Commenti

Claudio Borio (Bri): «Dobbiamo imparare a gestire i…

INCONTRO CON IL CAPO ECONOMISTA BRI

Claudio Borio (Bri): «Dobbiamo imparare a gestire i robot»

La data in cui si colloca comunemente l’inizio della grande crisi finanziaria è il 15 settembre 2008 quando il fallimento di Lehman Brothers provocò un maremoto sui mercati mondiali. Non per Claudio Borio. Agli occhi del capo economista della Banca per i Regolamenti Internazionali, uno dei pochissimi studiosi ad avere capito la gravità della catastrofe imminente, la prima scintilla risale all’anno precedente, quando il mercato interbancario si paralizzò, sulla scia della decisione di BNP Paribas di sospendere tre suoi fondi immobiliari americani.

«A mio modo di vedere, la crisi scoppiò in verità il 9 agosto 2007, anche se la data non è così vivida nell’immaginario collettivo: la fine di Lehman Brothers ha solo innescato la parte più critica e pericolosa». A dieci anni di distanza tornare a valutare la situazione economica mondiale con Claudio Borio è d’obbligo. In un libro del 2009, Tommaso Padoa-Schioppa rese pubblicamente merito all’uomo per avere capito prima di altri i rischi che correva il mondo, affrontando di petto “il Maestro” Alan Greenspan.

Dal sesto piano del palazzo in cui ha sede a Basilea la banca delle banche centrali, il panorama è triste: piove e tira vento. Eppure, lo studioso italiano si impegna come pochi altri ad avere lo sguardo lungo. Mentre i suoi colleghi si focalizzano sul microsecondo delle contrattazioni in Borsa, il nostro interlocutore preferisce capire il più lungo termine. Tra le sfide politiche e sociali che vede all’orizzonte vi sono i robot, tanto più nei Paesi come l’Italia dove la modernizzazione dell’economia è in grave ritardo.

Claudio Borio è nato a Ivrea 59 anni fa. Sposato, due figli. Una passione per la musica jazz e classica. Il lavoro del padre, dirigente dell’Olivetti, lo ha portato fin da giovane in Argentina. Poi successivamente è tornato in Europa. Si iscrive all’Università di Firenze per seguire i corsi della facoltà di economia, ma il destino lo indirizza all’improvviso verso la Gran Bretagna. «Dovevo assolutamente migliorare il mio inglese. Un giorno un’insegnante mi suggerì di provare a seguire un programma dell’Università di Oxford che prevedeva corsi di politica, economia e filosofia. Fui ammesso, a mia grande sorpresa». Addio Firenze. Buongiorno Oxford. È calzante l’immagine dello scambio ferroviario citata da Albert Speer nelle sue memorie: per una scelta del caso, da quel momento, la carriera dell’economista ha subito una brusca svolta, portandolo a lavorare in una delle istituzioni internazionali più rinomate.

A Oxford, Claudio Borio, il fisico minuto e la voce amichevole, dice di avere imparato a pensare criticamente. Chiamato nel 2003 a presentare insieme all’economista William White il frutto delle sue ricerche a Jackson Hole, l’elitista seminario organizzato ogni anno in estate dalla Riserva Federale, il nostro interlocutore criticò le politiche monetarie troppo accomodanti. «Mi ricordo che le reazioni di Alan Greenspan e Ben Bernanke non furono positive. Mi rimproverarono di avere sbagliato mira. Da 30 anni ho la fortuna di lavorare in una istituzione che è al tempo stesso una banca e un centro-studi. Esorta a riflettere fuori dagli schemi e mi ha autorizzato ad affrontare il mondo senza conformismi».

Possiamo dire che siamo finalmente usciti dalla grande crisi? «Da un punto di vista tecnico, sì – risponde senza esitazioni –. Ma naturalmente gli effetti dello sconquasso si fanno ancora sentire. Vi sono tre forze oggi in azione: la liberalizzazione del sistema finanziario, la globalizzazione dei mercati, l’adozione di politiche monetarie che si concentrano sulla lotta all’inflazione. Sono forze positive, ma il modo in cui interagiscono rischia di provocare problemi ancora per lungo tempo. Non basta: la politica economica fatica a capire e ad adattarsi alle circostanze tanto che tre fattori concomitanti peggiorano la situazione: l’indebitamento elevato, bassi livelli di produttività, e ormai risicati margini di manovra in politica economica».

