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Lo shock economico è la miccia dell’avanzata populista

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Lo shock economico è la miccia dell’avanzata populista

Le proteste ad Amburgo in vista del G20 in programma il 7  e l’8 luglio
Le proteste ad Amburgo in vista del G20 in programma il 7 e l’8 luglio

Perché le idee populiste esercitano un appeal sempre più forte nei Paesi occidentali? Si tratta di un fenomeno temporaneo? Alla luce della Brexit e dell’elezione di Donald Trump, del crollo dei partiti politici tradizionali in Francia e dell’ascesa del Movimento 5 Stelle in Italia, per non parlare dell’avanzata del populismo autoritario nell’Europa centro-orientale, sono domande importanti.

Che cos’è, per cominciare, un populista? La caratteristica costante è il fatto di dividere il mondo in due parti nette: da un lato un popolo virtuoso, dall’altro una classe dirigente corrotta ed elementi esterni minacciosi. I populisti non hanno fiducia nelle istituzioni, specialmente quelle che frenano il «volere del popolo», come tribunali, mezzi di informazione indipendenti, burocrazia e regole finanziarie o monetarie. I populisti non vedono di buon occhio gli esperti dotati di credenziali e sono diffidenti verso il libero mercato e il libero scambio.

I populisti di destra identificano «il popolo» con una determinata etnia e vedono gli stranieri come il nemico; sono nazionalisti economici e supportano valori sociali tradizionali; spesso si affidano a leader carismatici. I populisti di sinistra identificano «il popolo» con i lavoratori e vedono i ricchi come il nemico; credono nel controllo pubblico della proprietà.

Perché queste idee hanno acquisito tanta forza? Ronald Inglehart, dell’Università del Michigan, e Pippa Norris, della Harvard Kennedy School, sostengono che il fenomeno, più che con l’insicurezza economica, si spiega con la reazione dei maschi bianchi più anziani e meno istruiti contro il cambiamento culturale, che include l’immigrazione.

È vero, ma non è solo questo. I fenomeni economici e quelli culturali sono intrecciati fra loro. Inglehart e Norris considerano l’immigrazione un mutamento culturale, ma può essere considerato ragionevolmente anche un mutamento economico. Cosa più importante, lo studio non si chiede che cosa c’è stato di diverso recentemente, e la risposta è la crisi finanziaria e gli shock economici che ne sono seguiti, che oltre ad avere prodotto costi giganteschi hanno intaccato la fiducia nelle élite finanziarie e politiche (e di conseguenza la loro legittimazione): la gente si è accorta che gli imperatori erano nudi.

È per questo, secondo me, che Trump è presidente degli Stati Uniti e gli inglesi hanno scelto la Brexit. Il cambiamento culturale e il declino economico delle classi lavoratrici hanno incrementato la disaffezione, ma è stata la crisi finanziaria ad aprire la porta all’avanzata del populismo.

Per capire quanto, ho messo insieme gli indicatori (si vedano i grafici) di mutamenti economici più a lungo termine e gli indicatori della crisi per le economie del G7 più la Spagna. I primi includono il calo dell’occupazione nel settore manifatturiero, la globalizzazione delle catene logistiche, l’immigrazione, la disuguaglianza, la disoccupazione e la partecipazione alla forza lavoro. I secondi includono la disoccupazione, le politiche di austerità, il livello dei redditi reali pro capite e il credito al settore privato.

IN DETTAGLIO

Per quanto riguarda i mutamenti economici più a lungo termine, le quattro economie più colpite all’interno di questo gruppo sono (nell’ordine) l’Italia, la Spagna, la Gran Bretagna e gli Stati Uniti. Le più colpite dopo la crisi sono state la Spagna, gli Stati Uniti, l’Italia e la Gran Bretagna. La Germania è stata quella che ha avuto i minori contraccolpi, seguita a breve distanza dal Canada e dal Giappone.

Non c’è da stupirsi quindi che Canada, Germania e Giappone siano rimasti largamente immuni all’avanzata delle forze populiste seguita alla crisi, mentre lo stesso non si può dire per Stati Uniti, Gran Bretagna, Italia e Spagna, anche se le ultime due sono riuscite più o meno a contenerle.

Insomma, l’ascesa del populismo è comprensibile. Ma è anche pericolosa, spesso addirittura per quelli che la sostengono. Come sottolinea un recente rapporto dello European Economic Advisory Group, il populismo può condurre a politiche altamente irresponsabili. L’impatto di Hugo Chávez in Venezuela è un esempio ammonitore. Nella peggiore delle ipotesi, può distruggere le istituzioni indipendenti, minare la pace civile, favorire la xenofobia e condurre a una dittatura. Una democrazia stabile è incompatibile con la convinzione che altri cittadini siano «nemici del popolo». Dobbiamo riconoscere e affrontare la rabbia che è alle radici del populismo, ma il populismo è nemico del buongoverno e anche della democrazia.

Possiamo raccontarci una storia rassicurante sul futuro. Le turbolenze politiche che viviamo in una serie di grandi democrazie occidentali sono in parte, anch’esse, un lascito della crisi finanziaria. Man mano che l’economia riparte e lo shock si attenua, forse anche la rabbia e la disperazione che ha provocato si stempereranno. Con il passare del tempo, potrebbe tornare quella fiducia nelle istituzioni (Parlamento, amministrazione pubblica, tribunali, stampa e perfino politici) che è essenziale per il funzionamento delle democrazie. I banchieri potrebbero perfino diventare popolari.

Questo ottimismo si scontra però con due grandi ostacoli. Il primo è che i risultati delle follie politiche passate non si sono ancora pienamente manifestati. Il divorzio della Gran Bretagna dall’Unione Europea resta un processo dagli esiti imperscrutabili, e così l’elezione di Trump: la fine della leadership americana è un evento potenzialmente devastante.

Il secondo è che alcune delle fonti di fragilità culturale ed economica di lungo periodo, come l’elevata disuguaglianza e la bassa partecipazione alla forza lavoro delle persone in età lavorativa primaria negli Stati Uniti, sono ancora al loro posto. E anche le pressioni migratorie rimangono su livelli alti e costanti. Non ultimo, il peso dell’invecchiamento della popolazione sui conti pubblici probabilmente è destinato ad aumentare. Per tutti questi motivi, è improbabile che l’ondata di rabbia populista receda.

E allora coloro che vogliono opporsi alla marea montante del populismo devono fare i conti con le sue semplificazioni e le sue bugie, come ha fatto Emmanuel Macron in Francia. E come Macron ha capito, dovranno anche affrontare direttamente i timori che ne sono all’origine. Le politiche adottate dai Governi possono fare poco per dare risposta alle angosce culturali, tranne per quel che riguarda l’immigrazione. Ma le angosce economiche possono e devono essere affrontate. Naturalmente i politici possono fare il contrario, ed è quello che sta accadendo negli Stati Uniti. In questo modo non si arresta l’onda populista, ma al contrario la si alimenta. E non ho dubbi che l’intento sia proprio questo.

Copyright The Financial Times Limited 2017 - Traduzione di Fabio Galimberti

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