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Regole e uomini d’affari, così cambierà la Fed…

INCHIESTA

Regole e uomini d’affari, così cambierà la Fed nell’era Trump

La Fed nell’era di Trump potrebbe cambiare volto ben di là della scelta sulla successione a Janet Yellen. In lizza per il board sono più economisti di business, meno accademici. E, soprattutto, una politica monetaria dove le decisioni siano guidate da maggiori regole e minore discrezione.

Per anni Mickey Levy ha pedinato il board della Federal Reserve. Uno di otto esponenti del Shadow Open Market Committee, comitato-ombra di ispirazione monetarista e conservatrice che si propone quale alter ego della Banca centrale. Adesso, per l’economista di Berenberg, è l’ora di uscire dall’ombra: un collega, Marvin Goodfriend della Carnegie Mellon University e grande critico del Qe, dovrebbe essere presto nominato da Trump nel vertice Fed. È il primo segno che nell’era di Donald Trump la depositaria della politica monetaria americana potrebbe avere una nuova identità «più rules-based - assicura Levy - e meno alla discrezionalità negli interventi». Aperta a governatori presi a prestito non dall’accademia ma dal business. E meno a severe regolamentazioni finanziarie e soprattutto a ricette non convenzionali che hanno fatto la sua recente storia.

La maggiore svolta in trent’anni?
Gli interrogativi ancora abbondano con la Casa Bianca tuttora a caccia di elusiva stabilità e coerenza in politica economica e monetaria, specchio del conflitto interno tra anime populiste e conservatrici. Una cacofonia che vede tra i suoi consiglieri un elevato numero di opinioni eclettiche: qualcuno ha contato sei fautori del ritorno al gold standard. Altri - compreso il vicepresidente Mike Pence - in passato hanno sponsorizzato proposte per cancellare il doppio mandato della Fed - occupazione e inflazione - a favore del solo controllo di quest’ultima. Nessuno pronostica simili traumi, ma la Banca centrale potrebbe essere agli albori della maggior svolta in trent’anni. Su tutto, appunto, aleggia la promozione di un approccio idealmente guidato dalla cosiddetta “Taylor rule”, la formula dell’economista di Stanford John Taylor che incorpora indicatori quali inflazione e output per calcolare il livello dei tassi. Non si tratta di cambiamenti da poco. Applicata strettamente la regola avrebbe prescritto nei mesi scorsi tassi interbancari vicini al 2,5%, più che doppi rispetto agli attuali. La strada, suggerisce Levy, sarà però probabilmente quella di “versioni” addomesticate, che raccolgono consensi assai più ampi, anche fuori dai ranghi repubblicani e conservatori. Che allontanino ragionevolmente la Fed dai percepiti eccessi accomodanti. Una simile “regola modificata”, stima Levy, oggi accelererebbe i mini-rialzi dei tassi quest’anno prescrivendone altri due.

Nomine cruciali
Molto, però, dipenderà dalle prossime nomine che verranno decise da Trump ai vertici Fed. Tre seggi nel board sono vacanti e stanno per essere occupati: oltre a Goodfriend, l’altro grande favorito è Randal Quarles, ex funzionario del Tesoro del George W. Bush oggi top executive di un fondo d’investimento che diventerebbe vicepresidente incaricato della regulation. Agli inizi dell’anno prossimo scadono poi i mandati pesanti: quelli di Janet Yellen e del vice Stanley Fischer. Seguiti nel 2019 dall’ultimo esponente della troika di comando, William Dudley della sede di New York.

I nomi per la poltrona che scotta, quella di chairperson, sono al vaglio del consigliere economico Gary Cohn, ex numero due di Goldman Sachs. Una riconferma di Yellen non è esclusa. Trump dopo averla attaccata come “spalla” di Barack Obama, di recente ha detto di condividere “i bassi tassi”. Ma una conferma di Yellen potrebbe non soddisfare una Casa Bianca incline al cambiamento. Così tra i favoriti ci sono anche lo stesso Cohn, forte di esperienza di business e fiducia di Trump; Kevin Warsh, ora a Stanford e che a 35 anni fu il più giovane governatore Fed nel 2006-2011; Glenn Hubbard, ex capo-consigliere economico di George W. Bush; e il già citato John Taylor.

Il dilemma di Trump
Il dilemma per Trump consiste nel voler dare la sua impronta conservatrice e allo stesso tempo aver bisogno di una Fed ancora molto attenta alla crescita per aspirare ai suoi obiettivi di Pil al 3 per cento. Levy, e altri, credono che il compromesso - fuori da semplicistici faide tra falchi e colombe - vada trovato in un board capitanato da nomi accreditati e in un cammino di politica monetaria più rigoroso e prevedibile senza che l’autonomia della Banca centrale venga messa in dubbio. «Oggi nel definirsi data dependent agisce come vuole, cambia target, reagisce a statistiche recenti o a preoccupazioni per i mercati, il dollaro, la Cina. Servono linee guida alle quali aderire in condizioni normali. Con deviazioni possibili ma che devono essere spiegate al pubblico e al Congresso». I fautori della svolta di paradigma salvano la trasparenza delle gestioni Fed di Ben Bernanke e Yellen. Ma portano ad esempio la metà degli anni Ottanta, della “grande moderazione” del ciclo di business, facilitata da strategie rules-based sia sotto un chairman democratico come Paul Volcker che repubblicano come Alan Greenspan. Per l’amministrazione Trump la sfida sarà incoraggiare simili sintesi e non fomentare tensioni che danneggino assieme l’autorevolezza di Fed e Casa Bianca.

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