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Dossier Liébana, picchi d’Europa e Apocalissi d’Africa

    Dossier | N. 19 articoliVIAGGIO NELL’ANIMA DELL’EUROPA

    Liébana, picchi d’Europa e Apocalissi d’Africa

    La «croce santa» del santuario di Santo Toribio de Liébana
    La «croce santa» del santuario di Santo Toribio de Liébana

    Si è appena conclusa, in Santander, la «tertulia» taurina della sera: si contempla il gesto ieratico di José Tomás Román Martín detto «José Tomás », si evoca la lunga storia letteraria e artistica della “tauromachia” da Francisco Goya a Pablo Picasso a Michel Leiris; si confrontano le forme arcuate dei bisonti delle grotte di Altamira (appena lì accanto, e contemplate in fioca luce) con l’impennarsi del dorso taurino prima di essere trafitto: infinita continuità del gesto umano… Usciamo dal “club taurino”, officiati – Giuseppe Olmi ed io – da Francisco Jarauta nel seletto novero interno di “Tinto y toros” recitando l’antica formula, e malinconica: «Se va la noche, negro toro / (plena carne de luto, de espanto y de misterio)» (Juan Ramón Jiménez, Desvelo).

    Giusto in tempo per rimetterci in auto verso Liébana. Si sale verso i contrafforti che conducono al parco dei «Picos de Europa», ma si svolta prima – nella frastagliata Cordigliera cantabrica – per giungere al Monasterio de Santo Toribio de Liébana. È una terra di fulgido romanico: la chiesa di Santa María la Real de Piasca giustifica l’appellativo che Cees Nooteboom nel suo guizzante Verso Santiago: itinerari spagnoli (1994) ha donato a queste valli: «giubilo del mozarabico». C’è un po’ della sua passione (Come si diventa europei?, 1994) in questo viaggio ; ci guida il suo libro al «maestro delle quattro direzioni del tempo», al Beatus di Liébana.

    In questo tempo, ove per comodo di pellegrini sedentari, si moltiplicano le Porte sante, fin quasi sotto casa, occorre ricordare che il Monasterio è, nella tradizione, uno dei pochi luoghi santi (da accostare a Gerusalemme, Roma, Santiago di Compostela e Caravaca de la Cruz) della cristianità: proprio quest’anno celebra il suo « anno santo » (23 aprile 2017 - 22 aprile 2018). E lo merita: aggiungerei, alle quattro direzioni del tempo, quella che qui si respira, la pace che lo abolisce. Il monastero risale al IX secolo e ivi fu abate Beatus, l’autore dei dodici libri In Apocalypsin B. Ioannis Apostoli commentaria, uno dei testi che hanno forgiato l’immaginario medievale per l’amplissima circolazione dei codici miniati, una trentina, dal IX al secolo XI, ove le illustrazioni di Facundo (esemplare conservato alla Biblioteca nazionale di Madrid) ci offrono le più corrusche versioni simboliche dell’Apocalissi (e qualche pallida eco rimane nelle immagini qui riprodotte).

    Ha scritto Umberto Eco con molta giustezza: «A leggere oggi, e in spirito laico, l’Apocalisse di Giovanni, si potrebbe godere di questo testo come di un esercizio surrealista, senza cercare di ridurre l’assurdo e l’onirico a una lettera decifrabile. O si potrebbe intenderlo come esercizio mistico-simbolista, aperto a tutte le interpretazioni possibili, come attivatore della più sfrenata delle immaginazioni, talché chiunque asserisse che il testo voleva dire una cosa precisa avrebbe tradito la sua ricchezza poetica» (L’ “Apocalisse” di Beato, 1973; ora in Scritti sul pensiero medievale, Bompiani, 2012). Ma l’Apocalissi di Beatus e le sue immagini sono più che una galleria notturna di visioni del tempo ultimo, cielo cumuliforme – espressionista o surrealista – dell’insondabile: quando nel 1931 il grande storico delle religioni Franz Cumont recensì l’edizione di Beatus, finalmente procurata da Henry A. Sanders (1930), riportò le fonti del commentario (776-784) al donatista Tychonius, contemporaneo di sant’Agostino, entrambi africani. E quelle immagini, come quelle delle Metamorfosi di Apuleio, altro africano, hanno nutrito di “rosso bruciato” (pari alla prostituta-Babilonia a cavallo della bestia color sangue dell’Apocalisse di Beatus), di deserti e miraggi, tutto l’Occidente. Lo ricorda lo stesso autore di Liébana, alla fine del suo quinto libro: «In questa Gerusalemme è crocifisso nei suoi membri e ogni giorno è immolato l’Agnello. Poiché pace non può regnare in questo mondo ove ogni giorno c’è sofferenza. Però alla futura pace, Gerusalemme, che qui è la Chiesa, rappresentata dal monte Sion, con l’Agnello agogna, affinché un giorno, estinto il suo soffrire, possa unirsi con essa, con tutti i vittoriosi. E lì annientata, cioè inghiottita, ogni avversità, prenderà in possesso la pace, che è Cristo, contemplandolo alla sua presenza. E qui il libro pone fine, e ricapitola dal tempo delle persecuzioni che hanno infierito in Africa».

