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Dossier Penalizzate le classi centrali dei redditi

    Dossier | N. 17 articoliFlat tax

    Penalizzate le classi centrali dei redditi

    La strategia dell’IBL per la riforma del sistema fiscale e di welfare italiano si regge su due punti di attacco connessi ma distinti: da un lato, un radicale alleggerimento della dimensione dell’intervento pubblico, dall’altro una revisione profonda degli attuali strumenti del prelievo fiscale e di spesa assistenziale che ha nell’introduzione di un’imposta personale sui redditi di tipo flat il suo punto più qualificante. In termini di disegno generale, si tratta di due componenti che non necessariamente devono andare insieme ma se, come nella proposta IBL, lo fanno, configurano una strategia di ispirazione chiaramente liberista.

    La cura dimagrante a cui dovrebbe sottoporsi l’intervento pubblico è straordinaria. Le entrate pubbliche complessive si ridurrebbero di più di 95 miliardi di euro, il 12% del livello attuale. Parallelamente, data la scelta di non far gravare la riduzione della pressione fiscale sull’indebitamento, verrebbero tagliate le spese complessive. Una contrazione delle spese di questa portata verrebbe realizzata per 2/3 dall’abolizione delle prestazioni assistenziali esistenti (le prestazioni agli invalidi civili e le integrazioni al trattamento minino delle pensioni sarebbero i programmi più rilevanti ad essere cancellati) e per il terzo restante da interventi di revisione della spesa. Obiettivo quest’ultimo non banale tenuto conto che questi interventi dovrebbero cumularsi ai poco più di 30 miliardi di risparmi stimati che dovrebbero essere stati già realizzati dalla spending review negli anni recenti. Più in generale c’è da chiedersi se una contrazione dello Stato di queste dimensioni sia la ricetta più appropriata per una economia che, come quella italiana, stenta a ripartire sia per debolezze di domanda aggregata sia per carenze nell’offerta. Non a caso le organizzazioni internazionali più che suggerirci una riduzione del bilancio pubblico ci raccomandano una ricomposizione della spesa pubblica a favore degli investimenti, in particolare quelli ad alto contenuto infrastrutturale e di formazione del capitale umano.

    Sulla proposta di revisione della fiscalità in senso flat molto è stato scritto negli ultimi giorni nei vari interventi sul Sole 24 Ore. Certamente condivisibile è il riconoscimento dei sintomi: un prelievo Irpef al margine troppo gravoso su livelli di reddito anche molto bassi, di poco superiori alla soglia di esenzione; una base Irpef sempre più ristretta dalla cedolarizzazione di alcune componenti importanti (con performance assai discutibili in termini recupero di evasione, come nel caso della cedolare secca sulle locazioni) e con effetti redistributivi limitati dal problema dell’incapienza; un’Imu/Tasi distorta dall’esenzione della prima casa e dal mancato aggiornamento generalizzato del catasto; un’Irap senza più razionalità fiscale dopo l’esclusione dalla base del costo del lavoro; un’Iva fortemente erosa dall’estensione delle aliquote ridotte e dei regimi di esenzione.

    Criticabile è invece l’individuazione delle terapie più appropriate. L’aliquota unica del 25% per le principali imposte (non solo per l’Irpef, ma anche Ires, sostitutive e Iva) appare più il risultato della ricerca di una efficace formula comunicativa (“Venticinque % per tutti”) e di un malinteso concetto di semplificazione fiscale (semplificare non significa certo ridurre il numero delle aliquote dell’Irpef!) che di un solido fondamento economico. In particolare, per quanto riguarda la tassazione personale dei redditi la teoria economica recente sembra indicare l’ottimalità di un prelievo fortemente progressivo e non-lineare, ben lontano dal feticcio della flat rate tax. La flat rate tax ha soprattutto il difetto, come già sottolineato da Vincenzo Visco, di penalizzare (in termini relativi, ma talvolta anche assoluti) i contribuenti delle classi centrali dei redditi, che stanno uscendo dalla crisi già fortemente indeboliti. Quale sostegno politico potrà avere una riforma che rispetto a oggi penalizza in alcuni percentili di reddito anche il 15-17% dei contribuenti pur costando ben 72 miliardi di minor gettito complessivo?

    Un eccesso di semplificazione rende problematico anche la pur condivisibile introduzione del minimo vitale, misura di contrasto universale della povertà nella forma di una negative income tax integrata nell’Irpef, che sostituirebbe tutte le attuali prestazioni di natura assistenziale. Va bene superare gli aspetti di natura categoriale oggi presenti nel sistema di assistenza, ma la cancellazione di tali prestazioni dovrebbe escludere i trattamenti legati alla disabilità e invalidità, che rispondono a bisogni che non possono ridursi alla sola dimensione del reddito a cui risponde il minimo vitale.

    Due aspetti della proposta dell’IBL non sono stati finora adeguatamente evidenziati. Il primo riguarda gli effetti sulla finanza degli enti decentrati. La riforma proposta cancella i tributi autonomi attuali di Regioni (Irap e addizionale Irpef) e Comuni (Imu/Tasi e addizionale Irpef) sostituendoli con prelievi più specifici e di non facile disegno (rispettivamente contributi sanitari dei più ricchi e service tax), ma soprattutto con maggiori compartecipazioni e trasferimenti erariali. Sarebbe l’ennesima compressione dell’autonomia tributaria degli enti territoriali e un ulteriore passo verso il loro ritorno alla finanza derivata.

    Il secondo aspetto concerne l’opzione riconosciuta alle famiglie più abbienti (ma neppure troppo: al di sopra di 35mila euro di reddito equivalente per nucleo monocomponente) di uscire dalla sanità pubblica, sottraendosi dal pagamento di un contributo sanitario, e di rivolgersi (obbligatoriamente) al mercato delle polizze sanitarie private. Anche in questo caso si tratta di una proposta non inedita. E altrettanto consueta è la critica a questo tipo di formule: gli utenti dei servizi sanitari non si differenziano tra loro soltanto in termini di reddito ma anche di rischiosità sanitaria (rischi più elevati per gli anziani o i cronici, meno per i giovani). In un tipico schema di selezione avversa, come è quello che caratterizza il settore sanitario, a esercitare l’opting out saranno tendenzialmente soltanto i bassi rischi, in buona sostanza i giovani, che possono acquistare polizze sanitarie con premi convenienti. Ma se i bassi rischi escono dal Ssn, viene meno la capacità di fare risk pooling tra bassi e alti rischi, con conseguente crescente insostenibilità finanziaria del sistema pubblico. E tra l’altro, lasciando a una platea così ampia di cittadini la libertà di optare per la sanità privata, come farà il Ssn a programmare la spesa di fronte a fonti di finanziamento così incerte?

    Università di Bologna

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