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Il potere amministrativo delle mafie

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Il potere amministrativo delle mafie

Chissà se aver messo nero su bianco ancora una volta che corruzione e mafia sono i due volti della stessa medaglia, servirà a svegliare la coscienza della politica e del Legislatore.

Già, perché la relazione 2017 della Direzione nazionale antimafia e antiterrorismo (Dna) che viene presentata oggi al Senato dal Procuratore nazionale Franco Roberti e dalla presidente della Commissione parlamentare antimafia Rosy Bindi, torna a chiedere a gran voce - con la speranza che non sia un grido disperato nel deserto - che la corruzione diventi un’aggravante dell’articolo 416 bis del codice penale, quello sull’associazione di stampo mafioso.

Per convincere il Legislatore ad attraversare il deserto dell’indifferenza mai come quest’anno la relazione (sul punto specifico firmata in prima persona dal capo della Procura Roberti e dal sostituto Francesco Curcio) danno ampia dimostrazione che le mafie privilegiano il metodo collusivo-corruttivo a quello apertamente violento. La cosiddetta mafia silente e mercatista di cui il procuratore generale di Palermo Roberto Scarpinato parlò sul Sole-24 Ore del 23 maggio.

I poteri dell’autorità pubblica

Le mafie stesse diventano «autorità pubblica» in grado di governare processi e sorti dell’economia. «L’uso stabile e continuo del metodo corruttivo-collusivo da parte delle associazioni mafiose – si legge nella relazione della Dna – determina di fatto l’acquisizione (ma forse sarebbe meglio dire, l’acquisto) in capo alle mafie stesse, dei poteri dell’autorità pubblica che governa il settore amministrativo ed economico che viene infiltrato. Acquistato, dal sodalizio mafioso, con il metodo corruttivo collusivo, il potere pubblico che viene in rilievo e sovraintende al settore economico di cui si è intenso acquisire il controllo, questo viene, poi, illegalmente, meglio, criminalmente, utilizzato al fine esclusivo di avvantaggiare alcuni (le imprese mafiose e quelle a loro consociate) e danneggiare gli altri (le imprese e i soggetti non allineati)».

La mafia “broker”

La Dna, per far capire come le mafie siano diventate un regolatore della vita economica soprattutto negli appalti pubblici banditi dalle Regioni e dagli enti locali (che hanno ormai la prevalenza della spesa pubblica nel settore) fa un parallelo tra il broker del narcotraffico e il broker che facilita nell’amministrazione pubblica.

Il primo è un mediatore d’affari, colui che ha il compito di fare incontrare l’offerta di stupefacente dei grandi cartelli con la domanda dei sodalizi (spesso calabresi e campani) e svolge il ruolo contando su una solida rete di amicizie e di buona reputazione in entrambi gli ambienti (quelli di chi vende e quelli di chi compra) che spesso gli proviene da una lunga militanza in qualche organizzazione di trafficanti, al termine della quale, si è messo in proprio.

Nel caso degli appalti e dei servizi pubblici, chi svolge la stessa identica funzione si chiama “facilitatore”. Si tratta di un soggetto intermedio ed autonomo, a suo modo un professionista nel mondo delle opere e dei servizi pubblici (come lo è il broker nel narco-traffico). Anche in questo caso le recenti indagini hanno portato alla luce professionisti qualificati che avevano un passato nel settore pubblico. In particolare sono ex politici, para-politici, ex funzionari pubblici che hanno imparato a conoscere la macchina degli apparati pubblici, i suoi tempi, i suoi meandri, i suoi passaggi ed hanno, quindi, amicizie in quel contesto, come nelle organizzazioni che a loro si rivolgono per ottenere le loro prestazioni.

La svolta epocale

Questa catena mafioso-corruttiva (cambiando però i fattori il prodotto non cambia) si è perfezionata al punto che si è capovolto perfino il criterio del pubblico interesse: se prima erano in cima alla lista le opere che dovevano servire per lo sviluppo socioeconomico di una collettività, ora è la stessa organizzazione mafiosa che, avendo acquisito le necessarie capacità tecniche e le indispensabili relazioni politiche, individua il settore nel quale vi è possibilità di ottenere finanziamenti e, quindi, consequenzialmente, indirizza e impegna la spesa pubblica.

