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Neutralità della rete, il ddl frena l’Italia

INNOVAZIONE

Neutralità della rete, il ddl frena l’Italia

Sul digitale il nostro Paese ha accumulato un notevole ritardo. E lo abbiamo pagato caro, in crescita e occupazione. Alla base vi è stata la mancata valutazione sulla strategicità di Internet e delle tecnologie di rete, che hanno completamente ridisegnato il modo di vivere, di lavorare, di studiare. Di fare impresa. Di amministrare la cosa pubblica, il processo politico. E aggiungerei anche il modo di concepire e fare le leggi. La crescita dell’economia è dettata sempre più da fenomeni competitivi globali, sottoposti a continua evoluzione sulla spinta di un’impressionante velocità dell’innovazione. Regolare il digitale, oggi, significa mettere mano al futuro. E il Mercato Unico Digitale può essere una delle chiavi fondamentali per ricompattare l’Europa. Per il suo futuro. Il Digital Single Market è la costruzione normativa indispensabile per far acquisire all’economia degli Stati membri dimensioni, capacità innovative e competitive tali da consentire quel confronto nel mercato globale che, finora, vede protagonisti prevalentemente i grandi gruppi tecnologici non europei. È prioritario che i Paesi facciano ogni sforzo per allinearsi, nella produzione di regole, in questa direzione, evitando derive legislative isolate, che risultano inutili e dannose. Inutili, perché la dimensione su cui si sviluppa il digitale è, come minimo, continentale. Dannose, perché significa gravare sui processi innovativi con regole incoerenti e asimmetrie che alla fine ostacolano il loro sviluppo. E questo, soprattutto il nostro Paese, non se lo può permettere. Proprio in una fase in cui consapevolezza e investimenti nella trasformazione digitale, in Industria 4.0, sembrano finalmente mettersi in moto.

Sono temi complessi, terreni inesplorati, certo. Privacy, diritto d’autore, fiscalità digitale, cybersecurity. Diritti e doveri nel mondo della rete. Sono equilibri difficili da trovare, su cui si fa un gran lavoro a livello comunitario. E progressi concreti. È inconcepibile, perciò, che nel nostro Parlamento si continuino a tirare fuori proposte di legge, come da un cappello di un prestigiatore, che non tengono conto di questo scenario. Un esempio palese di questa velleità nazionale è il recente disegno di legge sulla neutralità di reti e piattaforme (noto come ddl Quintarelli), che il Senato si appresta a discutere dopo l’approvazione del testo alla Camera. Questo intervento normativo appare non solo non necessario, ma controproducente per lo sviluppo delle reti e dei servizi digitali in Italia.

La cosiddetta neutralità della rete, che in parole semplici regola diritti e doveri per accesso e uso del web (trattata dai primi tre articoli del ddl) è già ben indirizzata dalle norme comunitarie e vigilata dalla nostra Autorità garante per le comunicazioni. Così il ddl in questione rappresenterebbe sul tema una sovra-regolamentazione nazionale rispetto a quanto già dettagliato nel Regolamento Europeo. Risultato prevedibile: la frammentazione del funzionamento del mercato italiano rispetto al mercato europeo, la penalizzazione dell’offerta di servizi e apparati di telecomunicazione nel nostro Paese, in ultima analisi uno svantaggio per i consumatori. Senza contare che l’incertezza giuridica aprirebbe la strada a ritardi e contenziosi legali. La proposta poi sulla neutralità delle piattaforme digitali, presente nell’art. 4, qualora dovesse entrare nell’ordinamento italiano, andrebbe a configurare una situazione ancor più grave. La misura, dettando norme sul libero accesso a software, contenuti e servizi, condizionerebbe la configurazione di device di uso comune, quali tablet e smartphone, rendendo illegittimi sistemi di tipo chiuso, in pieno contrasto con la libera scelta che il consumatore, al contrario e su scala planetaria, ha dimostrato chiaramente di voler mantenere. Qualora il ddl diventasse legge, faremmo notizia. Pessima, questo è sicuro. Da non sottovalutare, inoltre, la prospettiva di procedura di infrazione della Ue che grava sul provvedimento in forza della violazione dei regolamenti e trattati comunitari. Sono forti e diffuse, e lo si può ben comprendere, le preoccupazioni. E non solo tra gli operatori di rete o le imprese del settore. Ma anche tra chi, aziende e cittadini, delle tecnologie vuol farne libero strumento di lavoro e sviluppo. È vero, le grandi fasi di trasformazione, come questa che viviamo, possono suscitare anche timori. Ma dobbiamo rifuggire dalla tentazione di regolare tutto, aggiungere norme su norme, imbrigliare. L’innovazione, per esprimere il massimo delle sue energie, favorire e attrarre investimenti, ha bisogno di regole semplici nell’ambito di quadri normativi certi, ma strutturalmente flessibili. Attraverso cui sia possibile alternare costantemente visione e correzione di traiettoria. Il tema, è evidente, non è tecnico, c’è in gioco la capacità del nostro sistema di imprese e dell’intero sistema Europa di saltare, con il digitale, al next level, il girone dei più forti.

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