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La lezione di Macron e i tagli al cuneo fiscale

l’editoriale

La lezione di Macron e i tagli al cuneo fiscale

Afp
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E se per una volta i partiti della maggioranza accettassero l'idea di non trattare gli elettori come un gregge ebete o come una massa di fanciulli da conquistare con un lecca-lecca?

Ormai è chiaro che la legislatura dovrà concludersi degnamente entro i suoi termini naturali e chi è al Governo deve approntare la temuta manovra d'autunno. Il vantaggio, rispetto a un passato anche recente, è che la congiuntura migliora più del previsto e l'Europa fa di tutto per mostrare un volto meno arcigno nella valutazione delle compatibilità dei conti pubblici degli Stati membri della Ue. E ancora ieri ha confermato che a fine anno, quando si trarranno le somme, sarà importante valutare il quadro macro dell'Italia in modo flessibile e alla luce degli andamenti del ciclo economico.È un'apertura di credito.

Il ministro Padoan aveva già fatto sapere a Bruxelles, in una nota formale scritta in quel linguaggio che la tecnostruttura europea può comprendere e condividere (e non tramite boutade o guasconate verso cui l'euro-burocrazia ha l'allergia), che l'Italia continuerà il suo sforzo di razionalizzazione di deficit e debito, ma per il prossimo anno farà la metà di quanto previsto dalla meccanica applicazione delle soglie (riduzione del deficit dello 0,3% contro lo 0,6% previsto, vale a dire circa 5 miliardi contro 10).Lo sforzo già inserito nella “manovrina” fresca di approvazione finale ha ridotto a 15,7 i miliardi oggetto della clausola di salvaguardia sull'aumento dell'Iva in caso di mancato raggiungimento degli obiettivi.

Sarà questo l’inevitabile primo mattone della prossima legge di bilancio, perché è chiaro che nessun Governo vuole aumentare l’Iva. Recuperare il sommerso sì, magari estendendo le forme di split payment.

La partita fiscale sarà quella più sensibile, perché _ come da tradizione _ è la più sfruttabile durante le campagne elettorali. Il Pd, che resta l’azionista di maggioranza del Governo, ancora risulta dilaniato tra quanti vorrebbero puntare su una manovra pre-elettorale distributiva (una riedizione di qualcosa di simile agli 80 euro) e chi invece vorrebbe programmare un’azione massiccia di politica dell’offerta, destinando i fondi a tagli fiscali mirati alla crescita.

È stato ingenuo (o troppo rozzo) pensare di “comprarsi” l’elettorato con i bonus da esibire nei talk show. E non ha funzionato. Ripetere quell’esperienza a ridosso di un voto politico sarebbe dilettantesco. Se una cosa ha insegnato l’exploit di Macron è che un argomento apparentemente minoritario e impopolare (l’Europa o lo smantellamento delle 35 ore) può diventare un formidabile stendardo per il consenso se accompagnato da declinazioni innovative e visionarie (ma al contempo serie e responsabili) e soprattutto se abbinate all’unica scommessa possibile in questa fase di confusione planetaria: la credibilità e lo sguardo lungo.

Ora il Pil superiore alle attese finalmente può rendere credibile la strategia del denominatore (vale a dire puntare sull’aumento della crescita per far diminuire il maledetto rapporto deficit/Pil o debito/Pil). Lo stesso Governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco, nelle sue ultime Considerazioni finali, ha spiegato che

Sarebbe davvero uno spreco strategico non capire quanto abbiano pesato in questa performance le misure di struttura come il superammortamento per Industria 4.0. Non incentivi a pioggia o solo di settore, ma un contributo a cambiare la configurazione tecnologica dell’intero apparato produttivo puntando sul “libero arbitrio” delle stesse imprese, perché solo chi abbia un’idea moderna di sviluppo è davvero interessato all’incentivo e chi si esclude, prima o poi, esce dal mercato. Il risultato è duplice: il sistema industriale aumenta produttività e competitività, il Paese cresce.

Qualcosa di simile ormai non è più rinviabile per il cuneo fiscale, il divario da (triste) primato che separa il salario netto dei lavoratori dal costo del lavoro pagato dall’impresa. Una riduzione shock e strutturale, almeno per i più giovani, avrebbe un effetto turbo nella dinamica dell’occupazione e dei redditi (perché farebbe anche aumentare i salari dei lavoratori) e servirebbe a completare la strategia del jobs act.

Il rischio è che l’attacco politico ai limiti del jobs act sposti il fuoco sul reddito di cittadinanza, passando dalla priorità del lavoro a quella del sussidio (che anche un Papa come Francesco, così attento alla diseguaglianza e agli ultimi, ha già liquidato come fuorviante perché il tema è e resta il lavoro).

Con il Prodotto interno lordo in accelerazione, un taglio forte al cuneo fiscale avrebbe un effetto moltiplicatore probabilmente ben superiore a ciò che sia visibile con i soli modelli econometrici. Non è questione di calcoli, è questione di fiducia, l’elemento cruciale (e in parte irrazionale) che fa davvero svoltare l’economia di un Paese. Concentrare le risorse disponibili in un’azione sul cuneo fiscale creerebbe proprio le condizioni per il cambio di percezione della fiducia.

Naturalmente è un’azione costosa, soprattutto se realizzata nelle dosi da shock che sarebbero necessarie (e i progetti di cui si è parlato finora su un’ipotesi di un taglio da 3 miliardi non sarebbero ascrivibili a questa fattispecie): da più osservatori, internazionali e non, ormai si segnala che c’è ancora troppa presenza pubblica nell’economia; esiste uno spazio di manovra (anche se limitato) per ulteriori privatizzazioni a livello nazionale, ma, soprattutto, c’è una prateria nelle municipalizzate (non di mercato) oggetto solo scalfito dalle tante riforme annunciate contro il cosiddetto “socialismo municipale” e purtroppo al centro di scioperi di retroguardia come quello dei trasporti di ieri. Tornano in agenda le revisioni delle concessioni per Tv e telefonia e gli 8 miliardi di privatizzazioni che il Governo ha finora procrastinato per mancanza delle condizioni di mercato (nuova tranche di Poste e il progetto ancora controverso di Trenitalia).

La spesa pubblica in Italia è stata tagliata, va riconosciuto, ma troppo spesso ha ridotto solo gli investimenti ormai preda di una “glaciazione” di cui il Governo Gentiloni sembra più che consapevole. E sono proprio gli investimenti l’altra leva per puntare sulle politiche del denominatore. Il piano pluriennale da 47 miliardi appena presentato a Palazzo Chigi deve passare dalla carta al cantiere quanto prima. Altrimenti un annuncio senza seguito diventerebbe, quello sì, una formidabile quanto facile arma elettorale in mano all'opposizione.

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