«Si tratta del vulnus più grave alla stessa idea, allo stesso concetto di autonomia locale (...). L’evoluzione del fenomeno è chiarissima e, non può essere taciuto, affonda le radici, anche, in una involuzione della classe dirigente del Paese, o quanto meno della parte di classe dirigente e politica che si occupa del fenomeno in esame. Esiste, cioè, una questione politica che in questa sede può solo essere segnalata, ma che altri devono risolvere...» scrivono Roberti e Curcio. Ed è in questo contesto che, ancora una volta, si manifesta l’utilità dell’opera del “facilitatore”, posto che, di norma, non solo l’ente locale ma neppure, il gruppo mafioso (e gli imprenditori mafiosi che gestiscono le imprese del sodalizio) hanno, nel contesto regionale, sofisticate competenze tecnico-contabili-amministrative unite alla conoscenze politiche giuste.

Il facilitatore allora apre la strada. Individuati i fondi necessari, pagato o promesso il corrispettivo al politico che ha dato il via libera e attribuito il finanziamento all’ente locale, chiude il primo passaggio, il primo step, e l’opera può essere messa a gara.

Bandi di gara e commissioni ad hoc

Qui si apre una nuova importante partita. Il bando deve essere confezionato in modo da consentire alle ditte del cartello di partecipare alla gara e infine di vedere valorizzate alcune loro specificità. Le indagini hanno mostrato che direttamente l’impresa del cartello o un professionista incaricato, redige integralmente il bando di gara e lo consegna agli uffici amministrativi pubblici spesso neppure attrezzati tecnicamente a redigerlo.

Bandita la gara, si innesta l’attività corruttiva-collusiva tesa a fare coincidere il nome del vincitore con quello della ditta del cartello che aveva prima fatto finanziare l’opera e, poi, aveva impostato il bando di gara (al fine di aggiudicarsela). Ma non sempre fila tutto liscio: litigi nel cartello, terzi incomodi, offerte fuori sacco possono far sempre far saltare l’accordo.

Ecco allora il colpo (banale) di genio, che Roberti e Curcio definiscono «l’uovo di Colombo della corruzione»: la pianificazione scientifica e preordinata della composizione delle Commissioni di gara. Più esattamente la nomina dei diversi componenti eseguita indirettamente, ma non per questo in modo meno puntuale, dal futuro vincitore della gara stessa. «Il partecipante alla gara che sceglie l’arbitro - conclude la Dna - è dunque, la nuova tendenza, il punto di approdo più alto della corruzione intesa quale sistema».

L’albo delle commissioni aggiudicatrici

Come rendere più difficile la vita ai “facilitatori”? Non esistono bacchette magiche ma la Dna propone la piena attuazione del codice degli appalti nella parte in cui prevede l’istituzione di un Albo nazionale dei componenti delle commissioni aggiudicatrici presso l’Anac, l’Autorità anticorruzione presieduta da Raffaele Cantone. Un passo in avanti anche se rimarranno ampi spazi di manovra il binomio mafie-corruzione. «Se, per un verso, come emerso dalle investigazioni, il sistema del sorteggio è agevolmente aggirabile da un responsabile unico del procedimento che lavora, invece che per l’amministrazione pubblica, per il facilitatore e per il cartello d’imprese che sta dietro a quest’ultimo - concludono Roberti e Curcio - per altro verso sono esclusi dal meccanismo tutti gli appalti per lavori pubblici o relativi a concessioni di importo inferiore ai 5.225.000 euro, il che vuol dire, quantitativamente un numero rilevantissimo di opere i cui appalti, non infrequentemente, sono d’interesse del crimine organizzato. Sembrerebbe, quindi, opportuno, sulla base dell’esperienza investigativa maturata, sottrarre definitivamente alla stazione appaltante la funzione di sorteggiare i componenti delle Commissioni. Il compito potrebbe essere attribuito a un organismo collegiale, costituito in seno alle Prefetture (...) Sarebbe poi necessario abbassare, e di molto, la soglia al di sopra della quale rendere obbligatorio il ricorso agli esperti iscritti nell’Albo nazionale istituito presso l’Anac».

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