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Banche, un’operazione a prova di regole Ue

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Banche, un’operazione a prova di regole Ue

La dolorosa storia delle due popolari venete, da ieri ufficialmente in liquidazione, è emblematica della situazione delicata delle banche italiane, aggravata da un quadro normativo e di vigilanza europeo che alla prova dei fatti si sta rivelando più irto di spine del letto di Procuste. La situazione è precipitata da quando il regolatore europeo ha espresso scetticismo sulla possibilità di porre in essere il piano di risanamento predisposto dai nuovi manager e ha richiesto un ulteriore sforzo di ricapitalizzazione a carico dei privati. Di fatto, si è sbarrata la strada alla procedura della ricapitalizzazione precauzionale prevista dalla nuova direttiva europea sulla risoluzione delle crisi che avrebbe consentito un’applicazione più morbida della tagliola del bail-in.

La tormentata vicenda rivela almeno tre verità sgradevoli. La prima è che la procedura europea, oltre che essere complicata dall’operare congiunto di autorità e istituzioni nazionali e sovranazionali, crea problemi ogni volta che si tratta di applicare i meccanismi di coinvolgimento dei creditori diversi dai depositanti, che era stata presentata come l’uovo di Colombo che avrebbe impedito per sempre l’utilizzo di fondi pubblici nella sistemazione di banche in dissesto. Si tratta di un principio di per sé ragionevole ma che era sconosciuto al momento in cui sono state emesse molte delle passività che possono oggi essere chiamate a partecipare alle perdite. Per di più, in Italia si è colpevolmente tollerato che titoli di questo genere venissero collocati a investitori privati inconsapevoli del rischio effettivo. Ogni crisi si trasforma così in un puzzle intricato in cui bisogna conciliare gli interessi generali di stabilità con quelli più particolari, ma non meno degni di tutela, dei risparmiatori che pensavano di aver comprato titoli sicuri emessi da una banca solida.

La seconda verità è che in Italia non c'è una banca che possa farsi carico di un'altra in crisi, come nelle (poche) crisi degli anni Settanta e Ottanta o in quelle dei primi anni Novanta che hanno portato alla scomparsa dell'intero sistema bancario meridionale, a cominciare dal Banco di Napoli.In Spagna invece Santander ha rilevato l'intero Banco Popular (salvo le passività meno garantite che sono state azzerate) facendosi carico di tutta la parte a rischio, perché ritiene di poter fare un aumento di capitale di ben 7 miliardi.Secondo le stime degli analisti, farsi carico delle due banche venete avrebbe comportato un fabbisogno di almeno 5 miliardi, troppi dopo la capitalizzazione a tappe forzate compiuta dai nostri due maggiori istituti.

Dunque in Italia una soluzione interna (e apparentemente poco dolorosa) non era possibile.In ogni caso, l'operazione spagnola insegna che nella situazione attuale non si può mai dire di avere messo in sicurezza una banca: nonostante i livelli di capitalizzazione apparissero accettabili, il panico si andava diffondendo fra i clienti e solo negli ultimi frenetici giorni il Banco Popular ha bruciato qualcosa come 3,6 miliardi di liquidità forniti dalla Bce. La terza verità è che – come del resto si era già constatato con il caso Monte dei Paschi – sono andate deluse le speranze riposte in riforme come quella delle popolari oppure in soluzioni di mercato, eventualmente appoggiate da strumenti di sistema come il fondo Atlante.

La crisi si è rivelata più grave di quanto inizialmente stimato e l'orizzonte del risanamento definitivo, subito promesso al mercato, è stato continuamente spostato in avanti. Se questo aiuta a capire perché a Francoforte hanno deciso di non credere più alle previsioni delle due banche, dimostra anche che Governo e Banca d'Italia si sono trovati a dover risolvere in tempi rapidi un'equazione complessa, in cui occorreva conciliare gli interessi generali di stabilità con quelli particolari legati all'operatività delle banche. Gli uni e gli altri si materializzano nel patrimonio (ahinoi, immateriale) di clientela della banca: mantenere le relazioni con oltre 2 milioni di famiglie e imprese del territorio significa evitare di disperdere in un attimo un patrimonio costruito col lavoro di decenni.Il prezzo pagato dallo Stato per garantire l'ordinato funzionamento del mercato della raccolta e degli impieghi bancari nel Veneto è di poco più di 5 miliardi, pari al finanziamento richiesto da Banca Intesa per non scendere sotto gli attuali livelli patrimoniali. Aggiungere all'esborso effettivo il valore delle garanzie è come sommare mele e pere: nessun contabile che si rispetti mette insieme le voci di bilancio con i conti “sotto la linea”.

Se i valori di recupero fossero quelli previsti (e ragionevoli viste le consistenti svalutazioni imposte negli ultimi anni) l'operazione si finanzia da sé, nel senso che il prestito viene rimborsato con i proventi del recupero dei crediti. Risulta difficile quindi capire perché l'operazione possa essere considerata un vulnus alle nuove regole europee o, peggio ancora, l'estremo tentativo dell'Italia di usare le casse pubbliche per risolvere i propri guai. Piuttosto, è la dimostrazione che le crisi bancarie richiedono soluzioni e strumenti che creano fiducia e consentono di guadagnare tempo per recuperare gradualmente il valore rimasto nei crediti concessi dalle vecchie gestioni in modo sconsiderato. E quasi sempre l'intervento pubblico è necessario e non deve essere né demonizzato né esagerato nella dimensione effettiva per rimarcarne l'anomalia.Le crisi bancarie sono vecchie come il mondo, ma nessuna è mai stata risolta agitando la draghinassa del bail-in. Persino gli Stati Uniti (di Bush) sono usciti dalla loro crisi con il piano Tarp di ricapitalizzazione forzata a carico del Tesoro.Vorrà pur dire qualche cosa.

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