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Trump fa il gioco di Putin nel mettere in crisi l’ordine globale

verso amburgo

Trump fa il gioco di Putin nel mettere in crisi l’ordine globale

Due matryoshka con i volti di Trump e Putin nella vertina di un negozio di Mosca
Due matryoshka con i volti di Trump e Putin nella vertina di un negozio di Mosca

Donald Trump può essere frenato in quello che fa, ma non sempre in quello che dice. Cambiare la testa del presidente, infatti, è tutt’altra cosa. Un esponente di lungo corso dell’amministrazione Usa descrive così la lotta sulla direzione della politica estera americana tra lo stesso Trump e gli esponenti più influenti della sua squadra di governo.

Per fare un esempio, il presidente ha accettato, benché di malincuore, di non poter autorizzare la reintroduzione della tortura negli interrogatori di terroristi o di combattenti nemici. Il generale James Mattis ha semplicemente detto no. Non funziona – è stata l’argomentazione del segretario alla Difesa - e risulta ripugnante rispetto ai valori americani. Trump si è adeguato, ma nessuno alla Casa Bianca mette in dubbio che il presidente continui tuttora a considerare la tortura come uno strumento efficace.

Più o meno lo stesso può essere detto dell’atteggiamento di Trump nei confronti delle alleanze. Di volta in volta, lo stesso Mattis o il generale H.R. McMaster, consigliere per la sicurezza nazionale, lo convincono a ribadire gli impegni di difesa reciproca, che sono al cuore della Nato, o i trattati bilaterali con il Giappone e la Corea del Sud, che hanno garantito la pace in Asia Orientale. Tuttavia, non sono riusciti a persuaderlo sul valore di questi trattati come moltiplicatori della potenza americana.

Le relazioni con la Russia rientrano nella stessa categoria di situazioni. Trump vorrebbe siglare un accordo con Putin quando i due leader si incontreranno questa settimana al vertice del G20 ad Amburgo. E’ probabile che gli esponenti più in vista del suo staff blocchino ogni decisione sostanziale, benché nulla possa essere escluso con un presidente così volubile ed esibizionista. Quello che gli assistenti e i consiglieri non possono fare è cambiare la visione del mondo di Trump.

Le molteplici indagini sulle interferenze russe nelle presidenziali americane del 2016 e sulle possibili collusioni con la campagna di Trump non hanno smorzato l’infatuazione del presidente per la sua controparte russa. Se fosse per lui, farebbe togliere le sanzioni imposte dagli Usa contro la Russia dopo l’invasione dell’Ucraina in cambio della collaborazione di Putin in Siria e dell’acquiescenza del Cremlino verso gli sforzi americani di contenere l’Iran.

L’indifferenza di Trump al destino dell’Ucraina è emersa in modo evidente durante il suo incontro alla Casa Bianca in maggio con il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov. In quella occasione, il presidente manifestò il suo desiderio che Mosca negoziasse con Kiev principalmente perché altri a Washington – tra cui il Congresso e il Dipartimento di Stato – avevano sposato gli accordi di pace di Minsk. Valori occidentali condivisi, necessità di preservare l’integrità territoriale dell’Ucraina e contrasto al revanchismo russo non rientrano tra le questioni che catturano l’attenzione del leader americano.

L’approccio di Trump è modellato da impulsi, istinti e pregiudizi. Putin possiede ciò che gli scienziati della politica chiamano una strategia di grande respiro. Il presidente Usa tenta di afferrare il potere, il leader russo lo comprende. Certo, Putin è un grande opportunista, ma sempre in funzione di chiare finalità.

All’inizio dell’anno, a una conferenza organizzata da Aspen Italia e Chatham House, ho ascoltato la definizione della strategia russa da parte di uno dei più brillanti analisti di Mosca sulla politica estera. Che si sia trattato dell’annessione della Crimea, dell’invasione dell’Ucraina orientale, dell’interventismo in Siria e, più recentemente, in Libia, le azioni di Putin – spiegò quell’esperto – hanno un unico, semplice obiettivo. L’ordine internazionale post-guerra fredda aveva conferito un primato indiscusso agli Usa. Washington aveva agito come voleva nei Balcani, in Afghanistan, Iraq e Libia, spazzando via ogni obiezione da parte di Mosca. Alzando la pressione contro gli Usa in Medio Oriente e reclamando l’ex spazio sovietico in Europa, in questo momento Putin sta sfidano quell’ordine ad ogni occasione.

La strategia è finalizzata a mettere in discussione la sistemazione post-guerra fredda dominata dagli Usa e a rimpiazzarla con un sistema internazionale basato sul primato delle grandi potenze e sulle egemonie regionali. In Occidente, il “concerto europeo” definito al Congresso di Vienna nel 1815, con le sue sfere di influenza e l’equilibrio tra le grandi potenze, è solo un altro pezzo di storia. Per il Cremlino, invece, offre un modello valido per interpretare le relazioni internazionali di oggi.

Ciò che Putin non avrebbe mai potuto immaginare è che avrebbe trovato un collaboratore così disponibile alla Casa Bianca. Trump condivide la visione del mondo di Putin. Sicuramente, occasionalmente cercherà di salvare le apparenze parlando di responsabilità globali dell’America, ma – al pari di Putin – è un nazionalista e non un fautore della globalizzazione. Adesso, i suoi alleati stanno diventando consapevoli che su questo presidente degli Stati Uniti non si potrà fare affidamento in caso di crisi.

Le alleanze, le regole e le istituzioni del vecchio ordine erano state concepite per fornire protezioni tanto ai deboli quanto ai forti. L’ironia sconvolgente, come sempre, sfugge al presidente degli Stati Uniti: prendendo posizione in difesa del principio «L’America prima di tutto», Trump ha volontariamente rinunciato al potere e al prestigio accumulati dagli Usa nel corso di 70 anni.

Le cose potrebbero assumere, naturalmente, una piega differente ad Amburgo. Putin potrebbe coalizzarsi con il leader cinese Xi Jinping per disinnescare le minacce di Trump contro la Corea del Nord. Il leader russo potrebbe ritenere che, fino a quando l’amministrazione Usa è sotto scacco per le indagini sui suoi legami con Mosca, non c’è nulla in più da guadagnare interpretando la parte dell’amico del presidente americano.

Ciò che nessuno dovrebbe mettere in discussione è il fatto che Putin è ben posizionato, grazie alla gentile concessione della Casa Bianca, per raggiungere la sua grande ambizione strategica. Gli Usa si sono estraniati dai loro partner europei; gli alleati, pressoché ovunque, hanno perso fiducia in Trump; Washington, infine, rifugge dall’esercitare quella leadership globale che era arrivata a considerare come un suo diritto di nascita.

Se tu sei Putin, questo rappresenta una grande vittoria. Per chiunque altro, è il segno di un mondo ben più pericoloso.

Copyright The Financial Times 2017 - Traduzione di Marco Mariani

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