    Come in sant’Agostino, e nel sempre ricorrente manicheismo cristiano, Beatus oppone le due Città, affinché rendendo più fosca l’una, più desiderabile appaia l’altra: «Di queste due Città, l’una desidera servire al mondo, l’altra a Cristo; una mira a tenere il regno in questo mondo, e l’altra a fuggire da questo mondo; una si tormenta e l’altra si rallegra; l’una flagella e l’altra è flagellata; l’una sgozza e l’altra è sgozzata [...]. E queste due mirano a una cosa sola: l’una a farsi dannare, l’altra a essere salvata» (finale del libro IX). L’Apocalisse stessa autorizza: c’è la donna che domina, la grande Meretrice, la «mulier corruptela» e c’è la «mulier amicta sole», la donna rivestita di luce, celebrata anche dal Petrarca: «Vergine bella, che di sol vestita, / coronata di stelle, al sommo Sole / piacesti sí, che ’n te Sua luce ascose». E se sono insieme nell’Apocalisse, insieme sono ogni giorno: «omnia enim bipertita sunt», tutto è ancipite, qui. Lo riconosce lo stesso Beatus, due significati attribuendo a Babilonia (la città opposta a Gerusalemme): «Babilonia è l’abominio della desolazione», ma anche «Babilonia è la confusione, cioè la commixtio» (Interpretatio introduttiva, 230-234).

    Siamo sempre più, oggi, nella commixtio, e si vorrebbe uscirne, dividendo, separando, alzando muri e barriere; pare a me funesto voler affrettare – come in ogni guerra santa – il Tempo Ultimo, a mescere altrui la coppa della propria ira: «poculum vini furoris irae suae» (Ap., XVI, 19). Non è forse stato detto: «Padrone, non hai seminato del buon seme nel tuo campo? Da dove viene dunque la zizzania? Ed egli rispose loro: Un nemico ha fatto questo. E i servi gli dissero: Vuoi dunque che andiamo a raccoglierla? No, rispose, perché non succeda che, cogliendo la zizzania, con essa sradichiate anche il grano. Lasciate che l’una e l’altro crescano insieme fino alla mietitura e al momento della mietitura dirò ai mietitori: Cogliete prima la zizzania e legatela in fastelli per bruciarla; il grano invece riponetelo nel mio granaio. » (Matteo, XIII, 24-30).

    Il mio sogno – dico agli amici scendendo da Liébana e fermandoci a tagliare larghe fette di «queso Picón» in una locanda di Potes, compartendo a sorsi un buon Sierra de Cantabria (uve in purezza di Tempranillo) – è piuttosto quello di Oblomov: non cercare il nuovo né l’ultimo, non aprire telegrammi, seguire il corso delle stagioni, non chiedere nulla alla terra... e, come il Socrate di Fedro, stare in una piccola casa, perché sia colma di veri amici. O se proprio non dovesse riuscirci, perché in tutti guizza il fuoco di Liébana, ricordare almeno con Pascal: «L’umana miseria insuffla la disperazione ; l’umano orgoglio istiga alla presunzione di sé. L’incarnazione mostra all’uomo la grandezza della propria miseria».

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