilibrismi, anche verbali. È il prezzo che troppo spesso si paga di fronte a un malinteso senso di neutralità delle istituzioni e al sospetto che ormai circonda parole come “dialogo”, “incontro”, intesa”, “bene comune” ecc. Forse giova a tutti ricordare quanto, più volte e con una chiarezza che non ammette equivoci, ha affermato papa Francesco a proposito di una di queste parole: «Dialogare non è negoziare. Negoziare è cercare di ricavare la propria “fetta” della torta comune. Non è questo che intendo. Ma è cercare il bene comune per tutti». Purtroppo chi è abituato a interpretare e a vivere le relazioni solo come occasioni per “ricavare la propria fetta” di interesse è destinato a perdere occasioni per crescere e per far crescere. Dal presidente Mattarella e da papa Francesco, nel corso della visita al Quirinale, nei loro gesti e nelle loro parole ho colto la volontà chiara di abbandonare logiche di parte e sterili rivendicazioni per invitare tutti a spendersi per il “bene comune”, che è altro ed è molto di più rispetto alla somma degli interessi dei singoli. Seguendo i vari momenti dell’evento ho cercato di mettermi nei panni dei tanti che, come me, lo stavano seguendo. Davanti ai nostri occhi passavano le immagini e le parole di due persone che, stando a una recentissima indagine e per quanto queste possano valere, riscuotono la fiducia della maggior parte degli italiani. Difatti, mentre il 57% degli italiani si dice molto o abbastanza fiducioso rispetto alla persona e all’operato del Presidente Mattarella, la fiducia in papa Francesco è espressa dal 69% degli intervistati. Ripeto, per quello che i numeri possono esprimere, mi sembra importante questo tipo di riscontro. Lo sappiamo. Latitano sempre di più punti di riferimento sicuri. E quelli che cercano in tutti i modi di accreditarsi – con furbizia (non dico in malafede) e talvolta con giravolte acrobatiche tanto spettacolari quanto incomprensibili – in fin dei conti presentano un alto tasso di inaffidabilità. Dalle parole pronunziate dai protagonisti dell’incontro al Quirinale, ho capito che i due servono il bene comune ricorrendo a strumenti diversi, che non vuol dire necessariamente “in contrasto” o “alternativi” tra loro. Gli ideologi della contrapposizione a tutti i costi penso abbiano poco apprezzato la convergenza tra le due personalità su temi quali il lavoro, la famiglia, l’attenzione alle nuove generazioni, l’immigrazione, la pratica di una «laicità, non ostile e conflittuale, ma amichevole e collaborativa, seppur nella rigorosa distinzione delle competenze proprie delle istituzioni politiche da un lato e religiose dall’altro». Al di là di tutto, m’è parso l’incontro tra due uomini non ideologizzati e fortemente compresi del proprio ruolo e della propria responsabilità nei confronti delle persone loro affidate. La forza di Francesco, lo sappiamo è il Vangelo prima e più delle strutture; la persona prima e più degli schemi e delle etichette! Ma questo è faticoso accettarlo perché richiede grande libertà interiore e buona dose di umiltà. Atteggiamenti difficili da acquisire e che spesso mancano ai pochi ma molto rumorosi detrattori del Papa «venuto quasi dalla fine del mondo». È proprio vero! «Quando l’uomo non ama la propria libertà più di ogni altra cosa al mondo – ha scritto E. Mounier - nulla egli detesta di più». La libertà interiore permette di far propria fino in fondo un’affermazione di Giovanni Paolo II e che a me pare costituire la vera forza del pontificato di Francesco: «Non ci seduce certo la prospettiva ingenua che, di fronte alle grandi sfide del nostro tempo, possa esserci una formula magica. No, non una formula ci salverà, ma una Persona». E le formule che non salvano possono chiamarsi anche strutture, vestiti, privilegi, modi di dire ecc. Da soli, questi, non danno vita vera e non alimentano la voglia di crescere né nelle istituzioni politiche né nella chiesa. E questa convinzione ce l’hanno trasmessa i due protagonisti dell’incontro al Quirinale anche quando, nella seconda parte della visita, si sono mischiati ai ragazzi delle scuole provenienti dai paesi terremotati, più volte visitati sia dal presidente Mattarella sia dal pontefice. Quest’ultimo, consapevole della fatica che si prova a rimettersi in cammino dopo episodi come quelli che nell’ultimo anno hanno messo a dura prova il centro Italia, ha ricordato ai ragazzi le parole di un antico canto alpino che dice più o meno così: nell’arte dell’ascesa, il successo non sta nel non cadere ma nel non rimanere … “caduti”. Ha detto proprio così Francesco!

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