Concentrate sul tasso d’inflazione, le banche centrali continuano a mantenere il costo del denaro bassissimo anche per rispondere ai timori di deflazione. Eppure l’economia è in ripresa. Siamo in una paradossale fase di «surriscaldamento freddo», come la definisce il capo economista della BRI, sempre critico delle politiche monetarie straordinariamente accomodanti di questi ultimi anni. Lo scenario tratteggiato da Claudio Borio è preoccupante. «Molto dipenderà dalla capacità di adottare politiche economiche preveggenti, che permettano di aumentare la produttività, rilanciare la crescita e ridurre il debito. Ma ci vuole una visione da statisti, non da politici...».

Un campo cruciale nel quale la politica deve intervenire è quello dell’innovazione tecnologica. Quest’ultima offre straordinarie opportunità di crescita, a cominciare dai progressi nell’intelligenza artificiale, ma nasconde anche minacce alla coesione sociale. «Mi aspetto a un certo punto una reazione anti-robot, nello stesso modo in cui assistiamo a una reazione anti-stranieri». L’innovazione tecnologica imporrà una profonda ristrutturazione del tessuto economico perché questo possa continuare a creare lavoro. «Su quale orizzonte, non glielo so dire, ma mi è chiaro che la tecnologia deve essere gestita, e fin da subito, per evitare gravi contraccolpi politici e sociali. Il futuro sarà segnato da ben più che una uberizzazione dell’economia».

Il pericolo è che i partiti più radicali facciano propria la paura della tecnologia. Il sistema educativo è quindi la chiave di volta. Alcuni Paesi, come la Germania e la Svizzera, hanno una attenzione particolare nel formare i giovani alle necessità reali del mondo del lavoro. Da Basilea, l’Italia appare invece in ritardo, mentre molti commentatori e molti politici italiani cavalcano un tanto facile quanto pericoloso risentimento anti-tedesco e anti-euro. «Il Paese ha fatto molto per entrare nella moneta unica – ammette Borio –, ma poi ha vissuto il calo dei tassi d’interesse come un anestetico, senza perseguire una modernizzazione necessaria in una unione monetaria».

La politica della BRI, che proprio oggi pubblica una relazione tutta dedicata alla globalizzazione, è di evitare commenti sui singoli Paesi. L’economista non vuole tradire la regola della banca. Si limita a spiegare che l’euro è «un capro espiatorio per problemi che spesso sono esclusivamente nazionali». E aggiunge: «Gli incentivi dell’unione monetaria non hanno avuto successo in tutti i Paesi. Ma non bisogna dare la colpa agli altri». Se il sistema bancario è oberato da sofferenze, «bisogna rimetterlo in piedi». Se il sistema giudiziario è segnato da bizantine lentezze, «è un ostacolo non da poco per una economia che si vuole aperta». Se il debito pubblico «non è sostenibile» quando «i tassi d’interesse torneranno a salire l’economia farà più resistenza ad adattarsi». Come dire che la crescita rischia di frenare ulteriormente.

Lo storico francese Jules Michelet notava nella sua Histoire du XIX siècle: «Uno dei fatti più gravi e meno notati è che il ritmo del tempo è completamente cambiato. Ha raddoppiato il passo in maniera strana». A 150 anni di distanza, la nozione del tempo sembra essere cambiata nuovamente. Da un lato, lo sguardo è brevissimo, sui mercati finanziari ma anche nella vita quotidiana. Dall’altro, i tradizionali cicli finanziari si sono allungati fino a durare il doppio dei cicli economici. Lo spazio tra un boom e un bust (una espansione e una frenata) può durare fino a 20 anni, poiché la globalizzazione economica e la politica monetaria contribuiscono a calmierare i prezzi. Da economista, Claudio Borio attribuisce le attuali tensioni anche all’allungamento del ciclo finanziario rispetto al ciclo economico, che «complica sia la previsione che l’azione».

Dieci anni fa, nell’agosto del 2007, il nostro interlocutore era in Australia per partecipare a un convegno. Si ricorda ancora come Don Kohn, l’allora vice presidente della Fed, passasse il suo tempo al telefono nel disperato tentativo di correre ai ripari dinanzi alla prima scintilla della crisi. Il dirigente della BRI non si vuole pessimista. È convinto che la realtà economica vada modellata, e non subita. La globalizzazione, la tecnologia, la finanza sono forze che vanno incanalate per promuovere i benefici e mitigare i contraccolpi. «Per ora – conclude Borio – non notiamo a causa della crisi una ritirata della globalizzazione, ma forse è solo questione di tempo».

© Riproduzione riservata