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La ripresa globale c’è. Non soffochiamola nella culla

i veri rischi

La ripresa globale c’è. Non soffochiamola nella culla

Una performance anti-globalizzazione degli attivisti di Attac in vista del G-20 di Amburgo
Una performance anti-globalizzazione degli attivisti di Attac in vista del G-20 di Amburgo

La Banca dei regolamenti internazionali è l’orologio fermo delle istituzioni economiche internazionali: sostiene da anni la necessità di inasprire la politica monetaria e di bilancio, sia quando avrebbe senso farlo sia quando non ce l’avrebbe. Fortunatamente, i responsabili delle politiche, o quantomeno le Banche centrali che fanno parte della Bri, non hanno tenuto conto della sua apparente convinzione che il mondo necessitasse di una recessione ancora più profonda e prolungata. Ma ora, proprio perché le Banche centrali hanno saggiamente ignorato i consigli della Bri, è arrivata finalmente una ripresa sincronizzata. L’ultima relazione annuale della Bri è tornata a segnare l’ora giusta, come faceva negli anni prima della crisi?

Vale la pena ricordare fino a che punto si sia sbagliata in passato l’istituzione di Basilea. Nel giugno del 2010, quando, come ormai sappiamo, le devastazioni del dopo-crisi erano ancora ben presenti, la Bri già asseriva che «è giunta l’ora di chiedersi come e quando sarà possibile avviare il graduale rientro dagli energici provvedimenti adottati». Eh no, al contrario: era l’ora di agire in modo più deciso per accelerare la ripresa limitando i danni a lungo termine della crisi. La necessità, allora, non era rientrare gradualmente dagli stimoli monetari e di bilancio, semmai rafforzarli: è proprio perché non sono stati rafforzati che la ripresa è stata così debole.

Ora le cose sembrano diverse. Come ha affermato Catherine Mann, economista capo dell’Ocse, la situazione è «migliore, ma non abbastanza». L’Ocse, in linea con la maggior parte delle previsioni, si attende una modesta risalita della crescita mondiale per quest’anno e l’anno successivo. La speranza è che sia l’inizio di una crescita sostenuta, con un rafforzamento degli investimenti e un’accelerazione dell’aumento della produttività che tengano l’inflazione sotto controllo. Ma per il momento è appunto una speranza. E, allora, quali rischi si profilano per la ripresa?

Un rischio evidente è che la stretta monetaria avanzi troppo rapidamente, anche negli Stati Uniti, per non parlare dell’Eurozona. Le pressioni inflazionistiche sono ancora estremamente moderate. Perfino la Bri, che su questo argomento è apprensiva come nessun altro, concorda che la ripartenza dell’inflazione non rappresenta un rischio importante. Uno dei motivi è la globalizzazione, che ha accresciuto enormemente le pressioni competitive.

LA CRESCITA DEI TASSI DI INTERESSE
Rendimento dei titoli di Stato decennali. In % (Fonte: elaborazione FT su dati Ocse e Thompson Reuters Datastream)

Un altro rischio è di tipo finanziario. Come osserva Jaime Caruana, il direttore generale della Bri: «In alcune delle economie avanzate più piccole e in quelle emergenti, i prolungati boom finanziari si sono ora ridimensionati o sono sfociati in una contrazione. Inoltre, a livello mondiale il debito è ai massimi storici: nel 2016, il debito del settore non finanziario nelle economie del G20 rappresentava circa il 220% del PIL, approssimativamente 40 punti percentuali in più rispetto al 2007». Un aspetto importante è la crescita straordinariamente rapida del credito e del debito in Cina.

Una famosa frase di Warren Buffett recita: «Solo quando la marea si ritira si può capire chi sta nuotando nudo». Quando i tassi di interesse saliranno, i rischi finanziari si cristallizzeranno. Anche su questo punto, tuttavia, esistono motivi per essere ottimisti: il nucleo centrale del sistema finanziario occidentale è molto meglio regolamentato e capitalizzato che nel 2007; le autorità cinesi sono in grado di stabilizzare il loro sistema finanziario, se necessario; a livello mondiale non si vede alcun segnale di boom trainati dal credito significativi, tranne che in Cina; infine, anche se i prezzi di titoli fortemente valutati dovessero cadere, questo di per sé non provocherebbe una crisi del sistema creditizio. Se un rischio finanziario esiste, probabilmente si annida nel debito pubblico, magari nell’Eurozona.

