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L’Italia e i baratti franco- tedeschi

L'Editoriale|LE RIFORME EUROPEE

L’Italia e i baratti franco- tedeschi

Ancora non è chiaro se questa volta l’Europa salterà davvero il fosso per diventare quello che non riuscì ad essere a Maastricht e cioè un’unione economica e monetaria vera, preludio di un’unione politica inevitabile.

Non è chiaro perché nulla si muove, perlomeno alla luce del sole, in attesa delle elezioni tedesche del 24 settembre. E perché l’unione spuria e azzoppata nata 25 anni fa, combinata con la grande crisi partita nel 2008, si è allevata in seno tali e tante divergenze economiche, squilibri finanziari, conflittualità di interessi e mutua sfiducia da complicare non poco la ricerca di una dottrina e di un’ambizione condivisa.

Ma quando c’è volontà politica, gli ostacoli sono superabili. Se si aggiungono le molte pressioni esterne, da Stati Uniti, Russia o Cina poco importa, l’auto-ricostruzione diventa la scelta obbligata della sopravvivenza nell’era globale. Il ritorno della ripresa economica che si va consolidando, l’elezione in Francia dell’europeista Emmanuel Macron, le sue apparenti affinità elettive con la Germania di Angela Merkel creano le condizioni per poter sperare in una nuova svolta storica.

Le premesse ci sono tutte, il progetto invece va scritto e ben calibrato per farlo decollare davvero. Dietro le quinte fervono sondaggi e trattative informali. Una cena ieri sera a Bruxelles, in margine alla riunione dell’Eurogruppo, ha riunito intorno a un tavolo Wolfgang Schäuble, Bruno le Maire e Piercarlo Padoan, ministri finanziari di Germania, Francia e Italia, i tre maggiori azionisti dell’eurozona. Anche in vista del Consiglio di cooperazione franco-tedesco di domani a Parigi.

A fianco di Macron che al suo primo vertice Ue, il 23 giugno scorso, non faceva che martellare in modo quasi ossessivo sul ruolo cruciale e l’esclusiva del rapporto franco-tedesco come chiave di qualsiasi rilancio europeo, Merkel l’aveva subito corretto sottolineando il contributo di tutti i Paesi.

Le discussioni a tre di Bruxelles sono avvenute nello stesso spirito inclusivo che muove i tedeschi. Per diverse ragioni: non farsi intrappolare dai francesi nella logica del direttorio “uber alles”, che ha sempre il suo peso ma non lo stesso che aveva in passato nella piccola Unione; non eccitare le diffidenze di molti partner allergici allo strapotere tedesco (e francese, se tale sarà nei fatti).

Coinvolgere infine al massimo livello l’Italia, come a Maastricht, perché interlocutore e problema di rilievo. La sostenibilità del suo enorme debito pubblico e delle sue banche gravate dai crediti inesigibili, malattia peraltro diffusa in quasi tutta l’area, rappresenta infatti la garanzia ineludibile della futura stabilità dell’euro. Per questo, tra l’altro, l'offensiva di Matteo Renzi contro Fiscal compact e regole Ue anti-deficit non fanno l’interesse del Paese ma lo danneggiano indebolendone una volta di più la reputazione di Paese maturo e, soprattutto, affidabile. La questione italiana e la sua evoluzione saranno dirimenti per il futuro dell’eurozona e ancora di più per il posto che l’Italia occuperà nell’organigramma della nuova Europa. Tanto più che non si sa quale piega prenderà, alla fine, l’intesa franco-tedesca e quindi l’assetto futuro dell’eurozona.

Macron ha messo le carte in tavola. Il suo polo economico dell’Uem, da affiancare a quello monetario, passa per la creazione di un ministro delle Finanze e di un bilancio dell’eurozona, con funzioni l’uno di coordinamento delle politiche economiche in chiave di rilancio dello sviluppo e l’altro di volano degli investimenti e camera di compensazione in caso di shock asimmetrici. In sintesi, più crescita, meno rigore, solidarietà nella stabilità.

I tedeschi, che vogliono la riforma dell’eurozona e per farla hanno bisogno della Francia ma diffidano, come sempre, delle sue vere intenzioni visto che in quasi un decennio non si è mai premurata di rispettare il tetto del 3% per il deficit, prima di muoversi intendono procurarsi precise garanzie.

La prima, la più importante per convincere la propria opinione pubblica al grande passo della solidarietà finanziaria (controllata) con i partner, sarebbe la conquista della presidenza della Bce nel 2019, alla scadenza del mandato di Mario Draghi. Il candidato di Merkel sarebbe Jens Weidmann, il “falco” oggi alla guida della Bundesbank. Boccone amaro da digerire per la Francia di Macron che, comunque, per vedere realizzate le sue ambizioni europee dovrà prima dimostrare di saper fare davvero le riforme che promette e rispettare le regole Ue anti-deficit. Boccone ancora più amaro per l’Italia che, se non approfitta dei prossimi mesi per fare ordine in casa, rischia di dover presto fare i conti con il rialzo dei tassi di interessi sul debito e un’Europa molto meno pragmatica e permissiva sui conti pubblici di quella degli ultimi anni.

In realtà, le discussioni sulla nuova Europa sono appena cominciate. Ci vorranno mesi prima di vederne la fisionomia definitiva. Per essere solida, duratura e protagonista nel mondo globale, una costruzione meno lacunosa e contraddittoria di quella di Maastricht, questa volta dovrà poggiare su pilastri meno fragili e incerti.

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