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Una trasformazione da governare

come cambia il lavoro

Una trasformazione da governare

Per parlare di mercato del lavoro ai tempi della quarta rivoluzione industriale bisogna partire dal superamento di molti luoghi comuni che ne condizionano il dibattito, uno sopra tutti: il progresso tecnologico distrugge il numero complessivo di posti di lavoro. Sino a oggi è stato il contrario. Dall’introduzione del telaio meccanico in avanti l’occupazione è sempre aumentata a fronte di imprevedibili rivoluzioni tecnologiche e non è un caso se negli Stati Uniti abbiamo i più bassi tassi di disoccupazione, a fronte di un’avanguardia tecnologica universalmente riconosciuta. Questo, però, non significa che la trasformazione dei processi produttivi non impatti sui lavoratori, a volte anche in modo drammatico.

La più significativa differenza rispetto al passato è che le fasi di profonda trasformazione tecnologica sono molto più ravvicinate, tanto da incrociare più volte la vita professionale di una persona. In passato si poteva ragionevolmente confidare di arrivare a fine carriera secondo un percorso lineare ininterrotto. Oggi un giovane che si affaccia alla sua carriera professionale sa che, mediamente, cambierà lavoro e competenze svariate volte prima di approdare alla pensione.

Coloro che si voltano con nostalgia al passato sembrano ignorare che l’organizzazione del lavoro si è trasformata, la globalizzazione dei mercati, la digitalizzazione dei processi produttivi, la rete e l’e-commerce ci restituiscono un mercato del lavoro dove le vecchie figure specifiche sono in qualche modo superate, se non del tutto dissolte. Oggi sono richieste nuove professionalità, adattamento a diverse mansioni, capacità di gestione di situazioni imprevedibili, competenze cognitive non più di routine e ripetitive, che oramai sono appannaggio delle macchine, ma coinvolgimento attivo del lavoratore in termini di creatività, per creare quel valore aggiunto che la macchina non possiede.

Il ricambio occupazionale dovuto alla sostituzione delle competenze deve essere gestito nella prospettiva di aggiornare in tempi rapidi il patrimonio professionale di chi è rimasto tagliato fuori. Occorre, in definitiva, governare i processi di trasformazione.

Nel disegno complessivo del Jobs Act, l’Agenzia nazionale per le politiche attive del lavoro - Anpal nasce proprio con questa finalità: assicurare che a ogni cittadino, in ogni angolo del Paese, non manchino servizi di accompagnamento personalizzato, in un mercato del lavoro in continuo cambiamento, con un’attenzione alla specifica domanda espressa dalle imprese.

Il contesto nel quale opera l’Agenzia è però complesso e difficile. Le politiche del lavoro seguono percorsi frammentati, che stentano a trovare un momento di congiunzione, armonia e coordinamento. Abbandonate dallo Stato, le Regioni hanno dovuto costruirsi ciascuna un proprio sistema che spesso non dialoga e non interagisce sia con le altre Regioni sia con l’amministrazione centrale. Manca innanzitutto un sistema informativo per il lavoro integrato tra i diversi soggetti e condiviso ed è tanto più paradossale in quanto viviamo nell’era della digitalizzazione e dell’informatizzazione dei processi e dei servizi.

Perciò si devono rapidamente debellare le ancora forti resistenze alla realizzazione di un unico sistema informativo per il lavoro, che tenga conto delle competenze territoriali ma garantisca il diritto di conoscenza e di cittadinanza a tutti; non è più giustificabile, nel contesto di un mercato del lavoro che ha già assunto una dimensione europea, una segmentazione micro territoriale nella condivisione delle informazioni sulla domanda e sull’offerta di lavoro.

Altrettanto ingiustificabile è una segmentazione dei servizi offerti al cittadino tale da produrre disparità di trattamento, con il rischio di un grave vulnus rispetto ai principi di uguaglianza e di pari opportunità. Occorrono standard minimi di prestazione, oltre a elementi di raccordo, assistenza tecnico-operativa, diffusione di buone prassi. Al tempo stesso è indispensabile prevedere interventi finalizzati a compensare situazioni di particolare difficoltà, legate a specifici territori o a specifici target. In questa direzione si muovono le iniziative lanciate dall’Anpal quali il bonus Sud e il bonus Occupazione Giovani, due misure che stanno dando ottimi risultati in termini di nuovi posti di lavoro a tempo indeterminato.

Un’altra dimensione dove è ineludibile un momento di raccordo tra livello nazionale e livello locale è quella dell’alternanza scuola-lavoro e più in generale dell’integrazione tra il mondo dell’impresa e il sistema dell’istruzione e della formazione. D’intesa con il ministero dell’Istruzione, l’Anpal metterà a disposizione di scuole, università e istituti tecnici superiori tutor specializzati che li aiutino ad affrontare la sfida dell’alternanza, con un’attenzione particolare alla domanda espressa nei diversi territori.

Analisi della domanda, formazione specifica, profilazione del soggetto, acquisizione di nuove skills, costruzione di una rete pubblico/privato per i servizi al lavoro, sono alla base dell’assegno di ricollocazione, lo strumento che l’Agenzia sta sperimentando per condurre le persone disoccupate - in Naspi da almeno 4 mesi - verso una nuova occupazione. Il medesimo strumento è stato utilizzato anche per affrontare la crisi Almaviva. I primi risultati in termini di adesione da parte dei lavoratori licenziati sono più che incoraggianti e dimostrano che l’assegno di ricollocazione, se affiancato da azioni di orientamento, accompagnamento e informazione – cioè se si passa da una fase sperimentale a una piena messa a regime – rappresenta una valida risposta alle crisi aziendali.

Due aspetti vanno tuttavia sottolineati. Innanzitutto le trasformazioni avvengono ormai in modo costante, non solo in occasione di una congiuntura negativa ma anche nel quadro di processi legati alla ripresa e alla crescita dell’impresa. È il passaggio da un percorso lineare a un percorso circolare della carriera lavorativa. Le fasi di transizione devono essere fasi di arricchimento professionale. I processi di riqualificazione devono scandire l’intera vita professionale dei lavoratori e, quindi, essere trattati come passaggi fisiologici e non patologici.

Il secondo aspetto da evidenziare riguarda un più ampio cambiamento di visione. L’evoluzione che caratterizza l’industria 4.0 non è più gestibile attraverso i tradizionali piani di accompagnamento morbido alla pensione. Le trasformazioni non possono più essere affrontate attraverso una presa in carico del lavoratore in modo passivo, in attesa di essere traghettati verso il sistema previdenziale. Serve un vera svolta culturale, che porti a un compiuto sistema di tutele per chi è dentro e chi è fuori il mercato del lavoro e in tutte le fasi di transizione. Un sistema dove ammortizzatori sociali e politiche attive siano legati gli uni alle altre. Questa è la scommessa del Jobs Act ed è anche la sfida che ha di fronte l’Anpal, così come tutti gli altri attori del sistema, dalle istituzioni centrali alle Regioni, dagli operatori pubblici e privati alle parti sociali. Più che aspettare il futuro è utile investire con decisione sulla strada appena intrapresa, con un impegno e assunzione di responsabilità da parte di tutti.

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