Un altro pericolo ancora è la nuova debolezza della domanda aggregata. E di questo la Bri, un po’ a sorpresa, si preoccupa. Ma fintanto che l’inflazione resterà bassa rimarranno margini di manovra per la politica monetaria e quella di bilancio. Tutto ciò naturalmente sconsiglia una stretta monetaria prematura: preoccupiamoci prima di dare una bella spinta in avanti.

LA CINA È UN CASO UNICO
Credito al settore non-finanziario privato. In % del PIl (Fonte: elaborazione FT su dati Ocse e Thompson Reuters Datastream)

L’ultimo pericolo, forse il più serio, sta in un tracollo della collaborazione mondiale, forse addirittura l’esplosione di un conflitto. Uno scenario del genere distruggerebbe la stabilità dell’economia mondiale, da cui tutti (pure quegli scriteriati dei nazionalisti e dei protezionisti, anche se non lo sanno) dipendono. Potrebbe perfino distruggere la stabilità dell’intero ordine globale. Non c’è dubbio che, come sottolinea la Bri, «dati statistici ufficiali, osservazioni empiriche e la semplice logica indicano che la globalizzazione è una delle principali forze che hanno sostenuto la crescita economica mondiale e il miglioramento dei tenori di vita».

Tuttavia, come giustamente osserva la Mann, questo indubitabile progresso ha coinciso con un aumento della disuguaglianza, una concentrazione della perdita di posti di lavoro nelle professioni a media qualifica (si veda il grafico sotto) e un drastico declino dell’occupazione industriale nelle economie ad alto reddito. Il che a sua volta ha portato, insieme ad altre cose, al protezionismo che vediamo oggi, specialmente negli Stati Uniti.

SCHIACCIATI NEL MEZZO
Variazione della quota sull'occupazione complessiva nel periodo 1995-2015. In % (Fonte: elaborazione FT su dati Ocse e Thompson Reuters Datastream)

Un tracollo dell’ordine politico-economico mondiale potrebbe fare danni enormi. I mercati sembrano convinti che queste convulsioni siano cose «piene di rumore e di furore, che non significano nulla», ma mi pare un atteggiamento un po’ troppo spensierato. È senz’altro possibile che non succeda granché: ma è altrettanto possibile che il fragile spirito della collaborazione governata dalle regole svanisca semplicemente, da un giorno all’altro.

Nei nostri Paesi ad alto reddito abbiamo permesso al sistema finanziario di destabilizzare le nostre economie, quindi ci siamo rifiutati di usare l’arma degli stimoli monetari e di bilancio nella misura che sarebbe stata necessaria per emergere prontamente dal malessere economico del dopo-crisi. Non abbiamo reagito alla divergenza tra le fortune economiche di chi ha successo e di chi non ce l’ha. Sono stati errori colossali. Ora, con l’economia in ripresa, dobbiamo far fronte a nuove sfide: evitare di far saltare per aria l’economia mondiale garantendo al tempo stesso una crescita largamente condivisa e sostenibile.

E probabilmente, ahimè, falliremo anche stavolta. La Bri parla, assennatamente, di costruire resilienza, e questo significa, fra le altre cose, fare in modo che la crescita diventi meno dipendente dal debito. Ma questa è solo una delle cose che dobbiamo fare per rendere le nostre economie più incisive e politicamente legittimate. Se non riusciremo a rispondere a queste sfide strutturali, la ripresa probabilmente non sarà né solida né duratura.

La fase post-salvataggio finalmente è vicina. È ora di rafforzare quello che va bene e riformare quello che non va.

Copyright The Financial Times 2017 - Traduzione di Fabio Galimberti

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