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Una Brexit meno «hard» del previsto

L'Analisi|I NEGOZIATI

Una Brexit meno «hard» del previsto

Poco dopo che la prima ministra del Regno Unito Theresa May ha deciso di indire a sorpresa un’“elezione sulla Brexit”, ho scritto che in Gran Bretagna i filoeuropei avrebbero avuto ancora qualche esile possibilità di vittoria. Quel che avevo in mente, tuttavia, era un lasso di tempo di circa cinque anni, non cinque settimane.

È impossibile prevedere per quanto ancora Theresa May riuscirà a ricoprire la carica di Primo ministro. Il suo destino dipenderà da vendette personali e contorte rivalità politiche, non soltanto a Londra, ma anche a Edimburgo e a Belfast. Volendo fare un pronostico sull’esito dei negoziati per la Brexit, però, le domande che contano non hanno più molto a che vedere con la sopravvivenza di Theresa May sulla scena politica.

In Gran Bretagna gli equilibri parlamentari e l’opinione pubblica si stanno orientando a favore o contro l’“hard Brexit” – un drastico giro di vite imposto all’immigrazione, e il ritiro dall’unione doganale, dal mercato unico e dalla giurisdizione legale dell’Unione europea – prospettata da May prima delle elezioni? E nel caso in cui i britannici si opponessero all’agenda del Primo ministro, i leader dell’Ue offrirebbero un compromesso che consenta loro di salvare la faccia, simile a quello offerto alla Norvegia, rimasta estranea alle strutture istituzionali dell’Ue, ma che ha accettato di sottostare a buona parte degli obblighi e delle spese derivanti dall’appartenenza all’Ue in cambio dei benefici commerciali assicurati dal mercato unico?

Un rapporto con l’Ue analogo a quello della Norvegia è l’unico modello in grado di attirare il sostegno del mondo della politica e dall’opinione pubblica britannici, senza che ciò metta a repentaglio i principi dell’Ue o infligga ingenti costi economici a entrambe le parti. La cornice istituzionale per accordi di questo tipo esiste già ed è l’AEE, l’Area economica europea, una sorta di anticamera per entrare a tutti gli effetti a fare parte dell’Ue, occupata al momento da tre Paesi europei piccoli ma prosperi: Norvegia, Islanda e Liechtenstein.

Questi Paesi presero in considerazione l’ingresso nell’Ue alla fine degli anni Ottanta ma, per tutta una serie di motivi, poi decisero di non aderirvi. Tutti volevano integrare le loro economie e i loro mercati del lavoro all’Europa e, dopo il voto per la Brexit, ci si aspettava che la Gran Bretagna cercasse di negoziare con l’Ue un patto AEE simile a quello della Norvegia, invece di arrivare alla drastica rottura prospettata da Theresa May.

Nel settembre scorso, ad appena tre mesi da quando è diventata Prima ministra, May ha colto di sorpresa la comunità internazionale escludendo categoricamente l’opzione AEE e dichiarando alla conferenza annuale del partito conservatore che coloro che si definiscono “cittadini del mondo” in verità sono “cittadini del nulla”, e che la libertà di circolazione nell’Ue prevista dall’adesione all’AEE di conseguenza era inaccettabile. A gennaio ha poi annunciato ufficialmente che la Gran Bretagna non aspira a far parte del mercato unico dell’Unione, perché ciò richiederebbe di conformarsi alla libertà di circolazione, una delle posizioni alle quali i Tory hanno confermato di essere contrari nel loro manifesto elettorale.

Ora che le elezioni dell’8 giugno l’hanno trasformata in un’anatra zoppa, ora che le instabili alleanze parlamentari e il favore sempre più altalenante dell’opinione pubblica influiranno pesantemente sui negoziati per la Brexit, l’avversione di Theresa May nei confronti degli immigrati conta ancora qualcosa?

Nei prossimi mesi il fattore più importante e determinante ai fini della politica europea della Gran Bretagna sarà la posizione che l’opinione pubblica assumerà nei riguardi dell’immigrazione. L’inatteso risultato elettorale, confermato dalle urne senza margini di dubbio, lascia intendere che l’atteggiamento dell’opinione pubblica nei confronti della libertà di circolazione delle persone è molto più sfaccettato e meno ostile di quanto i discorsi di May e il manifesto dei conservatori avessero ipotizzato.

