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La crisi asiatica 20 anni dopo: chi ha vinto tra Soros, emergenti e Cina

la lezione del 1997

La crisi asiatica 20 anni dopo: chi ha vinto tra Soros, emergenti e Cina

L’Indonesia (nella foto  i costumi  tradizionali di Bali) è stato il paese asiatico più colpito dalla crisi del 1997-98
L’Indonesia (nella foto i costumi tradizionali di Bali) è stato il paese asiatico più colpito dalla crisi del 1997-98

Insomma, chi ha vinto alla fine? Mahathir Mohamad o George Soros? La velenosa polemica fra il leader malese e lo speculatore americano durante la crisi finanziaria asiatica, vent’anni fa, diventò il simbolo di quel periodo drammatico ed espresse in modo eclatante il perenne interrogativo: fino a che punto un’economia emergente deve aprirsi ai flussi multimiliardari del capitale speculativo mondiale?

Le prime salve di cannone partirono da Mahathir, che definì Soros un «deficiente […] con un mucchio di soldi» e lo accusò di aver preso di mira la valuta malese, il ringgit, per realizzare «profitti inutili, improduttivi e immorali» con la speculazione. Mahathir percepiva anche delle motivazioni inconfessate, parlando di un complotto ebraico partorito da persone che «non erano contente di vedere i musulmani progredire».

Soros, che è ebreo, replicò che Mahathir era un «pericolo per il suo Paese», uno che non avrebbe potuto cercare impunemente capri espiatori per i suoi insuccessi se «le sue idee fossero soggette alla disciplina di un sistema di informazione indipendente».

“In Malaysia, Thailandia, Indonesia e Corea del Sud le monete crollarono e molti Governi caddero. Il finanziere realizzò grossi guadagni puntando contro le valute”

 

Vituperi a parte, la domanda su chi abbia vinto cambia risposta a seconda dell’ottica temporale. Nel breve periodo, non c’è dubbio che Soros, uno dei gestori di fondi di investimento di maggior successo del pianeta, abbia realizzato grossi guadagni all’epoca puntando contro le valute asiatiche.
Allo stesso tempo, è evidente che la regione ne uscì devastata: in Malaysia, Thailandia, Indonesia e Corea del Sud la moneta colò a picco, a ogni tranche di debito estero c’erano aziende che dichiaravano bancarotta, milioni di persone persero il lavoro, migliaia scelsero il suicidio e molti Governi caddero.

Il paese più colpito, l’Indonesia, subì un calo del prodotto interno lordo del 13,1% in un anno, mentre la sua valuta, la rupia, arrivò a perdere l’83% del suo valore contro il dollaro. Quando l’uomo forte del Paese, il presidente Suharto, nel maggio del 1998 rassegnò le dimissioni, l’impressione fu che la dottrina dei mercati aperti sostenuta dalle montagne di miliardi degli speculatori si fosse tramutata in un’irresistibile forza punitiva.

Negli anni trascorsi da allora, le profonde cicatrici psicologiche lasciate da quella crisi hanno innescato comportamenti che ormai vivono di vita propria. L’Asia è uscita più saggia e più solida da quella crisi. E in un certo senso, un senso molto concreto, le esortazioni di Mahathir a imporre freni ai flussi di capitali degli investitori in questo momento stanno guadagnando terreno rispetto al credo sorosiano dei mercati aperti, principalmente grazie all’influenza esercitata da una Cina in ascesa.

“La crisi ha indotto le nazioni del Sudest asiatico a costruirsi «fondi di guerra», riserve valutarie per respingere attacchi speculativi. E a vivere più in linea con i propri mezzi”

 

«I Paesi in via di sviluppo hanno “vinto” perché la lezione di gran lunga più importante che hanno imparato dalle crisi degli anni 80 e 90 è stata la necessità di tutelarsi contro i danni che può provocare l’instabilità dei flussi di capitale», dice David Lubin, responsabile dei mercati emergenti per la Citi.

Questa necessità di fare affidamento solo sulle proprie risorse ha costretto le nazioni del Sudest asiatico a costruirsi dei «fondi di guerra» di riserve valutarie per respingere attacchi speculativi. E le ha anche indotte a vivere più in linea con i loro mezzi, sconfiggendo quella dipendenza dall’indebitamento estero che le aveva messe in condizioni di vulnerabilità quando la crisi aveva fatto crollare il valore delle loro monete rispetto al dollaro.

Questi argini hanno dimostrato la loro forza durante la crisi finanziaria del 2008-2009. «La regione è riuscita a schivare il colpo […] soprattutto grazie alle difese che aveva messo in piedi», dice Michael Taylor, dell’agenzia di rating Moody’s.

Lo studente più assiduo del tifone finanziario asiatico degli anni 90, tuttavia, non è fra quelli che ne furono direttamente investiti. La Cina assistette inorridita al tracollo delle valute della regione, ma riuscì a difendere saldamente il cambio renminbi/dollaro, guadagnandosi il plauso di Washington per aver contribuito a frenare il contagio sui mercati finanziari.

Prima della crisi, Pechino aveva preso in considerazione l’idea di passare alla piena convertibilità del renminbi intorno all’inizio del nuovo millennio, mossa che avrebbe aperto di fatto la Cina ai flussi di capitali internazionali. Ma la crisi asiatica creò una repulsione verso il potere distruttivo del capitale occidentale.
Vent’anni dopo, sono ancora in vigore rigidi controlli sui movimenti di capitali e sul valore del renminbi, liberalizzati solo in modo apparente (Michael Power, dell’Investec Asset Management, la definisce la «danza dei sette veli»). Uno degli obiettivi di Pechino è fare in modo che i capitali esteri possano esercitare un’influenza tutt’al più marginale sui suoi mercati finanziari interni.

“La crisi asiatica creò una repulsione verso il potere distruttivo del capitale occidentale. Pechino è riuscita a neutralizzare l’influenza dei capitali esteri”

 

Per il resto del mondo, queste politiche rivestono una notevole importanza, perché significano che il secondo mercato azionario e il terzo mercato obbligazionario mondiale sono in gran parte isolati dai flussi di capitali globali. Anche dopo la storica decisione del Msci, il mese scorso, di inserire alcuni titoli cinesi negli indici chiave, i titoli inclusi rappresentano solo una minuscola frazione del suo indice dei mercati emergenti.

In questo modo la Cina abbraccia i capitali internazionali rigorosamente alle sue condizioni e neutralizza il potere dei Soros dei giorni nostri. È una visione del capitalismo in cui il capitale è legato come un animale, senza la possibilità di punire quelli che violano gli algoritmi che lo muovono. La vittoria di Mahathir è indiretta e tardiva, ma l’Asia sta cominciando ad assomigliare alle cose che diceva lui.

Copyright The Financial Times 2017 - Traduzione di Fabio Galimberti

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