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Dal Fiscal compact a un Virtuous compact

proposta di Renzi / 2

Dal Fiscal compact a un Virtuous compact

La proposta del segretario del Pd Matteo Renzi sul Fiscal compact ha un importante merito politico. L’aver posto un tema di interesse nazionale e allo stesso tempo europeo. Cioè l’impossibilita per l’Italia di conseguire significativi risultati in termini di riduzione del rapporto debito pubblico/Pil senza una adeguata crescita economica. Nella ulteriore consapevolezza che senza una Italia che cresce anche per l’Eurozona ci saranno problemi, dato che il nostro Paese è la terza economia della moneta unica per Pil e la seconda per valore aggiunto e surplus manufatturiero.

Sono ormai 25 anni che l’Italia genera costantemente un notevole avanzo primario dello Stato, cioè un surplus di bilancio prima del pagamento degli interessi, con ciò dimostrando la sua affidabilità quale debitore. È stata una operazione necessaria per pagare la gigantesca mole di interessi sul debito accumulato nella Prima Repubblica, ma ha anche avuto - ed ha tuttora - un costo drammatico in termini di rallentamento della nostra crescita. L’avanzo primario pubblico cumulato da noi prodotto (765 miliardi di euro a valori correnti dal 1992 al 2017), attraverso soprattutto privatizzazioni e tasse crescenti su famiglie e imprese, più un po’ di spending review, è nettamente superiore a quello di qualunque altro Paese al mondo.

Chi pensa che l’Italia possa fare di più attraverso la spending review e la riduzione degli sprechi (entrambi comunque benvenuti, sia chiaro, per ogni ulteriore recupero marginale di efficienza) si illude. L’unica strategia possibile per l’Italia è che la crescita del Pil nominale sia per un lungo tempo più alta di quella del debito. Ma per far ciò non possono di certo aumentare ulteriormente le tasse.

L’Italia è riuscita a ridurre gradualmente il proprio debito/Pil in assenza di grandi recessioni dagli anni 90 fino al 2007. Poi, a causa di due grandi crisi consecutive, il debito è cresciuto dal 2008 al 2013 di una trentina di punti di Pil, con la stessa intensità sia con il Governo Berlusconi sia con i Governi Monti-Letta che avrebbero dovuto rappresentarne l’antitesi, a dimostrazione del fallimento dell’austerità. Soltanto con il “sentiero stretto” imboccato da Renzi-Padoan e ora proseguito da Gentiloni-Padoan, cioè perseguendo a un tempo rigore e crescita, il debito/Pil si è stabilizzato.

A questo punto vi sono solo due strategie possibili. La prima è quella di proseguire nel “sentiero stretto”, ma ciò richiederà tempi lunghi e ulteriori richieste di flessibilità in deroga allo stesso Fiscal compact (a meno di non voler tornare alla recessione del 2012-13). La seconda strategia è quella di “allargare il sentiero”, mettendo in discussione l’austerità. Che, alla luce dei danni che ha prodotto, è veramente assurdo definire “di successo” (come taluni fanno, perché avrebbe “funzionato” in un paradiso fiscale come l’Irlanda, che ha migliorato i propri conti pubblici aumentando di circa 1/4 il suo Pil in un solo anno ospitando la sede legale di una multinazionale, oppure in un micro-Paese come il Portogallo).

Nel futuro, si potrebbe tornare, come ipotizza Renzi, al 3% di Maastricht con un piano di vendita del patrimonio pubblico italiano nel quadro di un piano quinquennale concordato e con il deficit/Pil costante al 2,9%, dedicando meta dello spazio fiscale recuperato alla riduzione delle tasse e l’altra metà a investimenti per la crescita. Oppure si potrebbero anche rilanciare progetti di mutualizzazione del debito attraverso gli eurobond. Non però con lassismi incondizionati ma con meccanismi selettivi e premiali. Ad esempio, si potrebbe ipotizzare che solo i Paesi che generano avanzi primari annui dello Stato superiori, diciamo, allo 0,5% o all’1% del Pil (e che per adesso sono pochissimi, tra cui l’Italia), possano godere di una mutualizzazione annua del debito pari all’ammontare eccedente l’avanzo primario “obiettivo”. Si passerebbe così da un Fiscal compact a un Virtuous compact, basato su una solidarietà da conquistare, in cui le economie con debiti storici troppo alti accumulati nel passato, ma meritevoli per gli sforzi fiscali che stanno facendo nel presente e “ufficialmente” riconosciute come tali da Bruxelles, vengano comunque aiutate a ridurre il debito senza comprimere la crescita.

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