In verità, gli elettori britannici per lo più sono favorevoli alla libertà di circolazione se presentata non come un’imposizione anti-democratica di burocrati stranieri, bensì come un diritto di cui possono reciprocamente usufruire e avvalersi i cittadini britannici e dell’Ue. A maggio YouGov – l’istituto di sondaggi britannico il cui pronostico si è avvicinato più di altri all’esito definitivo della consultazione elettorale – ha aggiunto al proprio questionario preelettorale, sottoposto a un campione scelto di 1875 elettori, la seguente domanda: «Nei negoziati per l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione europea, crede che il nostro governo debba offrire ai cittadini dell’Ue il diritto di viaggiare, lavorare, studiare o andare in pensione in Gran Bretagna in cambio dello stesso diritto accordato ai cittadini britannici dai paesi dell’Ue?» (Per dirla tutta, l’inclusione di questa domanda è stata suggerita da Best for Britain, un’organizzazione che ho contribuito a fondare e che presiedo.)

Le risposte hanno smentito categoricamente le opinioni invalse: gli elettori facenti parte di questo campione calibrato e selezionato con cura si sono espressi a favore della libertà di circolazione nella misura di quattro a uno. Il 62 per cento di loro ha risposto “sì”, il 17 per cento “no” e il 21 per cento “non so”. Oltre a ciò, si è segnalata una netta maggioranza di elettori favorevoli alla libertà di circolazione in ogni sottogruppo del campione vagliato in base a età, regione e sostegno a un partito politico, con un’unica eccezione: la piccola minoranza di elettori che ha dato la sua preferenza all’Ukip, il partito per l’indipendenza del Regno Unito, apertamente contrario all’immigrazione.

La conclusione alla quale si è giunti è che un nuovo rapporto imperniato sul modello AEE – e che quindi consenta alla Gran Bretagna di mantenere la maggior parte dei benefici derivanti dall’unione doganale nell’Unione e dal mercato unico, oltre che la libera circolazione delle persone – non soltanto sarebbe meno doloroso da un punto di vista prettamente economico rispetto a una “hard Brexit”, ma in aggiunta sarebbe avallato dalla stragrande maggioranza degli elettori. Abbinare appartenenza al mercato unico e libertà di circolazione vorrebbe dire riscuotere enormi consensi popolari da una grande percentuale di giovani che la settimana scorsa ha votato per la prima volta e che valuta un vantaggio enorme legato all’appartenenza all’Ue (e non uno scotto da pagare) la possibilità di vivere, lavorare o studiare in Europa ovunque desideri.

Dall’ottica della politica britannica, è possibile che l’affiliazione all’AEE diventi il punto di riferimento in grado di influenzare i negoziati per la Brexit dei prossimi mesi. Ma come reagirà l’Unione europea?

Per gli altri Paesi dell’Ue, un negoziato per la Brexit basato sull’affiliazione all’AEE dovrebbe essere perfettamente accettabile, addirittura gradito. Entrare a far parte dell’AEE non equivarrebbe infatti a una scelta selettiva da parte dei britannici dei benefici assicurati dall’adesione all’Ue, che altri paesi si sono comprensibilmente rifiutati di accettare.

Questo è legato al fatto che l’affiliazione all’AEE è, sotto tutti i punti di vista, un accordo nettamente inferiore alla piena adesione all’Unione europea. Oltre ad accettare la libera circolazione delle persone, i paesi membri dell’AEE devono conformarsi infatti ai regolamenti commerciali dell’Ue e accettare le decisioni della Corte di giustizia europea, senza però avere nessun ruolo formale effettivo nell’ideazione di tali regolamenti né avere la possibilità di partecipare ai processi decisionali.

Per tutti questi motivi, quando è stata istituita nel 1994 l’AEE è stata concepita come una semplice fase temporanea e di transizione per quei paesi – quali Austria, Svezia, Finlandia e Norvegia – che, pur avendo messo in programma l’idea di aderire all’Ue a pieno titolo, non erano ancora pronti a farlo. Per Austria, Svezia e Finlandia il passo successivo c’è stato, come previsto, e sono entrati a far parte dell’Ue, mentre in Norvegia con un referendum gli elettori hanno rifiutato di aderire a pieno titolo all’Unione europea e si rifiutano tuttora di farlo. Di conseguenza, l’affiliazione “temporanea” all’AEE della Norvegia prosegue ormai da ben 23 anni: sarà un precedente per la Gran Bretagna?

Anatole Kaletsky è Chief Economist e Co-Chairman di Gavekal Dragonomics. Ha pubblicato “Capitalism 4.0, The Birth of a New Economy”.

Traduzione di Anna Bissanti

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