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L’antieuropeismo da campagna elettorale non ci preoccupa

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L’antieuropeismo da campagna elettorale non ci preoccupa

Negli ultimi giorni si sono sprecate le analisi del voto. Ma quasi tutte erano squisitamente domestiche e ruotavano intorno al tema della crisi della sinistra renziana, alle difficoltà grilline e alle vittorie del centrodestra. In pochi però hanno ragionato su quelli che potrebbero essere i riverberi europei delle tendenze evidenziate dal voto. Se davvero l’Italia sta svoltando a destra – e precisamente verso un’incarnazione del centrodestra più euroscettica delle precedenti – quali rischi corre il progetto europeo, appena rilanciato da Macron sull’asse Parigi-Berlino, qui alla periferia sud del continente?

Sandro Spanu
Cagliari

Nell’Europa dove il sentimento europeista è quasi dovunque in ripresa, come segnalano i sondaggi Eurobarometro e Pew , dove i populismi sono in arretramento e gli euroscettici si pentono (ovviamente non tutti) addirittura nella Gran Bretagna di Brexit, l’Italia rischia di diventare l’ultima ridotta di umori e spinte altrove in controtendenza. Sarà davvero così? Persino il Front National di Marine Le Pen, quando ha sentito il profumo di potere alle presidenziali, ha precipitosamente innescato la marcia indietro su Frexit. Credo che il centro destra italiano, che non è un monolite euroscettico si adeguerebbe a sua volta. Per la forza degli interessi obiettivi del Paese. È facile per qualsiasi forza politica gridare contro l’Europa nelle piazze o dai banchi dell’opposizione.

E molto più difficile disfarsene per gli enormi costi di un’eventuale scissione italiana. La fattura da 100 miliardi di Brexit insegna: e dire che i britannici non sono nell’euro e non hanno un debito del 133% del Pil.

C’è movida e mala-movida

Affrontare i temi dell’alcol è come entrare in un campo minato, viste le tante implicazioni di carattere etico-sociale, urbanistico, sanitario, politico ed economico. Come ci si muove, infatti, si rischia di far danni, urtare sensibilità e compromettere equilibri, ma i drammatici fatti di Torino di qualche tempo fa impongono responsabilità e azione, anche per evitare altre tragedie.

Nel dibattito che si è innescato per prevenire disgrazie e arginare malattie o patologie alcol-correlate, che il ministero della Sanità denuncia in costante crescita soprattutto tra i minori, non è stato ben circoscritto il perimetro delle colpe e responsabilità, che sicuramente ricadono anche sui pubblici esercizi - bar, ristoranti, pub, birrerie, discoteche e via dicendo -, ma ancora di più sulla deriva normativa che, in ossequio al principio del libero mercato, sta consentendo a tutti di fare tutto, anche su attività sensibili e delicate, come la vendita e la somministrazione di alcolici.

Se a queste attività aggiungiamo l’abusivismo imperante, che sfrutta i momenti di aggregazione come le manifestazioni o i concerti in piazza, per fare affari, incurante dei divieti, delle limitazioni e degli obblighi in capo, invece, agli esercenti, il quadro è sconsolante e preoccupante.

Il disordinato sviluppo commerciale delle nostre città, con le botteghe, i commerci, i bar o ristoranti sostituiti o integrati da numerosi minimarket per la vendita, esclusiva o prevalente, di alcolici ha dequalificato le attività e i centri storici. Lo sconsolante sfruttamento affaristico, di cui troppo spesso si è sottovalutato l’impatto socio-ambientale, non solo sta cancellando il nostro passato, ma sta compromettendo il nostro presente: la bellezza dei luoghi, ma anche la loro vivibilità, moltiplicando le occasioni in cui l’alcol da occasione di socialità diventa arma anti-sociale.

È un rischio che la nostra Federazione italiana dei pubblici esercizi denuncia da tanto tempo e che la realtà dei fatti purtroppo sta confermando.

Ben venga, quindi, il decreto sicurezza (D.L. 14/2017) che ha finalmente riassegnato alle Amministrazioni Comunali nuovi poteri per meglio presidiare i territori, prevenendo e contrastando il fenomeno della “Mala-Movida”. Ben venga, ma a una condizione. Ovvero che i destinatari dei provvedimenti non siano solo i soliti noti: i pubblici esercizi, i quali peraltro sul tema dell’alcol hanno sensibilità, esperienze e competenze e si sono spesso imposti anche responsabili regole di autodisciplina. Chiediamo invece si agisca anche sul degradato contorno, che fa tanto male alla società e concorrenza sleale agli imprenditori per bene.

Lino Enrico Stoppani
Presidente Fipe - Federazione italiana pubblici esercizi

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